Taking too long? Close loading screen.

Anagrafica

Mostra tutti
Nome ufficiale: Repubblica Popolare Cinese
Capitale: Pechino
Superficie: 9.596.960 km2
Densità: 146,2 ab/km2
Confini: Afghanistan, Bhutan, Birmania, Corea del Nord, India, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Mongolia, Nepal, Pakistan, Russia, Tagikistan, Vietnam
Popolazione: 1.384.688.986 (2018)
Composizione etnica: Cinesi Han (92,6%), Zhuang (1,3%), Altri (7,1%)
Forma di governo: Repubblica socialista con riforme di mercato
Lingue ufficiali: Cinese standard
Religioni: Atei (52,2%), Buddisti (18,2%), Cristiani (5,1%), Musulmani (1,8%), Credenze popolari (21,9%), Hindu (< 0,1%), Ebrei (< 0,1%), Altro (< 0,7%)
Aspettativa di vita: 75,8 anni
Tasso di natalità: 1,6 (nati/1000 abitanti)
Servizio militare: Servizio obbligatorio di 2 anni, dai 18 ai 22 anni
Scolarizzazione: 96,4 %
Unità monetaria: Renminbi cinese
PIL: 15.543.705 (2019)
Tasso di crescita del PIL: 6,9 % (2017)
Debito pubblico/ PIL: -3,8% (2017)
Export partners: USA (19%), Hong Kong (12,4%), Giappone (6%), Corea del Sud (4,5%) - (2017)
Import partners: Corea del Sud (9,7%), Giappone (9,1%), USA (8,5%), Germania (5,3%), Australia (5,1%) - (2017)

Istituzioni

Quella della Cina è una storia gloriosa: Impero fino al 1911, anno della rivoluzione Xinhai che, dopo la deposizione dell’Imperatore bambino Pu Yi, nel 1912 portò alla Repubblica. Gli anni successivi furono dominati dallo scontro tra le forze nazionaliste e quelle del nuovo Partito Comunista cinese che, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, sfociò in una vera e propria guerra civile terminata solo nel 1949 con la vittoria del Partito Comunista di Mao Zedong e la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese. Dal 1971 la Cina fa parte dell’Onu ed è membro permanente del Consiglio di Sicurezza, e nel corso degli anni è entrata poi progressivamente in numerose organizzazioni internazionali, come l’Organizzazione mondiale del Commercio, l’Asia Pacific Economic Cooperation (APEC) e, da ultimo, la Banca mondiale.

Approfondisci

Oggi la Cina è guidata da Xi Jinping, leader che è riuscito a ottenere un enorme potere, e la cui visione economica sembra orientata a un progressivo sviluppo della Cina verso un ruolo di prevalenza mondiale e verso uno sviluppo sociale tale da far dimenticare i tempi precedenti.

La forma di governo della Repubblica Popolare Cinese è quella propria di un sistema di tipo autoritario, guidato dal Partito Comunista cinese, combinato con un sistema di economia di mercato moderna. Questa struttura ha permesso alla Cina di diventare la seconda economia più grande al mondo, e taluni analisti stimano che presto potrebbe divenire la prima.

La strategia internazionale, a tratti aggressiva, si fonda da un lato sulla delocalizzazione e dall’altro su progetti ambiziosi come la “One Belt, One Road”. L’economia interna, dai tratti fragili, è stimolata attraverso il massiccio operare di imprese finanziate direttamente dallo Stato.

 

La Costituzione definisce la Cina come “uno Stato socialista di dittatura democratica popolare, guidata dalla classe operaia e basata sull’alleanza operai-contadini”, attribuendo al Partito Comunista cinese la guida politica del Paese, la cui vita è determinata dai Congressi nazionali, convocati ogni cinque anni. A differenza dalle esperienze occidentali, fondate su una (più o meno) netta separazione dei tre tradizionali poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), la Repubblica Popolare Cinese ha come supremo organismo statale l’Assemblea Nazionale del Popolo (ANP), i cui rappresentati appartengono esclusivamente al Partito comunista.

Essa ratifica le decisioni del Partito e ha poteri quasi totali sulle altre istituzioni cinesi. Elegge le più alte cariche dello Stato e si compone di 2970 membri di nomina elettiva, approva il bilancio dello Stato e provvede alle modifiche alla Costituzione.

