Taking too long? Close loading screen.
< Tutte le schede paese

ARABIA SAUDITA

Anagrafica

Mostra tutti
Nome ufficiale: Regno dell’Arabia Saudita
Capitale: Riyadh
Superficie: 2 149 690 kmq
Densità: 14 ab./kmq
Confini: Giordania, Iraq, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman, Yemen; si affaccia sul Mar Rosso e sul Golfo Arabico.
Popolazione: 27.136.227
Composizione etnica: Somali (85%), Bantu (13%) e Arabi (2%)
Forma di governo: Monarchia assoluta
Lingue ufficiali: Arabo (ufficiale)
Religioni: Musulmani sunniti (93,3%), sciiti (3,9%), cristiani (2,4%), altri (0,4%)
Aspettativa di vita: 75 anni
Tasso di natalità: 20 (nati/1000 ab.)
Servizio Militare: 17 anni età minima legale per il servizio volontario militare; dal 2012 è stato abrogato il servizio militare obbligatorio
Scolarizzazione: n.d.
Unità monetaria: Riyal
PIL annuo ($): 745 273 miliardi
Tasso di crescita del PIL: -0,9%
Debito/PIL: 17,2%
Export Partners: Giappone 12,2%, Cina 11,7%, Corea del Sud 9%, India 8,9%, Usa 8,3%, Singapore 4,2%
Import Partners: Cina 15,4%, Usa 13,6%, Germania 5,8%, Giappone 4,1%, India 4,1%, Corea del Sud 4%

Istituzioni

L’Arabia Saudita è il Paese dove è nato e da cui si è diffuso in tutto il mondo l’Islam: al suo interno sono presenti le due città più importanti per la religione islamica, ossia Mecca e Medina, sedi dei due santuari principali. Questa influenza permea l’essenza stessa dell’Arabia Saudita, sia nella società che nelle istituzioni: essa, infatti, è una monarchia assoluta basata sulla religione islamica, tanto che il sistema legislativo si fonda sulla sharia, la legge islamica regolata dal Corano e dalle regole di vita di Maometto. Non sono presenti partiti politici, mentre è presente un solo organo assembleare, detto Majlis al-Shura, formata da 150 membri (tutti nominati dal Re) con potere consultivo.

Approfondisci

La democrazia non è particolarmente solida, per usare un eufemismo: c’è stata una votazione municipale nel 2005, mentre quella successiva è stata rinviata dal 2009 al 2011 per timore di una vittoria degli islamisti; nel 2015 si sono tenute le prime elezioni a suffragio universale, ossia aperte anche alle donne (pur con ampie restrizioni). Le istituzioni politiche, dunque, sono esclusiva del re e della sua corte, che ricoprono gli incarichi nel Consiglio dei Ministri, nelle sue commissioni e nelle funzioni consultive della famiglia reale. C’è poca separazione tra il governo e il sistema giudiziario: ciò è dovuto al fatto che il primo paga i membri del secondo (giudici e ulema), e che – come detto – la sharia e il Corano rappresentano la fonte legislativa.

Il re dell’Arabia Saudita è Salman bin Abd al-Aziz Al Saud, in carica dal 23 gennaio 2015, data della morte del suo predecessore, il fratellastro Abd Allah. La conferma nella linea di successione di Muqrin come principe della Corona ha dimostrato la solidità della famiglia Al Saud; tuttavia, Muqrin ha richiesto di essere sollevato dall’incarico, e il 29 aprile 2015 è stato così nominato erede Muhammad bin Nayef Al Saud. Quest’ultimo, peraltro, è anche ministro dell’Interno e rappresenta la nuova generazione che prenderà in carica il governo del Paese.

