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Anagrafica

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Nome ufficiale: Repubblica Islamica del Pakistan
Capitale: Islamabad
Superficie: 796.095 km2
Densità 261,1 ab/km2
Confini: Afghanistan, Cina, India, Iran
Popolazione: 207.862.518
Composizione etnica: Punjabi (44,7%), Pashtun (15,4%), Sindhi (14,1%), Saraiki (8,4%), Muhajirs (7,6%), Balochi (3,6%), altri (6,3%)
Forma di governo: Repubblica parlamentare federale
Lingue: Urdu, Inglese
Religioni: Musulmani (96,4%, di cui 85-90% sunniti e 10-15% sciiti), altri (3,6%, inclusi cristiani e induisti)
Aspettativa di vita: 68.4 anni
Tasso di natalità: 21.6 (nati/1000 abitanti)
Servizio militare: 16-23 anni di età per il servizio militare volontario; i soldati non possono essere impiegati in combattimento prima dei 18 anni
Scolarizzazione: 57,9%
Unità monetaria: Rupia pakistana
PIL: 305 miliardi (2017)
Tasso di crescita del PIL: 5,4% (2017)
Debito pubblico/ PIL: 67%
Export partners: USA 17,7%, Gran Bretagna 7,7%, Cina 6%, Germania 5,8%, Afghanistan 5,2%, Emirati Arabi Uniti 4,5%, Spagna 4,1%
Import partners: Cina 27,4%, Emirati Arabi Uniti 13,7%, USA 4,9%, Indonesia 4,3%, Arabia Saudita 4,2%

Istituzioni

La Repubblica Islamica del Pakistan è retta dal presidente Arif Alvi, capo dello Stato dal 9 settembre 2018. Il Primo ministro, dal 18 agosto 2018, è Imran Khan, ex giocatore di cricket. I ministri sono nominati dal presidente della Repubblica su consiglio del Premier.

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Il Parlamento bicamerale (Majlis-e-Shoora) è composto dal Senato, con 104 seggi, e dall’Assemblea nazionale, con 342 seggi. Di questi ultimi, 272 sono attribuiti tramite elezione diretta in collegi, con voto a maggioranza semplice, mentre gli altri 70 – di cui 60 donne e 10 non musulmani – con voto proporzionale di rappresentanza. Tutti i membri eletti hanno un mandato di 5 anni. Il ramo giudiziario è retto dalla Corte Suprema del Pakistan, che comprende un capo della giustizia e 16 giudici.

Queste principali istituzioni, pur detenendo formalmente il potere legislativo ed esecutivo, sono sottoposte al forte condizionamento dei vertici militari. La capitale militare del Paese, Rawalpindi, continua a esercitare un’influenza determinante in tema di politica estera e sicurezza nazionale. Il ruolo dei servizi segreti, Inter-Services Intelligence (ISI), rappresenta uno dei maggiori nodi che complicano il precario equilibrio nelle relazioni tra civili e militari. Ancora oggi si può riconoscere un sostanziale duopolio nella gestione del potere politico.

La struttura giuridica vede al vertice il Consiglio Superiore del potere giudiziario, un corpo di 20 membri presieduto dal monarca e che ha il potere di formare la Suprema Corte di Cassazione, organismo composto da 5 giudici. La Corte Costituzionale invece è formata da 12 giudici. Il sistema giudiziario si basa su un misto di diritto francese e legge islamica (shari’a). Soltanto nel 2004 il codice di famiglia ha riconosciuto una serie di diritti personali e patrimoniali alle donne. È attualmente in vigore la pena di morte.

Economia

La struttura economica del Paese è ancora fortemente ancorata al settore primario, dal quale dipendono circa i due terzi della popolazione, nonostante il contributo al Pil sia circa del 25%. Il settore industriale è quello meno sviluppato ed è quasi totalmente dipendente dal tessile che risente, però, della grande concorrenza cinese. Il settore dei servizi contribuisce invece al 55,6% del Pil; la tecnologia informatica pakistana, per quanto ancora in via di sviluppo, rappresenta un’eccellenza.