Oltre all’Assemblea Nazionale, altre istituzioni fondamentali sono il Consiglio di Stato (massimo organo esecutivo), il presidente della Repubblica Popolare Cinese, la Corte Suprema del Popolo, il Procuratore Supremo del Popolo (con poteri di controllo sull’attuazione delle politiche e dotato di poteri di azione penale) e la Commissione Militare Centrale.

Economia

Dalla fine degli anni ’70, la Cina ha vissuto un’evoluzione da un sistema chiuso e pianificato a uno più moderno e globale, orientato al mercato. Le riforme sono state attuate in modo graduale, con conseguenti incrementi di efficienza, e hanno contribuito a una decuplicazione del PIL dal 1978, instaurando un “patto tacito” con i cittadini che, a fronte della riduzione dei diritti sociali e politici, hanno visto aumentare progressivamente il loro livello di benessere. Le riforme sono iniziate con l’eliminazione progressiva dell’agricoltura collettivizzata fino ad arrivare alla graduale liberalizzazione dei prezzi, al decentramento fiscale e all’aumento dell’autonomia per le imprese statali. La crescita del settore privato, lo sviluppo dei mercati azionari e un moderno sistema bancario e di apertura al commercio estero e agli investimenti sono stati poi stimolati dall’ingresso nell’Organizzazione mondiale del Commercio, nel 2001. La Cina è oggi una delle economie in più rapida ascesa al mondo, con una media di oltre il 7% di crescita reale all’anno, pur se l’attuale guerra commerciale con gli Stati Uniti metta a rischio il mantenimento di simili tassi di sviluppo.

Approfondisci

La Cina continua a perseguire una politica industriale attuata attraverso il fortissimo sostegno statale in settori chiave, combinato a un regime di investimento estero restrittivo. Nonostante un tasso di crescita ancora molto maggiore rispetto ai dati provenienti dall’Europa, l’innegabile rallentamento di un’economia ancora fin troppo legata al credito pubblico delle aziende a conduzione statale (SOEs) non manca di destare serie preoccupazioni. Tale politica economica, infatti, associata ai rischi derivanti dalle iniquità prodotte dall’esclusivo sviluppo delle aree costiere, dalla presenza di circa 280 milioni di lavoratori migranti con basso accesso all’istruzione e senza accesso al welfare (che prima o poi dovranno rientrare in Patria) e dal rapido invecchiamento della società (dovuto anche alla “politica del figlio unico”), potrebbe concorrere sul lungo termine a far collassare su sé stessa l’attuale seconda più grande economia al mondo. Ulteriori sfide riguardando la riduzione dell’alto tasso di risparmio interno e il consumo domestico relativamente basso, l’innalzamento dei salari, la creazione di una classe media con relativo welfare al fine di sfogare la sovrapproduzione e stimolare il commercio interno, il mantenimento dell’estrema produttività attraverso una sempre migliore allocazione delle risorse.

Nonostante queste potenziali gravi criticità, la Repubblica Popolare è il più grande esportatore e la più grande Nazione commerciale al mondo. Non mancano accuse di dumping e di “colonizzazione commerciale” da parte di molti Stati, fondate sulle pratiche commerciali cinesi che spesso hanno a che fare con prodotti di bassa qualità a basso costo o con l’acquisto di aziende occidentali da cui reperire know how.

 

L’iniziativa che però sembra in grado di comporre unitariamente tutti questi problemi (e dalle enormi potenzialità economiche e politiche) è la “Belt and Road initiative”: concepita come una moderna restaurazione della Via della Seta – comprendente sia una rotta marittima che una terrestre -, questo ambizioso progetto viene ritenuto idoneo a sfogare la sovraproduzione cinese, soprattutto nel settore manifatturiero e siderurgico, grazie agli investimenti necessari alla costruzione di strade, rotaie e porti previsti al fine di connettere direttamente la Cina con la regione del Mediterraneo, l’Asia, l’Africa e la Russia. Secondo moltissimi analisti, qualora questo progetto vedesse luce, la Cina riuscirebbe da un lato a risolvere i suoi squilibri e, dall’altro, a ottenere uno spazio commerciale tale da renderla probabilmente egemone per molto tempo a venire.