Come detto, l’organo assembleare – Majlis al-Shura – ha potere consultivo: la sua funzione principale è disciplinata dall’articolo 23, che spiega come ogni gruppo di almeno 10 membri ha il diritto di proporre una disegno di legge o un emendamento a una legge già in vigore (proposte relative ad alcune aree, quali i diritti umani, la società civile…); la proposta, passando tramite il presidente del Majlis, può arrivare al re, che ha ovviamente facoltà di accettarla o respingerla. Per questo motivo, le (poche) donne presenti nel Majlis hanno invocato il ruolo della presidenza, cruciale per fare arrivare al sovrano proposte ritenute fondamentali per una reale emancipazione della figura femminile, ad esempio la controversa questione del diritto di guidare. Attualmente, però, il più importante ruolo assegnato a una figura femminile è la vicepresidenza della Commissione Affari esteri.

Il regno degli al-Saud ha un rapporto con la popolazione basato più sui benefici economici che sulla fedeltà: anzi, la lealtà della popolazione è maggiore verso le tribù che nei confronti della famiglia reale, proprio a causa della scarsa possibilità di incisività sociale e politica per la popolazione. A fronte delle difficoltà del mercato petrolifero, è dunque necessario modificare tale rapporto, poiché non più – quantomeno non facilmente – sostenibile se basato esclusivamente su benefici economici: per questo, il governo usa la narrativa dell’unità, aprendo al contempo al riconoscimento delle diversità regionali. Queste sono infatti differenziate da radicali fattori (usi, costumi, storia, cultura e perfino forme di Islam), il che – venuta meno la motivazione pecuniaria – porterebbe a una frammentazione della società, del Paese e del potere stesso degli al-Saud: basti pensare che perfino l’esercito e la guardia nazionale sono tribali.

Economia

Quello economico è il fattore che, più di ogni altro, definisce la caratura leaderistica regionale dell’Arabia Saudita. Il comparto deve la sua forza quasi esclusivamente alle rendite derivanti dalla vendita di petrolio, di cui il Paese è maggiore esportatore mondiale. La dipendenza economica (quasi il 90%) da quel settore, però, ha posto una questione che da qualche anno è divenuta prioritaria e rappresenta la principale fonte di preoccupazione per la stabilità dei conti pubblici in seguito alla crisi del prezzo del petrolio dell’ultimo anno: essa è legata al tema della diversificazione delle entrate, necessaria per consentire al Regno di non dipendere esclusivamente da un mercato che sembra avere ormai alle spalle i suoi anni migliori.

Approfondisci

Infatti, il possesso di circa un quinto delle riserve mondiali conosciute ha permesso di raggiungere una produzione di più di dieci milioni di barili al giorno. Tra il 1998 e il 2013, grazie a un aumento del 1062% del prezzo del barile, arrivato oltre i 100 dollari, le entrate sono state praticamente infinite.

Tuttavia, se questo ha rappresentato fino ad oggi il punto di forza dell’Arabia Saudita, ora rischia di esserne la principale minaccia: il crollo del prezzo dei barili è stato il primo vero esempio della difficoltà derivante da una mancata diversificazione, e il futuro profila come una delle maggiori sfide proprio la corretta rimodulazione delle entrate nazionali.

L’Agenzia internazionale dell’energia dei Paesi consumatori, infatti, ha avvertito che il mercato petrolifero presenterà un’offerta eccessiva fino al 2020, a fronte di una crescita inferiore all’1% annuo. Considerate le enormi spese (quasi tutto è importato, dalle forniture alimentari ai beni e servizi di vario tipo), tra le quali al primo posto figurano quelle militari (nel 2014 sono stati spesi 81 miliardi di dollari, con un incremento del 21% rispetto all’anno precedente) oltre ai sussidi energetici (106 miliardi nel 2015), è evidente che bisogna cambiare.

Questi e molti altri propositi di cambiamento sono stati annunciati tramite una serie di decreti reali e riflettono un percorso che va ben al di là dell’operato di Salman, avendo come attore principale suo figlio, il vice principe ereditario Mohammed bin Salman, non a caso autore e icona del programma di riforme Vision 2030.

