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Anagrafica

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Nome ufficiale: Stato di Israele
Capitale: Gerusalemme (dichiarata da Israele)
Superficie: 20.770 km2
Densità 405 ab/km2
Confini: Egitto, Striscia di Gaza, Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania
Popolazione: 8.424.904
Composizione etnica: Ebrei 74,4%; Arabi 20,9%, altri 4,4%
Forma di governo: Democrazia parlamentare
Lingue ufficiali: Ebraico
Religioni: Ebrei 74,7%, Musulmani 17,7%, Cristiani 2%, Drusi
Aspettativa di vita: 82,7 anni
Tasso di natalità: 2,63 bambini per donna
Servizio militare: 18 anni per il servizio militare, 17 per il servizio militare volontario; il servizio militare è obbligatorio per entrambi i sessi e dura 32 mesi per gli uomini e 24 per le donne
Scolarizzazione: 97,8%
Unità monetaria: Shekels israeliano (ILS)
PIL: 317.1 miliardi (2017)
Tasso di crescita del PIL: 3,3% (2017)
Debito pubblico/ PIL: 60,9% (2017)
Export partners: U.S. 28,8%, U.K 8,2%, Hong Kong 7%, Cina 5,4%, Belgio 4,7%
Import partners: U.S 11,7%, Cina 9,5%, Svizzera 8%, Germania 6,8%, U.K 6,2%, Belgio 5,9%, Olanda 4,2%, Turchia 4,2%, Italia 4%

Istituzioni

Israele è una democrazia parlamentare, ha un presidente, Rueven Rivlin , e un primo ministro eletto dal Knesset, organo legislativo formato da una sola Camera composta da 120 seggi ricoperti da membri direttamente eletti con un sistema di voto proporzionale puro, con soglia di sbarramento al 3,25%, che rimangono in carica per 4 anni.

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Le ultime elezioni si sono svolte il 9 aprile 2019 e hanno visto prevalere la coalizione di destra (composta da Likud con il 30% dei voti e 36 seggi ottenuti,  Shas con il 6,7% e 8 seggi, Torah Unita con il 5,8% e 7 seggi, Israel Beitenu con il 4,2% e 5 seggi, United Rigth con il 4,2% e 5 seggi, Kulanu con il 3,3% e 4 seggi) che ha conquistato 65 seggi. Benché il partito Blue and White del generale Gantz abbia ottenuto pressoché lo stesso numero di seggi del Likud (35), questa forza non può contare su altrettanti partner di coalizione e dunque la prospettiva è quella di un V governo Netanyahu.

Economia

L’economia del Paese, ovvero il PIL annuo, si compone per il 69,5% di servizi, per il 26,5% dei proventi del comparto industriale e per il 2,4% da quelli derivanti dal settore agricolo. La forza lavoro equivale a 4.021 milioni di persone che sono occupate per l’81,6%. Il tasso di disoccupazione è al 4,2% e la popolazione sotto la soglia di povertà rappresenta il 22% del totale. I problemi che si prospettano in futuro riguardano l’occupazione e la redistribuzione della ricchezza.

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Il taglio del diamante, le strumentazioni high-tech e l’industria farmaceutica/chimica costituiscono per lo più l’export israeliano, stimato su un valore di 58,67 miliardi di dollari, mentre l’import include petrolio, grano, materiali grezzi ed equipaggiamenti militari per un valore totale di 68,61 miliardi di dollari

Dal punto di vista energetico, dopo la scoperta nel 2009 di uno dei più grandi giacimenti di gas mai rinvenuti in Israele, si può ritenere che il Paese raggiunga la sicurezza energetica, tanto che si prospettano grandi investimenti al fine di costruire un gasdotto che colleghi Israele con i Balcani passando per Cipro e arrivando in Europa.

Società e diritti

Si può ritenere Israele, per quanto concerne l’accesso alla sanità (100% della popolazione) e la scolarizzazione (97,8% della popolazione) un Paese molto avanzato. L’aspettativa di vita è di 82,7 anni; 2,63 è il numero di bambini per donna; questi dati, letti congiuntamente, portano a concludere che la popolazione è forte sia dal punto di vista della qualità di vita, sia dal punto di vista della crescita numerica.

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Dal punto di vista dei diritti, si recriminano forti discriminazioni da parte della popolazione palestinese e arabo-israeliana per la soggezione a forti controlli di polizia. Ma Israele si presenta come un Paese laico, fortemente garantista in materia di diritti fondamentali dell’uomo e delle minoranze, e non ha avuto remore a dimostrarlo nelle aule delle proprie corti.