Società e diritti

La Cina è il Paese più popoloso del mondo al punto che, al fine di ridurre il tasso di natalità, sono state attuate campagne di pianificazione familiare tra le quali, in particolare, la “politica del figlio unico” in vigore dal 1979 al 2015, che hanno però generato profondi squilibri nella bilancia demografica. Infatti, per effetto della tradizionale preferenza per i maschi (che tra l’altro ha intensificato la pratica dell’infanticidio femminile), il loro numero è superiore a quello delle femmine, e in forte crescita è il numero degli ultrasessantenni.

La fuga dalle zone rurali sottosviluppate ha poi influito sull’inurbamento nelle grandi aree metropolitane, che sta portando a un elevato consumo del suolo coltivabile. Dalla metà del XIX secolo, inoltre, un’elevata emigrazione ha portato numerose comunità cinesi in Asia sudorientale, America ed Europa, con una stima di oltre 50 milioni di emigrati.

Approfondisci

Dal 1986 il sistema educativo si fonda sull’educazione obbligatoria nella scuola primaria e media, per nove anni di complessiva durata.
Quasi il 30% degli studenti continua a studiare oltre il ciclo secondario dopo aver affrontato spesso il gāokǎo, l’esame di Stato di ammissione all’Università, obbligatorio per molti istituti. Tuttavia è ancora rilevabile ad oggi un grande divario nelle diverse scuole del Paese, enfatizzato anche dalla diversa allocazione di risorse sul territorio.
I bisogni relativi alla salute del popolo cinese sono organizzati dal ministero della Salute con gli uffici sanitari locali. Nonostante i significativi miglioramenti della salute dei cittadini e la costruzione di strutture mediche moderne, la Cina deve affrontare diversi problemi, ad esempio le malattie respiratorie causate dall’inquinamento atmosferico diffuso e l’aumento dell’obesità tra i giovani abitanti dei centri urbani. La sanità in Cina è stata nel tempo in gran parte privatizzata, registrando un significativo aumento della qualità ma, nel 2009, il governo ha anche intrapreso un programma triennale dal valore di oltre 120 miliardi di dollari, che ha portato il 95% della popolazione ad avere una copertura di base come assicurazione sanitaria.

La Costituzione cinese garantisce formalmente la libertà di credo religioso, proibendo forme di intolleranza e coercizione. La realtà delle cose, tuttavia, è ben più complessa. Il culto degli antenati, derivato dal confucianesimo, è l’espressione più evidente del pensiero che condiziona la morale e lo stile di vita dei cinesi e, nonostante non sia tra le dottrine ufficiali, la sua influenza sullo stile di vita e sull’etica della popolazione è sensibile. Le religioni ufficialmente riconosciute, e quindi gestite a livello statale, comprendono il Buddhismo, il Taoismo, il Cristianesimo e l’Islam, e se da un lato il riconoscimento ufficiale consente il culto di queste religioni, dall’altro comporta l’obbligo di giurare fedeltà allo Stato da parte delle loro gerarchie religiose. Per il cattolicesimo, ad esempio, lo Stato cinese non riconosce i vescovi nominati dalla Santa Sede, avocando a sé il loro diritto di nomina. I cattolici cinesi fedeli alla Chiesa romana sono quindi, ancora oggi, costretti a celebrare i propri riti in clandestinità.

Da molte parti si rileva come necessaria una riforma sociale, in quanto le libertà personali e politiche sono ancora sostanzialmente limitate. Nonostante quanto previsto dalla Costituzione a livello di diritti, simili a quelli occidentali, tali disposizioni non garantiscono in realtà una significativa protezione contro l’azione penale da parte dello Stato. Dal punto di vista della libertà di stampa, nel 2016 la Cina si è classificata al 176° posto su 180 Stati presi in considerazione.
Condanne senza processo, aborti obbligati, confessioni forzate, torture, restrizioni dei diritti fondamentali e il ricorso eccessivo alla pena di morte sono altre critiche che il governo è solito ricevere in tema di diritti umani, così come le accuse di repressione su vasta scala nelle regioni del Tibet e nello Xinjiang. A tutto ciò il governo cinese ha risposto sostenendo spesso che il diritto allo sviluppo economico è un prerequisito per tutti gli altri tipi di diritti umani e che tale concetto dovrebbe tener conto del livello attuale di un Paese in fase di sviluppo economico.
Negli ultimi tempi, però, alcuni politici cinesi si sono espressi a sostegno di una progressiva democratizzazione della società e sono stati condotti alcuni grandi sforzi sul terreno di riforma. Tra il 2000 e il 2010 il governo cinese si è dimostrato sempre più aperto verso le ONG che offrono soluzioni pratiche ed efficienti ai problemi sociali. Tuttavia tali attività del “terzo settore” sono rimaste fortemente condizionate dalla politica del governo.

