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Anagrafica

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Nome ufficiale: Libia
Capitale: Tripoli
Forma di governo: Governo di Accordo Nazionale (provvisorio) riconosciuto dall’Onu
Superficie: 1.676.198 km²
Densità 4 ab/km²
Confini: Egitto (est), Sudan (sud-est), Ciad (sud), Niger (sud), Algeria (ovest), Tunisia (nord-ovest), Mar Mediterraneo (nord).
Popolazione: 5.673.031
Composizione etnica: libici (57%), egiziani (8%), berberi (7%), sudanesi (4%), tunisini (3%), altri (21%)
Lingue: arabo
Religioni: musulmani sunniti (97%), altri (3%)
Aspettativa di vita: 75 anni
Tasso di natalità: 20,9 (nati/1.000 abitanti)
Scolarizzazione: 90%
Unità monetaria: dinaro libico
PIL: 38.300 miliardi di $
Tasso di crescita del PIL: -7,4%
Debito/PIL: 4,7%
Export partners: Italia (32,1%), Germania (11,3%), Cina (8%), Francia (8%), Spagna (5,6%), Olanda (5,4%)
Import partners: Cina (14,8%), Italia (12,9%), Turchia (11,1%), Tunisia (6,5%), Francia (6,1%), Spagna (4,6%), Egitto (4,4%), Sud Corea (4,3%)

Istituzioni

Ottenuta l’indipendenza nel 1951, l’ordinamento statale libico vive oggi una fase di travagliata transizione, a seguito della guerra civile scoppiata nel 2015. Sono due i governi che si spartiscono il potere esecutivo nel Paese in questo delicato frangente: quello di Tripoli, sostenuto da una coalizione internazionale e guidato dal premier Fāyiz al-Sarraj, unico esecutivo riconosciuto dall’Onu, e quello di Tobruk, di fatto controllato dal generale Khalifa Haftar, che non riconosce la legittimità del governo di Tripoli.

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A causa della situazione di instabilità che attraversa il Paese e della mancanza di un potere centrale che eserciti il controllo sull’intero territorio libico, le informazioni seguenti riguardano solo il governo di al-Sarraj riconosciuto dall’Onu.

Il potere legislativo è esercitato da un Consiglio monocamerale (Majlis Al Nuwab) formato da 200 deputati. I seggi, di cui 32 riservati alle donne, vengono attribuiti sulla base di un’elezione popolare diretta. Le ultime consultazioni parlamentari si sono tenute nel 2014. Nel novembre dello stesso anno la Suprema Corte libica ha dichiarato incostituzionale la prova elettorale, ma il Consiglio ha respinto la sentenza. L’ultima Costituzione, i cui lavori di preparazione hanno visto un termine, risale al 2011. Dal 2016 l’Assemblea costituzionale lavora alla stesura di un disegno per una nuova Carta.

Economia

L’economia libica, quasi del tutto dipendente dalle esportazioni di petrolio e gas, ha sofferto recentemente delle conseguenze dovute alla guerra civile scoppiata nel 2015 e al calo mondiale dei prezzi del petrolio: gli scontri tra fazioni rivali per il controllo dei giacimenti petroliferi hanno provocato una drastica riduzione della produzione di greggio che non è poi riuscita a risollevarsi, se non raggiungendo un terzo della produzione pre-guerra civile di 1,6 milioni di barili al giorno. Tra le altre criticità economiche, il pagamento da parte della Banca Centrale dei salari dei lavoratori e dei sussidi per benzina e cibo ha causato un deficit di bilancio stimato nel 49% del PIL nazionale.

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Il settore agricolo non è molto sviluppato, se non in alcune zone del Paese come nelle oasi e nelle regioni di Bengasi e Tripoli. La maggior parte delle derrate alimentari viene pertanto importata: tra le produzioni di rilievo, si segnalano le coltivazioni di cocomeri, patate, cipolle e datteri. In Tripolitania è diffusa la coltivazione di ulivi. Il “grande fiume artificiale”, una mastodontica rete idrica di circa 3500 km costruita sotto il passato regime, trasporta l’acqua pompata dal sottosuolo del deserto alle zone costiere di Sirte e Bengasi. A causa dei bombardamenti del luglio 2011, la rete è stata gravemente danneggiata.

