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Anagrafica

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Nome ufficiale: Repubblica Araba di Siria
Capitale: Damasco
Superficie: 185.180 km2
Densità 105 ab/km2
Confini: Iraq, Israele, Giordania, Libano, Turchia
Popolazione: 19.454.263
Composizione etnica: Arabi (ca. 50%), Alawiti (ca. 15%), Curdi (ca. 10%), Levantini (10%), altri (15%, tra cui Armeni, Turcomanni, Drusi)
Forma di governo: Repubblica presidenziale
Lingue: Arabo
Religioni: Musulmani (87%, sunniti: 74%, Alawi, Ismailiti, Sciiti: 13%), Cristiani (10%), Drusi (3%)
Aspettativa di vita: 75,2 anni
Tasso di natalità: 20,7 nati/1000 abitanti
Servizio militare: 18 anni, obbligatorio (per gli uomini)
Scolarizzazione: 66,7%
Unità monetaria: Sterlina siriana
PIL: 24,6 miliardi (ultimo dato rilevato nel 2014)
Tasso di crescita del PIL: -36,5% (ultimo dato rilevato nel 2014)
Debito pubblico/ PIL: 94,8% (2017)
Export partners: Libano (31,5%), Iraq (10,3%), Giordania (8,8%), Cina (7,8%), Turchia (7,5%), Spagna (7,3%) – (2017)
Import partners: Russia (32,4%), Turchia (16,7%), Cina (9,5%)

Istituzioni

La Repubblica Araba di Siria (detta comunemente Siria) deriva il suo nome dalla popolazione degli Assiri, che dominò la Mesopotamia settentrionale nel III millennio a.C.

Formalmente è una Repubblica presidenziale, anche se in realtà presenta un altissimo tasso di autoritarismo da parte del regime di Bashar al-Assad, attuale presidente. In effetti, secondo Freedom House la Siria è uno “Stato non libero”, mentre il Democracy Index 2010 dell’Economist Intelligence Unit la definisce “regime autoritario”. La capitale è Damasco; il Paese è diviso in 14 governatorati.

La Siria è indipendente dal 17 aprile 1946, quando terminò il mandato francese della Società delle Nazioni. La Costituzione vigente risale al 15 febbraio 2012, ed è stata approvata in via referendaria il 26 febbraio successivo.

Il sistema legale interno è un misto di legge civile e islamica.

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Il presidente della Repubblica è Bashar al-Assad, in carica dal 17 luglio 2000; egli è succeduto al padre, Hafez al-Assad, ininterrottamente al potere dal 1971 al 2000 (anno della sua morte). Il presidente, dopo la designazione da parte del Parlamento su proposta del partito Ba’ath, è direttamente eletto con voto referendario popolare a maggioranza assoluta (le ultime elezioni si sono tenute il 3 giugno 2014), ha un mandato di 7 anni (rinnovabile) e nomina il vicepresidente, il Primo ministro e il Consiglio dei ministri.

Assad, membro del partito Ba’ath e protagonista di una guerra civile che dura da diversi anni, è stato formalmente eletto presidente con l’88,7% dei voti.

Il sistema legislativo, monocamerale, si compone dell’Assemblea del Popolo (Majlis al-Shaab): 250 membri eletti direttamente ogni 4 anni, con metodo proporzionale. Le ultime elezioni si sono tenute il 13 aprile 2016, ma l’esito non è stato riconosciuto né dalle forze di opposizione al regime di Assad, né dalla comunità internazionale che le sostiene: il voto ha conferito alla coalizione di Assad (denominata National Unity) – e in particolare al partito principale, Ba’ath – l’80% dei seggi disponibili (200 su 250), ottenuti tra un numero di votanti di circa il 60% degli aventi diritto. La particolarità del partito Ba’ath (che significa “Rinascita”) è legata al fatto che la Costituzione gli riconosca – all’articolo 8 – un ruolo guida nella società e nello Stato; il Ba’ath, di orientamento socialista panarabista, ha ottenuto il potere nel 1963, due anni dopo il fallimento dell’unione tra Siria ed Egitto nella Repubblica Araba Unita.