Società e diritti

Fondamentale, in questo senso, è il riconoscimento di una Costituzione che offra garanzie. Negli ultimi anni sono stati compiuti passi in avanti, ma più nell’ottica di creazione del consenso che di reale spinta democratica. Ci sono diverse proposte per la stesura della Carta: l’elezione del 70% della Shura, la concessione di poteri legislativi alla stessa, un progressivo aumento della componente eletta, un referendum. Tutti elementi che contribuirebbero a creare ciò che più di ogni altra cosa manca agli al-Saud, ovvero una Nazione (da cui poi dovrebbero ottenere lealtà, ma già il fatto di riconoscerle diritti sarebbe un buon inizio). E di pari passo, sarebbe necessaria (ed è stata effettivamente intrapresa) una riforma del ministero della Giustizia che investa la necessità di codificazione, snellisca i tempi di attesa e offra trasparenza.

Approfondisci

Sono solo due delle principali riforme politiche necessarie, peraltro invocate con sempre più veemenza: del resto, la situazione politica è fortemente esclusiva, come dimostra il fatto che i partiti politici sono vietati e che gli attivisti che dovessero protestare pubblicamente verrebbero incarcerati. Ci sono state due piccole concessioni nel 2005, quando si tennero le elezioni municipali, e nel 2014, quando furono nominate 30 donne nella Shura, ma sembrano essere misure cosmetiche.

Certo, è molto complicata la manifestazione del dissenso in generale; difficoltà aumentata in seguito alla promulgazione nel 2014 della legge antiterrorismo che conferisce poteri speciali al ministro dell’Interno in termini di prevenzione di riunioni e meeting, consentendo la carcerazione senza l’autorizzazione della corte.

Difesa e sicurezza

Il tema del terrorismo è molto delicato perché l’Arabia Saudita è stata colpita dagli attacchi, ma è allo stesso tempo accusata dalla comunità internazionale di finanziare il terrorismo stesso e di usarlo come arma politica. C’è da dire che il wahhabismo, intriso nelle radici nazionali, si presta certamente a estremizzazioni, per cui spesso il limes è sottile e foriero di facili generalizzazioni.

Approfondisci

È senza dubbio vero che il wahhabismo ortodosso di alcune organizzazioni e di individui sauditi ispira e supporta le attività di gruppi estremisti in molte regioni, dal Mali al Pakistan, oltre a essere un fertile humus in cui gli estremisti possono coltivare reclute; è allo stesso tempo vero che l’ISIS si è sforzato parecchio, soprattutto dal punto di vista mediatico, per identificare lo Stato saudita come nemico. La questione è ancor più intricata se si assume come punto di vista quello della leadership politica saudita.

Da una parte, infatti, ci sono delle oscure relazioni – soprattutto finanziarie – tra facoltosi cittadini ed enti dell’Arabia Saudita e al-Qaeda, che soprattutto dagli attentati dell’11 settembre 2001 hanno suscitato tensioni e crescente attenzione in particolare negli Stati Uniti; dall’altra, però, c’è un’oggettiva contesa con l’ISIS, evidente in diversi attacchi, da quello fuori dalla prigione di Ha’ir ai vari bombardamenti e sparatorie intensificatesi dal novembre 2014, che hanno provocato decine di morti. Questi attentati sono da ricondurre all’ostilità che i sauditi, così come le altre famiglie reali del Golfo, generano nello Stato Islamico, che li considera nemici alla pari del mondo occidentale. Dal punto di vista interno, invece, sono stati diversi gli interventi in ottica antiterroristica. A partire dagli anni ’90, sono state fatte grandi riforme nel sistema educativo e in ambito religioso per ovviare a una situazione in cui i giovani subivano la radicalizzazione e il reclutamento da parte dei terroristi; inoltre, si sta agendo sulla comunicazione e, più in generale, sulle cause piuttosto che sulle conseguenze: è stato al riguardo istituito anche uno staff di 262 ricercatori ed esperti incaricati dello sviluppo di partnership con le ONG finalizzate alla formulazione di programmi di contrasto alla radicalizzazione e di riabilitazione. Le autorità saudite, però, lamentano il fatto che i media occidentali non abbiano una precisa percezione dei cambiamenti avvenuti nel Paese.