Al centro del settore secondario vi sono i grandi giacimenti petroliferi. Tra i più importanti per dimensioni e produzione spiccano quelli di Mabrūk, Al Hufrah, Zaltan, Al Rāqubāh, Al-Baydā. La rete degli oleodotti si estende per un tratto di 175 km. Il sottosuolo contiene anche riserve di gas naturale (dal 2004 un gasdotto collega la città italiana di Gela con quella libica di Melitah), minerali ferrei e soda.

Le raffinerie di petrolio attualmente in funzione si trovano ad Az-Zawiyah, Marsá al-Burayqah, Ra’s Lānūf, Tobruch e Sarīr.

Il petrolio copre il 90% delle esportazioni libiche. Tra i beni importati figurano invece materiale tecnologico, manufatti e prodotti alimentari. Il settore turistico ha subìto gravi danni in seguito al conflitto civile. Prima della guerra, i flussi turistici erano diffusi nel deserto (Akakus, Murzūq) e nei siti archeologici come Leptis Magna e Sabratha.

Società e diritti

Negli ultimi trent’anni la popolazione è raddoppiata in termini numerici per effetto dell’elevata natalità e, a partire dagli anni Sessanta, in conseguenza dei forti flussi migratori. Le regioni aride e desertiche del Fezzan, nel sud del Paese, sono popolate – in larga misura – da tribù berbere nomadi (Tuareg) e seminomadi. La Libia è uno dei principali canali di transito dell’emigrazione africana diretta verso le coste dell’Italia meridionale, in particolar modo dopo la fine del regime dittatoriale di Gheddafi nel 2011.

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La crescente “somalizzazione” del contesto politico-istituzionale della Libia ha trasformato le coste settentrionali del Paese in un enorme campo-profughi, in cui i migranti sono costretti a vivere in condizioni inumane. La gestione delle rotte migratorie è ancora in mano a clan criminali e a milizie armate, che traggono ingenti profitti dalla tratta di essere umani che dall’Africa sub-sahariana giungono negli Stati dell’Unione europea.

Difesa e sicurezza

Con l’epilogo della “primavera araba” libica, il Paese passa sotto l’amministrazione del Consiglio Nazionale di un governo di transizione, organo esecutivo ad interim che ha guidato la fase tra la guerra civile e le nuove elezioni tenutesi il 7 luglio 2012. In quel contesto si è formato un Congresso nazionale di 200 membri presieduto da un nuovo Primo ministro. Il 14 febbraio 2014 il generale Khalifa Haftar ha richiesto lo scioglimento del Consiglio, a seguito di una legge promossa dal presidente Nuri Busahmein che prevedeva l’applicazione di una variante della Sha’ria.

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Il 16 maggio Haftar ha quindi lanciato l’Operazione Dignità, attaccando su base aerea e terrestre la città di Tripoli. Le milizie di Zintan, alleate di Haftar, hanno attaccato due giorni dopo il Parlamento di Tripoli, chiedendone lo scioglimento. Il Congresso è stato sostituito, in seguito alle elezioni del 25 giugno 2014, da una Camera dei Rappresentanti, formata sempre da 200 deputati. Da qui si è passati poi all’esplosione della seconda guerra civile libica, combattuta tra le milizie di Haftar fedeli al governo di Tobruk e il governo di Tripoli sostenuto dalla coalizione di Alba Libica. Dall’ottobre 2014 la situazione si è fatta ancor più esplosiva dopo che i miliziani affiliati allo Stato islamico dell’ISIS sono riusciti a ottenere il controllo prima di Derna e poi di Sirte.

Passato

L’Italia, tra il settembre 1911 e l’ottobre 1912, occupò il territorio libico dopo una guerra di stampo coloniale contro il decadente Impero Ottomano, conquistando le regioni della Tripolitania e della Cirenaica, Fezzan e, nel Mar Egeo, il Dodecaneso. Con la firma del Trattato di Losanna, nel 1923, la Turchia rinunciò a ogni rivendicazione sulla Libia, riconoscendola come colonia italiana.