 

Il ramo giurisdizionale vede al vertice due Corti: la Corte di Cassazione, strutturata nelle divisioni civile, criminale, religiosa e militare, ognuna delle quali composta da 3 giudici, e la Corte Costituzionale Suprema, composta da 7 membri. I giudici della Corte di Cassazione sono nominati dal Consiglio Giudiziario Supremo, vale a dire un corpo giudiziario di governo guidato dal ministro della Giustizia e composto da 7 membri tra cui il presidente della Nazione; quelli della Corte Costituzionale Suprema, invece, sono nominati dal presidente e confermati dal Consiglio Giudiziario Supremo. Tutti hanno un mandato di 4 anni, rinnovabile.

Economia

È ovvio che l’economia siriana soffra i danni del conflitto in corso, che dal 2010 al 2017 ha causato un declino di più del 70% rispetto ai dati del 2010. Nello specifico, il governo ha dovuto combattere gli effetti delle sanzioni internazionali, dei diffusi e gravi danni infrastrutturali, della diminuzione della produzione e dei consumi domestici, dei ridotti sussidi e dell’alta inflazione, che hanno causato una riduzione delle riserve valutarie estere, un innalzamento dei deficit su budget e commercio, un abbassamento del valore della moneta e il crollo del potere di acquisto.

Nel 2017 alcuni indicatori economici, tra cui il tasso di cambio e l’inflazione, hanno cominciato a stabilizzarsi, ma l’attività economica e il PIL continuano a diminuire. I persistenti disordini hanno aggravato la crisi umanitaria e il numero di rifugiati siriani è arrivato a più di 5 milioni e mezzo.

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Prima del conflitto, invece, Damasco aveva avviato politiche di liberalizzazione economica, che comprendevano il taglio dei tassi di interesse dei prestiti, l’apertura di banche private e altre misure che, tuttavia, lasciarono il mercato fortemente regolato.

Dal punto di vista dell’economia del Paese, le principali criticità sono le barriere al commercio estero, il calo della produzione petrolifera, la disoccupazione, la crescita della popolazione, l’espansione industriale, l’inquinamento dell’acqua e i diffusi danni infrastrutturali.

 

Il PIL è composto per il 20% dal settore agricolo (in particolare, la produzione di grano, orzo, cotone, lenticchie e olive), per il 19,5% da quello industriale (petrolio, tabacco, cemento e assemblaggio di prodotti per automobili) e per il restante 60,6% da quello dei servizi. Per quanto riguarda la forza lavoro, essa si compone di 3 milioni e mezzo di persone, di cui una minima parte è occupata nei comparti agricolo e industriale (rispettivamente, 17% e 16%), mentre la stragrande maggioranza (67%) è impiegata nel settore dei servizi. Il dato più importante, comunque, è rappresentato dal tasso di disoccupazione, che sebbene ridottosi di 7 punti percentuali tra il 2014 e il 2015, si assesta sul 50%. Ancor più drammatica è la percentuale di popolazione che vive sotto la soglia di povertà: l’82,5%, stando ai dati del 2014.

Società e diritti

Per comprendere la situazione siriana è utile una panoramica sulla composizione etnica e religiosa della popolazione, con la doverosa avvertenza che il discorso sarà impostato sulla base dei censimenti compiuti prima della guerra civile, che ovviamente ha avuto un forte impatto sul popolo siriano. Nel luglio 2010 si stimavano 22 milioni e mezzo di persone, di cui il 90,3% arabe e il 9,7% suddiviso tra curdi, armeni e altri gruppi etnici. Inoltre, il 74% dei siriani è di fede musulmana sunnita, il 10% è cristiano (tra questi ci sono greci-ortodossi, greci-cattolici e armeni-gregoriani), mentre nel restante 16% ci sono sciiti, alawiti e drusi; si registra anche la presenza di piccole comunità ebraiche. Vale la pena spendere qualche ulteriore parola per due comunità menzionate, quelle degli alawiti e dei drusi: i primi, ai quali appartiene la famiglia di Assad (che però ha governato applicando il laicismo panarabista tipico del Ba’ath), sono una ramificazione degli sciiti, e si caratterizzano per una lettura esoterica del Corano; i secondi, invece, presentano caratteristiche miste di islamismo, giudaismo, induismo e cristianesimo.