L’opinione pubblica israeliana si presenta divisa sulle questioni di politica estera intraprese dal Likud nei confronti dello Stato palestinese e, in politica interna, sugli orientamenti ultranazionalisti della destra israeliana. Non sono poche le critiche mosse nei confronti di Netanyahu e dei suoi alleati, ma l’opposizione si è rivelata sprovvista di visione e di soluzioni concrete per risolvere gli attuali problemi del Paese. La situazione nei territori occupati dagli insediamenti israeliani crea sempre maggiore malcontento nella stessa popolazione, e sempre maggiore frizione con la popolazione palestinese.

Difesa e sicurezza

L’esercito israeliano è composto da circa 180.000 militari del servizio di leva, ma può contare su 450.000 riservisti che non svolgono quotidianamente funzioni militari ma hanno un’occupazione civile. Ciò rende l’idea della grande capacità logistica e operativa di cui dispongono le Forze di Difesa israeliane.

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Non si è al corrente dei dati relativi agli sviluppi del nucleare, che non sono mai stati pubblicati, ma si sospetta il possesso da parte di Israele di ingenti testate nucleari e termonucleari che rappresentano un fattore di deterrenza per i nemici mediorientali come l’Iran. Inoltre, si può ritenere Israele uno dei Paesi più avanzati al mondo dal punto di vista della tecnologia militare, sia nel campo della produzione vera e propria sia sotto l’aspetto delle modifiche degli equipaggiamenti.

Israele è uno dei pochi Stati al mondo che ha la capacità di lanciare in orbita satelliti di ricognizione di propria produzione. Anche nel settore missilistico, lo Stato israeliano si afferma come uno dei migliori produttori di missili antiaerei e di missili antimissile, ovvero di batterie difensive antiaeree e antimissilistiche.

Passato

Lo Stato di Israele nacque con la dichiarazione di indipendenza il 14 maggio 1948, in un clima di anarchia. Gli inglesi si erano completamente disinteressati del territorio e la sicurezza della popolazione era ormai ai minimi livelli.  L’Igun e il Lechi iniziarono a rispondere ai continui attacchi terroristici degli ultranazionalisti arabi e da qui aumentò l’odio e la tensione fra le due popolazioni.

La Lega araba, la cui costituzione era stata incalzata dalla Gran Bretagna che sperava di poter riconsolidare il proprio potere, l’8 dicembre 1947 dichiarò la guerra santa (così definita dal gran mufti di Gerusalemme, Aja Amin al-Husseini) contro il futuro Stato ebraico e nella notte del 14-15 maggio 1948, appena dichiarata l’indipendenza dello Stato di Israele, Egitto, Iraq, Transgiordania, Siria e Libano passarono all’attacco. Israele uscirà comunque vincitore, riuscendo a riconquistare quasi tutti i territori sottratti.

Da qui in poi si verificheranno tensioni militari e guerre che porteranno al consolidamento del potere di Israele e ne determineranno l’attuale conformazione territoriale.

Nel 1956 la campagna del Sinai vedrà schierato Israele per la prima volta accanto agli inglesi, posto che l’esercito israeliano, approfittando dell’isolamento dell’Egitto di Nasser, avanzò nel Sinai fino al Sharm El Sheik e nella Striscia di Gaza. I territori poi verranno restituiti all’Egitto, solo dopo le minacce dell’Unione Sovietica e le pressioni degli Stati Uniti. Dopo la campagna del Sinai, Israele si trovò in una situazione di isolamento e ciò comportò sul piano diplomatico un avvicinamento agli interessi atlantici: Israele si propose come baluardo dell’Occidente contro il potere sovietico e come punto di snodo cruciale per una politica afro-asiatica degli Stati che avevano appena raggiunto l’indipendenza.

La Guerra dei 6 giorni si inserì nel contesto della Guerra fredda che vedeva l’espandersi del potere sovietico in queste aree a causa dell’indebolimento dell’influenza inglese e del momentaneo disinteresse degli Stati Uniti, impegnati nella questione vietnamita. L’Unione Sovietica sosteneva apertamente Egitto e Siria sia sul piano economico, finanziando investimenti infrastrutturali, sia sul piano militare, provvedendo all’addestramento e all’equipaggiamento dei rispettivi eserciti.  Le due potenze arabe divennero sempre più forti, trovarono nuovi alleati (la Giordania strinse il patto militare del 30 maggio con Nasser), sostegno militare (Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Algeria, Libia, Sudan) e si mostrarono sempre più intenzionate a sferrare un attacco contro Israele, con l’intenzione di eliminarlo dalle carte geografiche per fondare lo Stato palestinese, Patria di tutti gli arabi. L’Egitto aveva ottenuto il ritiro dei Caschi blu nella zona del Canale di Suez dopo l’invito ufficiale formulato da Nasser al Segretario generale delle Nazione Unite, e ciò consentì di bloccare lo stretto di Tiran sul Golfo di Aqaba, unica via di accesso per il porto israeliano di Eliat, in piena violazione del diritto internazionale della navigazione. Sul fronte siriano, nelle alture del Golan si intensificò la presenza di guerriglieri palestinesi, i quali, sostenuti e appoggiati dallo stesso governo di Damasco, sferrarono facilmente attacchi ai villaggi israeliani sottostanti.