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Sul fronte energetico, il Pakistan ha un mix molto composito, per più del 50% dipendente dagli idrocarburi.  Il Paese è costretto a importare petrolio dall’Arabia Saudita, data la domanda in crescita. Per quanto riguarda il gas naturale, l’obiettivo è quello di accrescere le importazioni sia dai Paesi del Golfo, per esempio il Qatar, sia dall’Asia centrale. Inoltre, il Paese è al centro di due progetti di gasdotti regionali: il TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) e l’IPI (Iran-Pakistan-India).

 

Le precarie condizioni di sicurezza incidono fortemente sulla capacità di attirare investimenti per progetti infrastrutturali. Un’eccezione in questo ambito è rappresentata dalla Cina, che ha destinato 46 miliardi di dollari per la costruzione del Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) che unisce il porto di Gwadar, in Pakistan, con la provincia cinese dello Xinjiang. Questo progetto rientra nella più ampia strategia geopolitica cinese della “Nuova Via della Seta”.

Società e diritti

Il Pakistan è il sesto Paese nella classifica dei più popolosi al mondo ed è un vero e proprio mosaico etnico, linguistico e anche religioso. Nonostante la maggioranza dei pakistani sia di religione musulmana, al suo interno convivono, in maniera spesso violenta, le due componenti sunnita e sciita. La popolazione pakistana è caratterizzata da una forte disuguaglianza socio-economica: nel settore dell’istruzione ciò viene palesato da investimenti pubblici che favoriscono l’istruzione di alto livello, accessibile solo a una piccolissima fetta di adolescenti, mentre restano svantaggiate le scuole primarie e secondarie. In questo modo non viene combattuto il basso tasso di alfabetizzazione del Paese, ma incentivato al contrario il processo di immobilismo sociale e di arretratezza culturale. Un terzo della popolazione, infatti, vive oggi sotto la soglia di povertà.

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Il Pakistan è anche tra i primi Paesi al mondo per numero di rifugiati e profughi, provenienti per lo più dall’Afghanistan: sono circa 1,3 milioni registrati, ma si pensa siano altrettanti quelli non registrati. Il sistema politico del Paese è fortemente interessato da una corruzione endemica, e anche da ingerenze dei servizi segreti e dell’esercito. La libertà di stampa risulta essere limitata e in continuo peggioramento. Dal 1992 si contano infatti 60 giornalisti uccisi in Pakistan.

È curioso come in alcune aree del Paese, soprattutto le zone rurali e di frontiera con l’Afghanistan, le istituzioni statali si mescolino con sistemi legislativi tradizionali e locali. Questo rende alcune zone quasi indipendenti dalla capitale Islamabad. In alcune aree ci sono ancora tribunali religiosi e negli ultimi anni si sono verificati casi di lapidazioni per adulterio. Nell’ordinamento giuridico dello Stato la blasfemia è punibile con la morte e, a tal proposito, ha fatto scalpore in tutto il mondo il caso di Asia Bibi, cittadina cristiana condannata a morte nel 2010 per blasfemia, assolta solamente nel 2018.

Difesa e sicurezza

L’esercito del Pakistan è il sesto al mondo per numero di truppe attive, con oltre 650mila unità in servizio, tra personale di terra, marina, aviazione e paramilitari. È uno degli attori principali del Paese e, oltre a detenere il monopolio dell’uso della forza, gestisce un patrimonio economico di circa 20 miliardi di dollari, provenienti sia dal possesso di quasi 5 milioni di ettari di terreno sia dalle partecipazioni in varie industrie nazionali e banche.

L’esercito gode anche di una legittimazione popolare fortissima, dovuta al fatto di essere ritenuto l’unica istituzione del Paese a non essere interessata dalla corruzione. Sarebbe impossibile per qualsiasi parte politica assumere il governo del Pakistan e mantenerne il controllo senza l’appoggio dell’esercito. D’altronde, il Paese ha vissuto sotto vere e proprie dittature militari per metà della sua storia.

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Il Pakistan, dalla fine degli anni ’90, è ufficialmente una potenza nucleare. Islamabad ha deciso di dotarsi di armi nucleari per cercare di contrastare la superiorità militare dell’India. Entrambi gli Stati non sono firmatari del Trattato di non proliferazione. Evidentemente la sicurezza del Paese è fondamentale a livello internazionale, anche per il rischio di conseguenze legate alle sue capacità nucleari.