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La Costituzione garantisce la libertà religiosa, generalmente rispettata, ma prevede che il presidente sia musulmano. Assad appartiene alla corrente minoritaria sciita degli Alawiti. A partire dall’indipendenza si è manifestata tra i gruppi etnici-religiosi, soprattutto nei grandi centri urbani, una notevole spinta ad amalgamarsi. Il conflitto civile ha provocato lo spostamento, nell’ambito dello stesso territorio nazionale, di quasi un terzo della popolazione siriana, circa 6 milioni di persone, oltre ai rifugiati sparsi tra Egitto, Iraq, Giordania, Libano e Turchia, stimati in più di 5 milioni e mezzo.

Una piaga derivante dalla guerra riguarda l’aumento di attività illecite, come il traffico di esseri umani, lo sfruttamento sul lavoro e lo sfruttamento sessuale; inoltre, continua ad esserci un elevato impiego militare di bambini, sia come soldati che come scudi umani.

Il traffico illegale di esseri umani è combattuto in maniera inadeguata dal governo, che non sembra prestare particolare attenzione a questa tematica.

 

Il tasso di alfabetizzazione è piuttosto elevato e la disparità di genere sul terreno dell’istruzione, prima del conflitto, cominciava a ridursi sensibilmente. La Costituzione garantisce, teoricamente, le libertà di espressione e di stampa, tuttavia molto limitate già prima dello scoppio del conflitto. Dal 1963 al 2011 è stato in vigore in Siria un decreto che imponeva lo stato di emergenza di fronte a una minaccia all’integrità dello Stato. Ciò ha permesso al governo di procedere ad arresti illeciti nei confronti di oppositori politici, attivisti e giornalisti. Questo decreto è stato abolito nel 2011 per andare incontro alle richieste dei manifestanti. Ciononostante, un rapporto di Amnesty International stima che da quell’anno circa 13mila persone hanno subìto detenzione senza processo, e numerose sono state le morti avvenute all’interno delle carceri del regime. In base al codice penale e alla legge sulle pubblicazioni del 2001, è vietato diffondere materiale che danneggi l’unità nazionale o l’immagine dello Stato; Internet è sotto il controllo del governo, che possiede il monopolio dell’accesso alla Rete, possibile solo tramite server statali.

Difesa e sicurezza

L’apparato militare siriano è piuttosto obsoleto; storicamente, il principale fornitore di armi della Siria è stata l’Unione Sovietica, e ancora oggi sono presenti sul territorio siriano una base navale russa nel porto di Tartous e la base di Latakia, ricavata dall’ampliamento del locale aeroporto. Durante il conflitto civile, Mosca ha riequipaggiato le truppe siriane. Damasco possiede inoltre un discreto arsenale missilistico, grazie alle collaborazioni con Iran e Corea del Nord.

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Il presidente della Siria è anche il Comandante in capo delle Forze armate, che nel 2017 contavano su circa 127mila unità. La spesa militare in relazione al PIL nazionale, sempre con riferimento a quell’anno, era del 4,1%.

Il servizio militare è obbligatorio per gli uomini al compimento del diciottesimo anno di età, e dura 18 mesi.

 

Il confine storicamente più complicato è quello con Israele, per via della contesa sul Golan, area che dal 1964 viene controllata da una forza delle Nazioni Unite. Non esiste un Trattato o un accordo che regoli la frontiera, e diversi aspetti vengono messi in discussione da entrambi gli Stati.

Passato

La Siria ha una ricchissima storia, nell’ambito della quale si sono susseguite varie dominazioni che hanno contribuito a rendere il Paese culturalmente e socialmente ricchissimo.

L’attuale Repubblica nacque nel 1946, con il riconoscimento dell’indipendenza dalla Francia che in seguito alla Prima guerra mondiale aveva ricevuto dalla Società delle Nazioni un mandato per amministrare parte della regione (con la Siria c’era anche il Libano e una provincia turca), precedentemente compresa nei confini dello sconfitto Impero ottomano; il mandato ratificava il celebre accordo Sykes-Picot (dal nome dei negoziatori), in virtù del quale Francia e Inghilterra si erano appunto spartite l’eredità ottomana in Medio Oriente.