Difesa e sicurezza

La Cina è considerata sia una potenziale superpotenza militare globale sia una grande potenza regionale. Seppur non esistano dati ufficiati sul numero di testate effettivamente operative, ma solo sui vettori, la Repubblica Popolare è uno degli Stati in possesso di armi nucleari e nel 1992 ha aderito al Trattato di non proliferazione. Vari organismi di monitoraggio delle potenze atomiche stimano il numero in 240, ma circolano anche cifre ben più alte.

Approfondisci

Il fulcro delle Forze armate è costituito dall’Esercito Popolare di Liberazione che, con circa 2.285.000 soldati, è il più grande al mondo. Nel 2015 il bilancio dedicato alla difesa ammontava a 145 miliardi di dollari, posizionando il Paese al secondo posto su scala globale. Alcuni analisti, tuttavia, ritengono che questi dati non corrispondano alla realtà e che le spese siano molto maggiori.
Negli ultimi anni la Cina ha compiuto notevoli progressi nella modernizzazione delle sue forze militari: nell’aeronautica, con l’acquisto di aerei da combattimento russi, lo sviluppo di un proprio aereo stealth e quello di numerosi droni da combattimento; nella forza terrestre, sostituendo l’ormai vecchio equipaggiamento di carri armati e sviluppando o acquistando numerosi sistemi missilistici avanzati, tra cui missili anti-satellite, e ICBM nucleari lanciati da sottomarini; nella forza navale, con la produzione nel 2000 della prima portaerei, e con la dotazione di una consistente flotta di sottomarini, tra cui otto di attacco a propulsione nucleare.
Sulla base dei dati forniti dall’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, la Cina è divenuta dal 2010 il terzo esportatore al mondo delle principali armi.