La guerra si svolse fra il 5 e il 10 giungo e fu messa in atto da Israele per evitare l’accerchiamento delle forze arabe nemiche. Nei soli primi tre giorni di combattimento, Israele riuscì ad attaccare gli aeroporti egiziani distruggendo cospicua parte delle forze armate arabe, ad avanzare fino al Golfo di Aqaba,  mentre sul fronte siriano e giordano conquistò le alture del Golan, la Città Vecchia di Gerusalemme, Gerico e Betlemme. Le forze arabe ne uscirono definitivamente sconfitte.

Israele vinse la guerra senza che nessuna delle grandi potenze occidentali ne prendesse le sue parti, probabilmente per le pressioni arabe e per la minaccia di embargo sul petrolio.

Le forze arabe sconfitte, sostenute dall’Unione Sovietica, dai partiti della sinistra e dai loro rispettivi mass-media, non accettarono la sconfitta e continuarono ad acuire la situazione, presentando Israele come il baluardo dell’imperialismo occidentale in Medio Oriente.

Il 22 novembre 1967, con la risoluzione ONU 242, si stabilirono le condizioni per giungere a una pacificazione. La risoluzione prevedeva il reciproco riconoscimento di tutti gli Stati in conflitto, il ritiro delle truppe dai territori occupati, la libertà di navigazione, il riconoscimento del diritto di tutti a vivere in frontiere certe e sicure senza il rischio di aggressioni e violenze.

Tuttavia, i movimenti di liberazione palestinese, come l’OLP presieduto da Yasser Arafat, si rifiutarono di accettare la risoluzione 242 e Israele, di conseguenza, mantenne il controllo dei territori occupati come garanzia per le trattative di pace.

In questi anni ci sarà una forte escalation del terrorismo come strumento di lotta contro Israele e si assisterà alla nascita di gruppi terroristici come Settembre Nero.  L’aumento della tensione in tutto il mondo arabo contro lo Stato di Israele culminerà con la guerra del Kippur del 1973. Le forze armate egiziane il 6 ottobre 1973 attraversarono indisturbate il Canale di Suez, mentre i carri armati siriani occuparono le alture del Golan, sfruttando il giorno di festività e non pensando a un’eventuale controffensiva israeliana. La risposta, invece, fu prontamente ideata, guidata ed eseguita dal generale Ariel Sharon, che fece sbarcare il proprio esercito sulle sponde occidentali del Canale di Suez, avanzando verso il Cairo e distruggendo le basi missilistiche egiziane che impedivano un concreto spazio di azione aereo all’aviazione israeliana. L’esercito siriano fu prontamente sconfitto e quello egiziano accerchiato e costretto alla resa.

Il 18 gennaio 1974 Israele ed Egitto trovarono un accordo. Le parti si impegnarono a ritirare le truppe, gli israeliani a porre fine all’assedio della città di Suez e all’accerchiamento delle armate egiziane sul Sinai, mentre l’Egitto si impegnò a iniziare i lavori per il ripristino del Canale di Suez come via di comunicazione internazionale, rendendo concreto un primo passo verso la pace.

Nel settembre 1978, nel vertice di Camp David, l’Egitto di Sadat e Israele si accordarono sul ritiro di Israele dal Sinai, sulla libera navigazione del canale di Suez, dello stretto di Tiran e del Golfo di Aqaba, sul ripristino di normali relazioni diplomatiche, auspicavano per il futuro una disciplina sulla gestione dei territori palestinesi occupati, dove entrambe le potenze avrebbero dovuto facilitare il progressivo consolidamento di un’autonoma amministrazione locale fondata su libere elezioni, con conseguente ritiro degli eserciti di occupazione.

Tuttavia, buona parte del mondo arabo non vide di buon occhio le decisioni dell’Egitto (esemplificativo è l’assassinio di Sadat) che fu messo in una condizione di isolamento e di boicottaggio economico dalla stessa Lega araba, dalla quale fu anzi espulso. Il boicottaggio economico si estese a tutti i Paesi che adottavano politiche filo-israeliane e si rafforzò sempre più l’intransigenza contro lo Stato di Israele.