L’Italia mantenne il suo dominio fino al 1943, anno in cui, sconfitta dalle forze alleate nella Seconda guerra mondiale, fu costretta a cedere tutte le colonie. Dal 1943 al 1951 il Paese si ritrovò sotto l’occupazione militare franco-britannica, durata fino al raggiungimento dell’indipendenza nel 1951. Il 1° settembre 1969 il colonnello Mu’ammar al-Qadhāfī depose con un colpo di Stato militare il sovrano Mohammed Idris-al-Senussi e proclamò la Repubblica. Il regime instaurato da Gheddafi (Qadhāfī), il quale si autoproclamò “guida della Rivoluzione”, prevedeva l’abolizione dei partiti politici e delle elezioni e un sistema politico-giudiziario frutto di una combinazione tra socialismo e Islam. Il 2 marzo 1977, con riforma costituzionale, il nome del Paese fu cambiato in “Jamāhīrīyah”, ovvero Repubblica “araba libica popolare socialista”.

Durante gli anni ’70, attraverso i proventi petroliferi, Gheddafi promosse all’estero l’ideologia del regime, finanziando fronti armati (l’Ira nell’Ulster, l’Olp in Palestina, il Fronte Polisario nel Sahara Occidentale, Frolinat in Ciad) e attività terroristiche. Si ricorda l’abbattimento di due aerei di linea, uno in Scozia e uno in Nord Africa, e un attentato dinamitardo in una discoteca di Berlino. Negli anni ’80 nei cieli libici si verificarono una serie di scontri aerei tra l’aviazione di Gheddafi e quella americana.

Nel 1981 due mig libici vennero abbattuti dalla marina americana nel Golfo della Sirte, nel 1986 l’aviazione americana bombardò alcune case di Tripoli con lo scopo di uccidere Gheddafi, provocando invece la morte della figlia minore. Si ipotizza che la stessa strage civile di Ustica sia un “effetto collaterale” degli scontri militari di quegli anni.

Nel 1988 la Libia rispose con un attentato su un aereo di linea della PanAm, che precipitò a Lockerbie in Scozia, provocando la morte di 270 persone, tra cui 189 americani. Di fronte al rifiuto libico di estradare i terroristi ritenuti responsabili dell’azione perché fossero giudicati da un tribunale scozzese, le Nazioni Unite comminarono sanzioni economiche e politiche al regime di Gheddafi, isolando la Libia nel contesto internazionale.

Nel 1999 il Colonnello acconsentì a che i sospetti fossero estradati, dando inizio a un graduale disgelo diplomatico, specialmente con i Paesi europei e quelli africani, e al progressivo venir meno delle sanzioni.

Il 15 maggio 2006 gli Stati Uniti riaprirono l’ambasciata americana a Tripoli. Un’ondata di dissenso verso il regime di Gheddafi, iniziata nel 2010, esplose nelle città libiche nel febbraio 2011. Dopo quasi un mese di scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine, che spesso soffocarono le rivolte nel sangue, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 1973 istituì una no-fly zone sui cieli libici, autorizzando l’intervento militare aereo da parte di alcuni Paesi che si registrò a partire dal marzo 2011.

Il 21 ottobre cadde l’ultima roccaforte lealista, Sirte, nella quale Gheddafi si era asserragliato dall’agosto dello stesso anno. Il colonnello venne intercettato e catturato mentre il suo convoglio si dirigeva nel deserto. Gheddafi venne ucciso nel corso di un’esecuzione sommaria assieme al figlio Mutassim Gheddafi e al ministro della Difesa, Abu Bakr Yunis Jabr: i tre corpi vennero esposti al pubblico nella città di Misurata.

Con l’epilogo della “primavera araba” libica, il Paese finì sotto l’amministrazione del Consiglio Nazionale di un governo di transizione, organo esecutivo ad interim che ha guidato la fase tra la guerra civile e le nuove elezioni, tenutesi il 7 luglio 2012. Si è insediato in quell’occasione un Congresso Nazionale composto da 200 membri e presieduto da un nuovo Primo ministro. Il 14 febbraio 2014 il generale Khalifa Haftar ha richiesto lo scioglimento del Consiglio a seguito di una legge promossa dal presidente Nuri Busahmein che prevedeva l’applicazione di una variante della Sha’ria.

Il 16 maggio Haftar ha lanciato l’Operazione Dignità attaccando per via aerea e terrestre la città di Tripoli. Le milizie di Zintan, alleate di Haftar, hanno attaccato due giorni dopo il Parlamento di Tripoli, chiedendone lo scioglimento. Il Congresso è stato sostituito, in seguito alle elezioni del 25 giugno 2014, da una Camera dei Rappresentanti composta sempre da 200 deputati. La fase successiva ha visto l’esplosione della seconda guerra civile libica, contrapponendo le milizie di Haftar fedeli al governo di Tobruk all’esecutivo di Tripoli sostenuto dalla coalizione di Alba Libica. Dall’ottobre 2014 la situazione ha conosciuto un’ulteriore complesso passaggio dopo che i miliziani affiliati allo Stato islamico dell’ISIS hanno assunto il controllo prima di Derna e poi di Sirte.