Passato

Nel 1932 vi fu la proclamazione del Regno di Arabia Saudita, costituito il 23 settembre. Fin da subito, il wahhabismo divenne ideologia di Stato, e si crearono organismi fedelissimi al re, quali il corpo armato Ikhwan e la categoria dei Mutawwa’a, gli esperti religiosi: questa saldatura tra forza fisica e “forza spirituale” fu il quid che permise al neonato Regno di imporsi come protagonista regionale. La morte di re Saud, nel 1953, non minò il potere della casa reale, che aveva ormai saldamente il controllo del Paese grazie a una rete di familiari e funzionari che si sarebbe ampliata nel tempo. Nel 1964 salì al potere Faysal, il quale diede vita a una fase di riforme e modernizzazione. Non si pensi però a un’azione nel senso “occidentale” dell’espressione: la sharia rimase al di sopra del sovrano, non furono istituiti partiti politici, la monarchia restò assoluta. Si ebbe tuttavia un grande miglioramento dal punto di vista economico e, in un certo senso, anche dell’educazione e dell’istruzione (ci fu ad esempio l’avvento della televisione nel 1963). Attraverso la Lega musulmana mondiale, fondata nel ’62 su iniziativa di Faysal, fu perseguita la politica del panarabismo, con la quale l’Arabia Saudita portò avanti il progetto volto a imporsi come Stato leader del mondo arabo, e non solo.

Nel 1975 Faysal venne assassinato dal figlio del suo fratellastro, Faysal bin Musad, forse per vendicare la morte del padre avvenuta durante i tumulti seguiti all’introduzione della TV: il regicida fu condannato a morte, e la decapitazione fu eseguita il 18 giugno 1975, alle 16:30.

I successori non furono all’altezza di Faysal, tanto che seguirono anni in cui l’Arabia Saudita conobbe un progressivo indebolimento della sua coesione politica, parallelo a una crescita dell’opposizione. Con un attacco armato alla Grande Moschea della Mecca nel 1979 (il cosiddetto Sequestro della Grande Moschea), un gruppo di dissidenti islamici che sostenevano un compagno quale Mahdi (il cosiddetto atteso redentore dell’Islam) invitarono i credenti a seguirli, incitandoli a rovesciare la monarchia: inutile dire che il tentativo fu represso nel sangue. Dopo questo fatto, le proteste aumentarono e il regime venne messo in crisi, nacquero movimenti e organizzazioni umanitarie, per esempio la Shawa, “rinascita”.

Negli anni ’80 si verificò anche la crisi degli introiti petroliferi, e la monarchia reagì enfatizzando il ruolo religioso: Fahd – succeduto a Khalid – si dichiarò custode dei luoghi santi. Inoltre, fece anche concessioni politiche, creando il Consiglio consultivo nel 1992, e aumentò i contatti con Europa e Usa, le cui basi militari erano state ospitate durante la Guerra fredda.

In particolare, nel conflitto bipolare l’interesse comune era quello di prevenire l’ingresso dell’Unione Sovietica in ambito mediorientale, visto che l’Urss aveva tra i suoi baluardi l’Iran. La presenza americana nella regione beneficiò dell’apporto saudita soprattutto nelle guerriglie antisovietiche in Afghanistan.

Nei primi anni ’90, l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein fu fronteggiata da una coalizione capeggiata dagli americani, ospitati su suolo saudita. Al contempo, però, questa presenza non fece che incoraggiare la crescita di gruppi come al-Qaeda, il cui leader Osama bin Laden sfruttò tutto il risentimento popolare contro il ruolo assunto dagli Stati Uniti in Medio Oriente.

La svolta epocale – in termini globali, e non solo di rapporto tra americani e sauditi – fu l’attacco alle Torri Gemelle l’11 Settembre 2001: in breve tempo risultò evidente che la maggior parte degli attentatori era di nazionalità saudita, e le relazioni tra i due Paesi ne risentirono pesantemente.

Nel 2003 alcuni terroristi sospettati di legami con al-Qaeda uccisero 35 persone – tra cui diversi stranieri – a Riyad; ci furono anche altri attacchi, con obiettivo i lavoratori stranieri e soprattutto, in anni recenti, gli sciiti che abitano nelle province orientali.