L’amministrazione francese, ispirata al principio del divide et impera, separò i territori siriani da quelli libanesi, al fine di favorire il governo della regione vista l’anomala presenza cristiana in Libano. L’opposizione siriana al colonialismo fu da subito molto attiva, ma nel biennio 1925-27 fu violentemente repressa dall’esercito francese. Nel 1928 si tennero delle elezioni che avrebbero dovuto avviare un processo costituente: i nazionalisti ottennero la maggioranza, ma la loro Costituzione – che proponeva di creare una grande Siria – venne chiaramente bocciata da Parigi.

Si giunse così agli anni Quaranta, quando Siria e Libano ottennero l’indipendenza. In questi anni si svilupparono varie correnti nazionaliste arabe, che però non raggiunsero mai i risultati sperati: il fallimento di questo nazionalismo si dovette all’incapacità degli Stati e delle tribù di unirsi e di creare un vero fronte arabo. L’arabicità verrà sostituita nel tempo dall’Islam, che diverrà il fattore coagulante e determinante in quel periodo.

A farsi portatore dell’identità araba fu il Bath, esplicitamente socialista e fondato sull’idea di una comunità araba che lotta contro il colonialismo. A metà degli anni Quaranta, in seguito a un colpo di Stato, il Bath venne però sciolto, così come gli altri partiti. La ripresa si sarebbe avuta con l’avvento in Egitto di Nasser e del suo desiderio di ricreare un mondo arabo, capace di far rinascere il Bath e di accendere gli animi nazionalisti anche in Siria.

Nel 1948 la Gran Bretagna abbandonò il mandato in Israele, e subito dopo gli ebrei proclamarono la nascita dello Stato d’Israele. I Paesi arabi (Egitto, Libano, Siria, Giordania e Iraq) entrarono immediatamente in guerra contro gli israeliani, perdendo miseramente.

In Siria, nel 1954, cadde il governo di Shishakli, e nel Paese si intensificò la spinta verso l’annessione con l’Egitto nasseriano che venne effettivamente accordata nel 1958 da al-Quwwatli, dando vita alla Repubblica Araba Unita (RAU). Tuttavia, il progetto andò incontro al fallimento per l’eccessiva ingerenza di Nasser, il quale impose le sue scelte anche nella ex Siria: lo scioglimento dei partiti e l’epurazione dell’esercito siriano costarono caro al presidente egiziano, visto che nel 1961 si pose termine all’esperimento della RAU.

A questo punto, il Bath – che in quegli anni aveva cambiato faccia, diventando più socialista e molto più radicale nei confronti di Israele – fu protagonista di un colpo di Stato con al-Hariri: la promessa rivoluzione sociale, però, non si verificò mai, e il governo si indebolì al punto che, nel 1966, si registrò un ennesimo colpo di Stato.

Il 1967 fu un anno spartiacque nella storia del Medio Oriente: nel mese di giugno, infatti, scoppiò la Guerra dei Sei Giorni, con l’attacco preventivo di Israele che distrusse l’aviazione egiziana e colpì duramente Siria e Giordania.

La dura sconfitta rimediata indebolì il governo siriano, ma le riforme ispirate al socialismo non si fermarono: si cercò tra l’altro di migliorare il sistema educativo e di potenziare i servizi di assistenza sanitaria. Il Paese rimaneva comunque fragile istituzionalmente, a causa dell’ostilità tra quanti patrocinavano un governo civile del Ba’ath e coloro che sostenevano i militari. I primi erano legati ad al-Jadid, i secondi ad Assad, il quale era comunque convinto dell’inutilità di provocare Israele. Nel 1970 Jadid promosse un colpo di Stato, sventato da Assad che ne fece arrestare tutti i fiancheggiatori, compreso il capo dello Stato Atassi. Assad venne quindi eletto presidente e stabilizzò il Paese, pur non rendendo altrettanto stabile la sua posizione internazionale.