Passato

La Cina ha una storia gloriosa: testimonianze fossili documentano che fosse già abitata fin dal Paleolitico e la prima dinastia registrata appartiene al XXI secolo a.C. Organizzata inizialmente in proto-feudalesimo, nel quale tutte le dinastie si susseguirono nel tempo al comando, l’unificazione del potere regio e del Paese sotto il dominio del re di Qin, portò alla nascita dell’Impero. Dotato di un’organizzazione burocratica, per circa mille anni diverse dinastie si susseguirono al governo dell’Impero fino a quando, nel XIII secolo d.C., le prime scorrerie mongole furono presagio della conquista subìta che, durata più di 100 anni, terminò grazie al futuro fondatore della dinastia Ming Zhu Yuanzhang, che riuscì nell’impresa riunendo sotto la sua guida le forze autoctone.
La fine della dinastia avvenne nel 1644, ad opera del ribelle Li Zicheng, che nel 1644 occupò la capitale Pechino. Tuttavia, nel giro di due decenni, la burocrazia cinese riuscì a riconquistare il Paese grazie all’aiuto dei Mancesi, fondatori della dinastia Qing e secondo popolo straniero conquistatore dell’intero territorio. La morte dell’imperatore Qianlong, gli effetti delle guerre e della decadente amministrazione e l’aumento della popolazione determinarono nel corso del 1800 un graduale impoverimento del Paese in un momento in cui l’espansionismo industriale e commerciale, soprattutto inglese, premeva fortemente per un’apertura del commercio cinese. Queste tensioni sfociarono nella prima guerra anglo-cinese, detta dell’oppio (1839-42), che si concluse quando l’Inghilterra ottenne Hong Kong e quando diversi porti furono aperti al commercio. Vent’anni dopo, il Trattato di Tianjin pose fine a una seconda guerra anglo-franco-cinese, sancendo il raddoppio dell’ammontare dell’indennità dovuta alla Gran Bretagna, l’apertura di altri porti e il diritto di reclutare manodopera cinese. La guerra cino-giapponese scoppiò poi alla fine dell’800 e nel 1912 l’ultimo Imperatore venne deposto. Dieci anni dopo, a Shangai, per iniziativa di un gruppo di intellettuali illuministi convertiti al marxismo, nacque il Partito Comunista cinese ed emissari del Comintern giunsero in Cina. Seguirono nuove divisioni e nuove guerre civili fino a quando, alla fine della Seconda guerra mondiale, il capo incontrastato del movimento comunista cinese, Mao Zedong, proclamò a Pechino la nascita della Repubblica Popolare di Cina, mentre le opposizioni nazionaliste presero il controllo di Taiwan grazie al sostegno statunitense.
Seguì un periodo di grande riforme che incise sulla vita del popolo e dell’amministrazione cinese. Anche la politica estera fu caratterizzata da una progressiva radicalizzazione in senso antimperialista, entrando peraltro in conflitto con la politica sovietica di coesistenza pacifica. Questi contrasti portarono nel 1960 al ritiro di tutti i tecnici sovietici e alla sospensione degli aiuti da parte di Mosca. I rapporti peggiorarono ulteriormente con l’avvio della “grande rivoluzione culturale proletaria”, nella metà degli anni Sessanta.
Mentre questi contrasti si acuivano, la Cina cercò sponde in Occidente, tentando un riavvicinamento agli Usa e agli altri Paesi occidentali.
Sul fronte interno, la morte di Mao Zedong nel 1976 potenziò le istanze moderate del Partito comunista, e con l’ascesa al potere di Hua Guofeng l’ala sinistra del Partito fu definitivamente sconfitta. Iniziò dunque il processo di decentramento e di liberalizzazione dell’economia, di riforma del sistema amministrativo e di profonda revisione ideologica. Ormai saldamente al potere nel partito e nello Stato, la nuova leadership cinese, moderata e tecnocratica, sviluppava così nel corso di venti anni una politica di modernizzazione del Paese, ampliando la crescita economica grazie a liberalizzazioni e aperture verso l’esterno. In questi anni ci furono vittorie anche sul fronte esterno e l’aspirazione ad arrivare a una completa riunificazione del territorio si realizzò attraverso gli accordi di restituzione di Hong Kong nel 1997 e di Macao nel 1999. Mentre avveniva un riavvicinamento con l’Urss, consentendo una ripresa degli scambi commerciali e della cooperazione tra i due Paesi, gli aiuti militari degli Usa a Taiwan acuivano i rapporti con l’Occidente.
Queste tendenze spinsero il Congresso ad approvare un nuovo progetto di riforma amministrativa che ridusse l’apparato burocratico e rilanciò la politica di liberalizzazione economica al punto da portare nel 2001 all’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio. La liberalizzazione economica fu però accompagnata dalle repressioni e dal controllo politico verso i dissidenti e verso la popolazione in generale. Da questo momento, vennero conseguiti enormi risultati in termini di crescita del PIL, superiori al 9%, che portarono la Repubblica Popolare al secondo posto nella graduatoria mondiale, dopo gli Stati Uniti.