Presente

La Libia è sostanzialmente divisa in tre parti: la Tripolitania a ovest, la Cirenaica a est e il Fezzan a sud. Il tentativo della comunità internazionale di instaurare a Tripoli un governo di unità nazionale, attualmente guidato da Fayez al-Serraj, si scontra con le resistenze di altre fazioni, in particolare con quella del generale Khalifa Haftar che guida il governo libico di Tobruk e che ha recentemente dichiarato di aver completamente riconquistato Bengasi, scacciandone i terroristi dell’ISIS.

Il problema principale risiede nel fatto che al-Serraj non ha un vasto e solido controllo del territorio, come invece sembra avere Haftar: da qui deriva la difficoltà degli attori internazionali di individuare un interlocutore che possa realmente rappresentare la Libia.

La priorità dell’Europa è oggi quella di cercare di “sigillare” il confine libico meridionale, nella speranza di limitare i flussi di migranti che salpano verso l’Italia. Si tratta di un obiettivo che richiede una reale unità delle istituzioni libiche, senza la quale ogni tentativo rischia di risultare velleitario. La via diplomatica rimane, nonostante tutte le enormi difficoltà, il solo canale realisticamente percorribile per giungere a una ricomposizione del Paese.

Futuro

Il futuro istituzionale della Libia è di difficile previsione data l’estrema instabilità politica dell’area. Al-Serraj non può vantare un controllo effettivo del territorio libico: la stessa Tripolitania, in cui ha sede il suo governo appoggiato dalla comunità internazionale, nasconde tutt’oggi insidie (il 12 gennaio 2017 è stato sventato un improbabile tentativo di colpo di Stato da parte dell’islamico Khalifa Ghwell).

L’Onu sembra assumere consapevolezza della debolezza di al-Serraj e dell’assoluta necessità di trovare una via al dialogo con il vero uomo forte del momento in Libia: Khalifa Haftar. Il generale dispone di una milizia di ben 30.000 uomini (da lui definita “esercito nazionale libico”), esercita una potente influenza sul governo di Tobruk, controlla ormai tutta la zona costiera, dal confine egiziano fino al terminal di Sidra, vicino a Sirte, e da poco ha riconquistato una parte della città di Bengasi, in Cirenaica, strappandola all’organizzazione terroristica islamica Ansar al-Sharia. Il generale guadagna inoltre consensi sul piano internazionale: ha un canale preferenziale con la Russia (nel novembre 2016 ha incontrato a Mosca il ministro degli Esteri Lavrov e quello della Difesa Shoigu), con la quale, secondo indiscrezioni pubblicate dal sito Middle East Eye, pare esserci in ballo un accordo sui rifornimenti militari in cambio dell’accesso garantito al Cremlino ai porti e aeroporti della Cirenaica. Haftar ha inoltre rafforzato l’asse con la Francia e gode di un occhio di riguardo da parte dell’Egitto di al-Sisi, mentre sul fronte interno ha ottenuto la fiducia di alcune tribù nel sud del Paese. La posizione di indiscussa forza e il controllo esercitato sulla Cirenaica, una regione che ospita il 70% delle riserve petrolifere libiche, fanno di Haftar un interlocutore non solo indispensabile, ma anche obbligato per Tripoli e per la coalizione internazionale che supporta il governo di al-Serraj.

Tra l’aprile e il maggio 2019, il grande caos libico ha conosciuto una nuova drammatica evoluzione, a seguito del tentativo di accerchiamento e di conquista di Tripoli da parte delle truppe del generale Haftar. Questi recenti sviluppi hanno dimostrato la totale inconsistenza dell’ultimo summit diplomatico, organizzato e promosso dall’Italia nel novembre 2018, per la promozione del dialogo e della pace tra i due principali attori libici. Il rischio sempre più crescente di una “somalizzazione” della Libia lascia aperti numerosi scenari, certamente poco luminosi per uno Stato che ha vissuto una cruenta guerra civile nell’ultimo decennio.