Per quanto riguarda i rischi per la sicurezza interna del Paese, i fattori principali che minano la stabilità dello Stato derivano dalle organizzazioni armate, come quella dei talebani pakistani (TTP), che da più di dieci anni compiono azioni militari e terroristiche. Anche lo Stato Islamico (IS) ha avuto alcuni campi di addestramento per miliziani nel territorio pakistano.

Il Pakistan da alcuni anni è uno dei principali fornitori di truppe e contributi alle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite. I suoi sforzi maggiori si concentrano nelle missioni in Sudan, Costa d’Avorio, Liberia e Repubblica Democratica del Congo.

Passato

La Repubblica islamica del Pakistan è nata nel 1947, a seguito della dissoluzione dell’Impero britannico delle Indie. La regione del Kashmir, controllata da Nuova Dehli nonostante a maggioranza musulmana, divenne oggetto di una disputa che portò alle due guerre indo-pakistane del 1948 e del 1965. Il nome Pakistan (che significa “Terra dei Puri”) rimase “dominion” britannico fino al 1956, quando venne proclamata ufficialmente la Repubblica islamica. Lo Stato però era diviso in due zone distinte: il Pakistan occidentale, confinante con l’Afghanistan e l’Iran, e quello orientale, costituito dalle province musulmane del Bengala.

L’indipendenza del Paese non bastò a porre fine alle tensioni etnico, religiose e sociali. Nel 1958 il generale Muhammad Ayub Khan prese il potere con un colpo di Stato, portando nel Paese, negli anni ’60, una moderata modernizzazione dell’economia, nonostante un’evidente repressione politica. Il Bengala orientale, con profonde differenze etnico-linguistiche rispetto al Pakistan occidentale, si separò con il supporto dell’India nel 1971, ottenendo l’indipendenza (si tratta dell’odierno Bangladesh).

Il governo militare del generale Yahya Khan, che nel 1969 prese il posto di Muhammad Ayub Khan, cadde nel dicembre di due anni dopo. Giunse al potere il leader del Partito popolare, Zulfikar Ali Bhutto, il quale promosse delle politiche riformiste e democratiche. Nonostante questo, a causa soprattutto delle condizioni economiche del Paese, nel ’78 Ali Bhutto fu cacciato (e nel ’79 condannato a morte) con il colpo di Stato del generale Zia ul-Haq. Quest’ultimo detenne il potere per dieci anni fino a quando, nel 1988, morì in un incidente aereo.

In seguito alle elezioni, prese il potere Benazir Bhutto, figlia di Ali, alternandosi nel corso degli anni successivi con Nawaz Sharif. In questa fase la politica estera del Pakistan si caratterizzò per i contrasti con l’India. Il governo Bhutto fiancheggiò i gruppi di ribelli islamici del Kashmir indiano e proseguì il suo percorso verso l’armamento atomico. Nel 1997 ci furono scontri armati nel Kashmir acuiti successivamente dai test nucleari effettuati da entrambi i Paesi. Anche grazie alla mediazione statunitense, nel 1999 venne firmata la Dichiarazione di Lahore per il miglioramento delle relazioni. Nello stesso anno, il generale Pervez Musharraf rovesciò il governo civile, militarizzando il Paese. Egli sostenne il regime dei talebani in Afghanistan fino agli attentati dell’11 settembre 2001, quando si schierò accanto agli Usa. Ciò, ovviamente, causò numerose proteste da parte dei leader religiosi pakistani.

Musharraf reintrodusse la Costituzione e ampliò i propri poteri; un referendum nel 2002 lo confermò presidente. L’anno successivo, il governo pakistano dichiarò unilateralmente il ritiro dal Kashmir e avviò i negoziati con l’India. Mentre sembrò migliorare il fronte esterno, la situazione interna al contrario conobbe maggiore precarietà. Nel 2005 un tremendo terremoto proprio nella regione del Kashmir causò più di 30mila vittime.