Presente

La Cina è oggi uno dei maggiori player globali nel settore economico e finanziario, nell’ambito della sicurezza internazionale e del cyber. Anno dopo anno, Pechino sta riuscendo a imporsi come nuovo e imprescindibile attore dell’ordine mondiale. L’obiettivo principale della leadership è il mantenimento di una costante stabilità politica interna, al fine di garantire sia la sopravvivenza del regime, che dipende in larga misura dalla continua crescita economica, sia il riequilibrio dei disordini strutturali derivanti dalle politiche compiute, che sul lungo periodo potrebbero portare al collasso dell’economia.
Xi Jinping, Segretario generale del Partito Comunista Cinese, presidente della Repubblica Popolare e presidente della Commissione militare centrale, ha fatto della sua visione di un “Sogno cinese” (l’ascesa del Paese a livello militare, economico e culturale entro la metà del secolo) il marchio di fabbrica dell’amministrazione. Sotto il nuovo leader, la Cina sta subendo una trasformazione politica ed economica importante che, da un lato, ha portato grande prosperità ma che, dall’altro, ha spinto il Paese verso un’estrema centralizzazione del potere nelle mani del suo leader, il quale ha ormai indubbiamente acquisito un’autorità personale nel sistema politico cinese maggiore rispetto a qualsiasi altro leader fin dai tempi di Mao.
Le recenti azioni della Cina, comprese le rivendicazioni territoriali e le attività nei mari dell’Est e del Sud, hanno suscitato preoccupazioni e rivelato la volontà cinese di conquistare un ruolo sempre più centrale. Inoltre, dal 2015, il renminbi è stato incluso nel paniere delle riserve monetarie del Fondo Monetario Internazionale (assieme al dollaro, all’euro, alla sterlina e allo yen), offrendo al governo cinese un “seal of approval” della comunità internazionale da sfruttare a uso e consumo interno.
In Africa il ruolo cinese è assolutamente di primo piano: da anni i commerci raggiungono i 300 miliardi di dollari, offrendo 2 milioni di posti di lavoro. Già largamente partecipe alle missioni di pace dell’Onu compiute in quest’area, l’evoluzione della politica estera cinese è rilevabile nelle azioni volte alla protezione dei propri interessi: agli investimenti economici viene affiancata una tutela militare indiretta. Un importante esempio al riguardo è individuabile nel pronto annuncio da parte del governo di Gibuti, partecipe alla “Via della Seta Marittima”, della concessione di un avamposto militare a Pechino nel proprio territorio per favorire le operazioni antipirateria a tutela della rotta commerciale.
Se dalla fine degli anni ’70 la leadership politica cinese ha costantemente perseguito riforme graduali che hanno fatto del Paese la seconda economia al mondo, ciò è riuscito grazie al mantenimento di un “contratto sociale non scritto” con la popolazione, in base al quale la partecipazione politica veniva limitata in cambio della garanzia di una crescita economica costante e di un tenore di vita in rapido miglioramento. Tuttavia, questo ha iniziato a mostrare elementi di fragilità negli ultimi tempi, e nonostante l’adesione all’Organizzazione mondiale del commercio e le molteplici promesse di riforma, i tentativi di Pechino di far diventare il sistema più simile a un’economia di mercato si sono rallentati. Circa il 60% del PIL cinese è generato da imprese statali che rappresentano circa la metà del credito bancario, producendo però solo circa il 20% della produzione industriale.
La grande recessione del 2008 ha poi rappresentato un tornante per la Repubblica Popolare, ponendola di fronte a nuove importanti sfide: nell’affrontare la crisi, il governo cinese decise di immettere un pacchetto di stimoli economici del valore di 586 miliardi di dollari (Yongding, 2008) che, sebbene risultò efficace ad acquisire know-how dalle imprese occidentali attraverso il loro stesso acquisto, determinò negli anni successi un eccesso di capacità produttiva. Eccesso produttivo che, unito al rallentamento della crescita economica, agli squilibri demografici e sociali interni, all’incompiuta creazione di una classe media e di un welfare state, cerca di trovare ipotetica “salvezza” nel progetto della “Via della Seta”.
L’attuale guerra dei dazi con l’America, infine, costituisce un elemento di assoluto rilievo nell’andamento dell’economia cinese che sembra rallentare. Ai segnali distensivi sono più volte seguiti passaggi che hanno riacceso il conflitto, spostando nel futuro ogni ipotesi di risoluzione della controversia economica.

Futuro

Comprendere le origini dell’ambizione della leadership cinese nel voler trasformare la Nazione in un’economia pienamente sviluppata e moderna, in una vera potenza globale entro pochi decenni, è fondamentale per seguire la direzione della politica economica e della politica estera cinese.
Qualora Pechino riuscisse a realizzare i suoi piani, secondo molti analisti il mutamento degli equilibri geopolitici sarebbe evidente, forse anche permanente, se non estremamente duraturo. Altri analisti rilevano invece che, qualora Pechino non avesse successo, i quattro decenni di crescita impressionante potrebbero terminare, considerando sia l’instabilità del sistema economico sia le conseguenze delle politiche attuate fino ad oggi, oltre che le aspirazioni delle altre superpotenze mondiali. Resta però il fatto che Pechino sia ormai un player di assoluto rilievo, pienamente inserito in molte dinamiche che caratterizzano le vicende dei Paesi occidentali oltre che dei suoi vicini.