Dopo la morte di Fahd nel 2005, salì al trono Abdullah bin Abdulaziz Al Saud, che de facto governava il Paese già da una decina di anni. Il Regno di Abdullah è stato contrassegnato da un moderato riformismo: l’esempio principale riguarda la figura della donna, alla quale per la prima volta sono state aperte le porte del Majlis, pur continuando a permanere il divieto del diritto di guidare. Queste contraddizioni hanno segnato il periodo di Abdullah, sia a livello interno che internazionale: in prima linea, a fianco degli Usa, nella lotta al terrorismo, ma al tempo stesso finanziatore di estremismi locali nei vari Paesi del Medio Oriente in funzione di contrasto del grande nemico iraniano.

E sarà un Regno in continuità con quello di Abdullah anche questo di Salman, come lui stesso ha dichiarato.

Presente

Il presente dell’Arabia Saudita è un tempo di transizione. Il paese infatti sta vivendo un grande passaggio generazionale, e i nuovi leader che si affacciano sulla scena politica sono chiamati a gestire un passaggio di consegne tanto delicato quanto decisivo per l’importanza delle tematiche in gioco: diversificazione economica, diritti umani e “democrazia” a livello interno, posizionamento regionale e lotta al terrorismo in campo internazionale sono solo alcune delle sfide che attendono la monarchia degli al-Saud. Rispetto a ciò, bisogna fare due discorsi diversi, pur se tra loro intimamente interconnessi: uno in merito allo scenario regionale, l’altro a quello globale. Per quanto riguarda il primo, sono due le principali partite in cui l’Arabia Saudita si sta giocando la leadership del Medio Oriente: il rapporto con l’altra grande potenza regionale, l’Iran, e l’intervento nella guerra in Siria.

La rivalità tra Iran e Arabia Saudita è da sempre molto accesa, anche tenendo conto che sono i due maggiori stati che rappresentano le due “correnti” dell’Islam, quella sciita (predominante in Iran) e quella sunnita (la maggiore in Arabia Saudita). A questa motivazione religiosa si affianca certamente quella politico-economica, che va di pari passo con le alleanze internazionali (per questo gli scenari sono molto interdipendenti). Se, infatti, come abbiamo detto precedentemente, fino a poco tempo fa si poteva considerare la monarchia saudita come una sorta di avamposto statunitense nel Medio Oriente, oggi questa dizione non sembra più essere valida, principalmente per due motivi: il primo dovuto ad un generale disimpegno degli USA dal teatro mediorientale, a favore dell’area pacifica; il secondo seguente all’accordo raggiunto dall’Iran con i maggiori componenti della comunità internazionale, che ha permesso alla Repubblica Islamica di riaccreditarsi politicamente e soprattutto di essere sgravata dalle sanzioni economiche che le vietavano il commercio con l’estero, in particolare il commercio di petrolio. Da quando infatti l’accordo è stato siglato, e l’Iran ha ricominciato ad esportare petrolio in gran quantità, il prezzo della materia è inevitabilmente sceso, peraltro in modo drastico: da qui le drammatiche difficoltà economiche dell’Arabia Saudita.