Inoltre, si registrò un’escalation di violenza terroristica di matrice fondamentalista. La stessa Benazir Bhutto, tornata in Pakistan dall’esilio per partecipare alle elezioni parlamentari, venne uccisa nel dicembre del 2007 durante una manifestazione da un attacco terroristico in cui persero la vita oltre 20 persone. Per questo attentato, qualche anno dopo, fu accusato e condannato lo stesso Musharraf.

Alle elezioni del 2008 il partito di Musharraf (la Lega Musulmana Pakistana) fu sconfitto dal Partito Popolare Pakistano guidato da Asif Ali Zardari, il quale formò un governo di coalizione con a capo Yousaf Raza Gilani.

Presente

A seguito dell’operazione militare statunitense che nel maggio 2011 portò alla scoperta e all’uccisione di Osama bin Laden proprio in territorio pakistano (presso Abbottabad, una cittadina distante circa 50 chilometri da Islamabad), i rapporti tra gli Usa e il Pakistan si sono raffreddati.

Nel 2013 Nawaz Sharif è diventato nuovamente Primo ministro e tale passaggio ha molta rilevanza perché, per la prima volta in 66 anni di storia, un governo democraticamente eletto ha completato il suo mandato, per poi passare a un successivo governo civile eletto democraticamente. Nel luglio 2017, però, la Corte Suprema ha bandito Sharif da ogni carica pubblica in seguito alle accuse di corruzione nell’ambito dello scandalo dei Panama Papers. Dall’agosto 2018 il Primo ministro è Imran Khan, ex giocatore di cricket internazionale, sostenuto da due componenti che hanno suscitato preoccupazione presso gli osservatori internazionali: da una parte i militari, che si sono impegnati in termini numerici per influenzare l’elettorato, e dall’altra le frange più radicali e i gruppi jihadisti.

Il raffreddamento con gli Usa ha portato il Pakistan a intrecciare relazioni sempre più strette con la Cina, anche grazie al progetto strategico della “Nuova Via della Seta”. Una delle bretelle della “Belt and Road Initiative” transita proprio attraverso il Pakistan.

Le centrali nucleari pakistante sono state riammodernate grazie all’impegno cinese, evidente pure negli investimenti sulle infrastrutture. In particolare, il porto di Gwadar consente alla Cina di accedere al mare del Sud.

Sul fronte del Kashmir, negli ultimi 3 anni c’è stato un progressivo aumento di violazioni del “cessate il fuoco” indetto nel 2013. Si sono registrati veri e propri attacchi diretti alla componente militare indiana presente nella regione. Il primo ministro indiano Modi, al potere dal 2015, rappresenta la parte nazionalista e anti-musulmana: la sua politica probabilmente è alla base dell’aumento degli attacchi pakistani in Kashmir.

Futuro

Il Pakistan aspira ad avere un ruolo sempre più da protagonista nello scenario regionale.

Il recente raffreddamento dei rapporti con gli Usa non ha comunque portato a una totale interruzione delle relazioni, anche perché il Pakistan rimane per gli statunitensi un alleato importante. Il Paese fa inoltre parte del gruppo di attori (Cina, Afghanistan, Usa e Pakistan) impegnati nella risoluzione della conflittualità nel vicino Afghanistan. Proprio per volontà del Pakistan, nel Quadrilateral Coordination Group non trovano posto i talebani afghani, propensi invece a trattare. Il nuovo Primo ministro Khan, appoggiato come visto dalla componente islamista, potrebbe favorire nel medio e lungo termine un avvicinamento con i talebani afghani.

L’instabilità dell’Afghanistan causa enormi problemi al Pakistan: il traffico di esseri umani, il traffico di droga e le migrazioni trovano infatti uno sbocco privilegiato nel Paese.

L’avvicinamento alla Cina, e probabilmente anche alla Russia, sarà importante per capire quanto il Pakistan vorrà davvero smarcarsi dall’influenza statunitense. La Russia, ad esempio, spinge molto sul progetto del gasdotto IPI proprio per allontanare il Paese da Washington.

La conflittualità con l’India rimane evidente nella regione del Kashmir, e al momento non sembra profilarsi all’orizzonte una soluzione che permetta relazioni davvero pacifiche tra i due Stati.