Un ulteriore, definitivo peggioramento dei rapporti tra Israele e le fazioni palestinesi-arabe si ebbe quando nel 1982 l’Operazione pace in Galilea, nata come missione di polizia diretta a occupare una porzione di territorio alla frontiera israeliana con il Libano per proteggere la popolazione dagli attacchi dei fedayn, si trasformò in un vero e proprio conflitto contro le roccaforti palestinesi, destabilizzando gli equilibri interni del Paese. Il conflitto portò alla sconfitta dell’OLP in Libano, che fu costretto a ritirarsi, con conseguente sequestro degli ingenti arsenali dell’Organizzazione.

La popolazione palestinese si ritrovò stremata dopo il conflitto in Galilea. Questa situazione ormai ingestibile porterà nel 1987 alla prima Intifada, con la conseguente insurrezione della popolazione palestinese in Cisgiordania, un’insurrezione delle classi meno abbienti e di giovani studenti contro l’esercito israeliano di occupazione, che si caratterizzerà negli scontri con lancio di pietre. Inizialmente Israele non reagì, ma in seguito le proteste furono represse con l’uso delle armi da fuoco. Questa tipologia di scontri si estenderà in tutti i territori occupati da Israele fino ad oggi.

Nel 1993 verranno firmati gli accordi di Oslo, in virtù dei quali Israele si impegnò a demandare all’ANP il governo sui territori occupati della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, nel tentativo di risolvere il conflitto.

Presente

Gli accordi di Oslo e la costituzione dell’ANP non sono serviti a placare le frange più estremiste delle fazioni palestinesi e dell’OLP, che continuarono a rivendicare il diritto all’eliminazione dello Stato di Israele. Questa situazione si è acuita dopo la morte del leader dell’OLP, Arafat, il quale aveva invano tentato di mediare fra le correnti più moderate e quelle più radicali.

Rappresentativa di questa situazione è la vittoria del movimento islamista Hamas, dichiaratosi aperto nemico di Israele, nelle elezioni legislative palestinesi. Nel 2007 Hamas ha preso militarmente Gaza, sottraendo l’intera Striscia al controllo dell’ANP. L’aperto sostegno di al-Qaeda prima, e poi di Libano, Hezbollah e Iran dopo, insieme alle continue incursioni perpetuate dai miliziani oltre i confini e lo sfruttamento del malcontento della popolazione contro l’esercito israeliano di occupazione (che nella maggior parte dei casi è presente sui territori “occupati” per effetto degli stessi accordi di Oslo che condizionavano il mandato di governo all’ANP all’esercizio di tali poteri di controllo militare) hanno portato alla completa rottura con Israele. Si sono rivelati vani i tentativi di riappacificazione tra il partito di Al-Fatah e Hamas, la costituzione di un governo di unità nazionale poi esauritosi, le varie tregue: a tutt’oggi le attività di Hamas sul territorio continuano e pare si stiano nuovamente intensificando (va ricordato che il 25 marzo 2019 un missile partito dalla Striscia di Gaza è caduto nella periferia di Tel Aviv, al momento fuori dalla protezione dell’Iron Drome, la cosiddetta cupola di protezione).

Inoltre, lo scenario siriano che vede una fortissima presenza iraniana sul campo, con concessione di basi militari dalle quali partono attacchi missilistici e droni in direzione di Israele, preoccupa molto anche nell’ottica di un possibile passaggio di materiale militare, ovvero missili di nuova generazione, da queste basi al Libano.

Futuro

La vittoria della coalizione della destra israeliana porterà probabilmente a rivendicare la sovranità su alcuni territori occupati dopo la guerra del 1967, come le alture del Golan, e all’intensificazione della politica degli insediamenti. L’elemento innovativo è rappresentato dal fatto che il nuovo governo si prospetta in grado di mantenere ottimi rapporti sia con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che con Vladimir Putin, cercando probabilmente di intensificare le relazioni con le due potenze nel tentativo di avvicinare la Russia in un’ottica anti-iraniana e di definitiva risoluzione della questione siriana. La questione di Hamas rimane aperta, e può essere risolta a livello interno dagli altri partiti palestinesi come Al-Fatah. Si corre comunque il rischio che buone componenti degli altri partiti assumano un orientamento più radicale nei confronti di Israele, favorendo in definitiva il movimento islamista. Basti pensare alle reazioni suscitate con la dichiarazione del presidente degli Stati Uniti di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme (insurrezioni tipiche dell’Intifada).