Perciò questa relazione è cruciale, per la sua delicatezza: negli ultimi anni, infatti, ci sono stati diversi momenti di tensione (diplomatica, e non solo) tra le due potenze, la principale delle quali ha avuto come sfondo proprio il contrasto religioso: a seguito dell’esecuzione, il 2 gennaio 2016, del leader sciita saudita Sheikh Nimr al-Nimr, l’Iran ha prima visto un assalto all’ambasciata saudita a Teheran, poi vietato ai suoi cittadini il pellegrinaggio alla Mecca, formalmente per motivi di sicurezza. La tensione è tale, che ci si domanda se mai esploderà in un conflitto vero e proprio: tale eventualità sembra essere realmente difficile, sia perché l’Arabia Saudita non ne ha la capacità numerica, sia soprattutto perché è nell’interesse di entrambi mantenere una sorta di equilibrio nella regione; tuttavia, i due fronti si scontrano in diversi conflitti minori, le cosiddette “proxy wars”, su tutte Siria e Yemen, né perdono occasione per assestarsi colpi diplomatici, politici ed economici. Un conflitto “tradizionale” sarebbe un colpo duro alle ambizioni di entrambi, in particolare a quelle dell’Arabia Saudita di presentarsi come leader credibile della regione in grado di opporsi alla violenza del terrorismo, all’instabilità e al collasso degli stati vicini. Peraltro, è questo che le due potenze hanno compreso dopo l’esperienza di Iraq e Iran tra il 1980 e il 1988. Detto ciò, una soluzione del conflitto non è all’orizzonte: Riyad, anzi, sembra essere realmente ossessionata dall’accreditamento internazionale iraniano, al quale ha risposto con la creazione – controversa, in quanto sono stati inseriti Stati senza che questi avessero accettato o ne fossero addirittura a conoscenza – di una coalizione di 34 paesi del mondo sunnita per combattere il terrorismo. Proprio l’endorsement di gran parte di questi paesi, però, avalla la linea di Riyad, la cui intransigenza non può che portare ad un divario ancor più marcato tra sunniti e sciiti; tra questi molti paesi del GCC e della Lega Araba, i cui Ministri degli Esteri hanno rilasciato dichiarazioni in cui supportavano le azioni saudite contro gli “atti terroristici” iraniani, volti ad immischiarsi negli affari delle nazioni arabe.

L’altro nodo della politica estera saudita, collegato in modo diretto a quello iraniano, è lo scenario della guerra in Siria. Riyad, insieme alle alleate Ankara e Doha, ha infatti l’obiettivo di rovesciare il regime dello sciita-alawita Bashar al-Assad, nel tentativo di spezzare la cosiddetta “mezzaluna sciita” che parte dall’Iran e arriva in Libano passando per Bahrein, Iraq, e – appunto – il regime di Assad (la popolazione siriana in sé è di maggioranza sunnita per oltre il 70%). Arabia, Turchia e Qatar hanno compreso che l’uscita di scena di Assad non era raggiungibile diplomaticamente, ma solo con le armi: si possono individuare i supporti saudita e turco/qatariota rispettivamente per i guppi Jaysh Al Islam (un insieme di dodici ulteriori gruppi ribelli) e Ahrar Al Sham (una fazione ultraconservativa che conta più di 25 mila soldati). Ciò è confermato dal fatto che ogni minimo riferimento alla situazione siriana fatto da membri del Governo presenta continui e quasi ossessivi riferimenti all’Iran: quest’ultimo è accusato di rifiutare il dialogo, di supportare Hezbollah se non Daesh, di voler destabilizzare la regione esportando la rivoluzione, di presentarsi in vesti diverse a seconda dell’interlocutore e di essere in combutta con la Russia nel supporto al regime siriano. E, in effetti, molte se non tutte le affermazioni hanno più di un fondo di verità: il che, tuttavia, non toglie le corresponsabilità saudite nel conflitto.

I prossimi obiettivi, invece, sono l’integrazione dei mercati finanziari, un progetto di rete ferroviaria in comune e il mercato comune, ma soprattutto la creazione di un comando militare unificato e l’accelerazione dell’integrazione degli apparati di difesa: delle fughe di notizie pubblicate da Al Hayat e Asharq Al-Awsat hanno rivelato che il nuovo comando collaborerà con la coalizione internazionale antiterrorismo capeggiata dagli USA, mentre alcuni commentatori hanno espresso la prospettiva che esso diventi una sorta di NATO araba, per affrontare le sfide alla sicurezza della regione.

Questo ci offre l’occasione per introdurre il discorso in merito alla NATO. La cooperazione tra l’Arabia Saudita (e in generale i paesi del Golfo) e l’Alleanza Atlantica è intensa, anche se necessita di diverse migliorìe: ad esempio, è necessario arrivare ad una definizione condivisa di terrorismo, così da identificare con chiarezza un nemico da combattere e le strategie per farlo, il che non è scontato se si considera che l’Arabia Saudita ha dichiarato la Fratellanza Musulmana un’organizzazione terrorista, creando frizioni con Qatar e altri stati del GCC.

Al netto di questi fattori, dunque, si può pensare che la posizione della NATO nel Golfo possa rafforzarsi, essenzialmente per due motivi: il primo è il disimpegno americano a favore dell’area del Pacifico, il secondo è la maggiore presenza militare europea, che beneficia di due basi militari (una britannica in Bahrein e una francese negli EAU).

Sono poi da menzionare le relazioni con l’Unione Europea, anch’esse svolte essenzialmente nel contesto del GCC: questo rapporto è disciplinato da un Accordo di Cooperazione firmato nel 1988, mentre tra il 2010 e il 2013 è stato implementato un Programma di Azione Comune.

Futuro

L’ambito più importante in cui il paese è chiamato ad operare un taglio netto col passato, è quello economico. Come detto precedentemente, non è più sostenibile un’impalcatura economica basata sui ricavi dalla vendita di petrolio, sia per una questione economico/politica (che oggi è evidente nella riduzione del prezzo del barile derivante dalle politiche economiche di Iran e non solo), sia per una motivazione strutturale, di lungo periodo: il petrolio, prima o poi, si esaurirà, e nel frattempo andrà incontro ad una concorrenza sempre più agguerrita da parte di gas (lo shale gas americano in particolare) ed energie rinnovabili. E sebbene il paese abbia 650 miliardi di dollari di riserve in valute estere, ne sono stati persi già un centinaio.

Con una forza lavoro che raddoppierà nel 2030, il paese continuerà a prosperare solo se risveglierà la dormiente economia statista, diversificandola dalla dipendenza petrolifera e stimolando il business privato.

La famiglia reale è ben consapevole dell’importanza di questa tematica, e per questo ha lanciato un ambizioso programma di riforma del paese, chiamato “Vision 2030”. Icona di questo rivoluzionario e visionario progetto è il vice Principe ereditario Mohammed bin Salman, che ne ha presentato i dettagli al mondo intero (esemplare, in questo senso, l’intervista di ben otto ore concessa a Bloomberg).

Il progetto, presentato dallo stesso Mohammed sul sito ufficiale di “Vision 2030”, ha tre principali direttive: la costituzione del più grande fondo di investimenti sovrano al mondo grazie al ricavato della messa sul mercato del 5% di Aramco, che dovrebbe fruttare circa 2 trilioni (ossia 2 mila miliardi) di dollari; la riduzione del welfare, in particolare nelle politiche dei sussidi; e un incentivo alla diversificazione.

Per quanto riguarda il primo punto, in particolare, è da sottolineare per la sua importanza strategica mondiale il fatto che, attraverso il Saudi Arabian Public Investment Fund, l’Arabia Saudita punta a potenziare i propri asset finanziari mediante investimenti ad alto rendimento: obiettivo è passare dall’attuale 5% al 50% entro il 2020 grazie all’acquisizione di percentuali di aziende in grande crescita. Esempio di questa operazioni è stato l’acquisto del 5% delle azioni di Uber, costato ben 3,5 miliardi di dollari (il più massiccio investimento ricevuto dalla società californiana); da notare come sia stato evitato di investire nell’omologa saudita Careem, anche per una ricerca di skills e tecnologie esterne che aiutino a qualificare tutta l’economia domestica.

Questi insomma sono i tre macro-obiettivi, all’interno dei quali si sviluppano moltissimi punti d’azione che investono i più disparati ambiti: da quello delle partnership internazionali, da rinnovare con l’obiettivo di qualificarsi come hub e crocevia dei tre continenti; a quello del capitale umano, da valorizzare fin dalle giovanissime generazioni; passando per quello delle energie rinnovabili, sui quali il Governo ha puntato tanto da voler costruire un’intera città – la King Abdullah City for Atomic and Renewable Energy – sostenibile e fonte di energia alternativa ai combustibili fossili.

Un esempio pratico di questa politica è l’ingente investimento nell’Egitto di al-Sisi.