La presenza di Assad comportò un certo ridimensionamento del Ba’ath: il capo dello Stato preferì infatti consolidarsi rafforzando innanzitutto l’autorità del proprio gruppo, gli Alawiti. Suo fratello divenne il numero due, nel 2000 gli sarebbe succeduto il figlio Bashar. Di fatto, si registrò un lungo periodo di prosperità, ma il regime assunse connotati sempre più autoritari, contemplando un vero e proprio culto della personalità: brutale, per esempio, fu l’approccio nei confronti degli oppositori, in particolare i Fratelli Musulmani, massacrati dall’esercito nel 1982.

Nel frattempo, il 6 ottobre 1973, nel giorno dello Yom Kippur, era scoppiata la quarta guerra arabo-israeliana. L’esercito egiziano attraversò il canale di Suez, sfondando le difese di Israele nel Sinai, mentre la Siria avanzava sul fronte del Golan: la guerra fu un successo morale egiziano. Sul terreno della politica estera, Assad si ritrovò ad essere il grande protettore dei palestinesi, venendo identificato come il protettore del terrorismo. Nel 1975 scoppiò la guerra civile in Libano tra la comunità sciita e quella cristiana e nel 1976 la Siria appoggiò la parte musulmana, che perdette comunque autonomia data l’ingerenza siriana che favoriva solo i propri interessi. Nel 1982 si ebbe una svolta: Israele invase il Libano (operazione “Pace di Galilea”), e la comunità internazionale provò a intervenire, senza alcun esito. L’invasione israeliana condusse alla nascita di Hezbollah, movimento assai vicino agli sciiti iraniani, il cui intento era quello di creare uno Stato islamico di stampo Khomeinista. Con l’aggressività di Hezbollah, Israele iniziò ad arretrare e nel 1989 a Ta’if, in Arabia Saudita, si svolse un incontro tra le componenti politiche libanesi, che segnò la fine delle ostilità. Dopo l’89, in Libano è ripresa lentamente la vita, l’economia è rifiorita, Hezbollah è divenuto un vero e proprio partito e il fazionalismo religioso è in qualche modo diminuito. Negli ultimi anni, la guerra siriana ha però generato nuova instabilità in Libano.

Negli anni Ottanta, per evitare l’isolamento regionale, la Siria si rivolse all’Iran di Khomeini, e si trattò di una svolta fondamentale nella storia del Paese e del Medio Oriente. Con l’intesa si stabilì un asse sciita che andava fino al Libano meridionale, dove era presente Hezbollah. In occasione della guerra tra Iran e Iraq, con il suo schieramento la Siria andò incontro all’isolamento nel mondo arabo, generalmente ostile al rafforzamento della rivoluzione islamica iraniana: all’interno dei confini nazionali, lo stesso al-Assad dovette fronteggiare la crescita dell’integralismo islamico, con insurrezioni di massa organizzate dai Fratelli Musulmani e duramente represse (si ricorda il massacro di Hama, nel 1982, che fece registrare circa 30 mila morti).

Dalla situazione di isolamento si uscì nel 1990, quando al-Assad si schierò con la coalizione a guida statunitense nel contrasto a Saddam Hussein, dopo l’invasione del Kuwait.

Il presidente fu riconfermato nel 1991 e nel 1999, restando in carica fino alla morte, nel giugno 2000. Il 17 luglio gli succedette il figlio Bashar.

Dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, i rapporti con l’Occidente si fecero più difficili, e due anni dopo al-Assad si oppose all’invasione americana dell’Iraq. Bashar è stato confermato presidente per un secondo mandato in occasione dal referendum tenuto il 27 maggio 2007: la sua candidatura è stata approvata con il 97,6 per cento dei voti.

Le ultime elezioni per l’Assemblea del popolo, svoltesi il 22 e il 23 aprile 2007, hanno visto il Fronte nazionale progressista guidato dal partito Ba’ath conquistare 172 seggi su 250.

Nel 2011, l’onda della Primavera araba si manifestò sotto forma di insurrezione contro al-Assad: si formò un Consiglio Nazionale Siriano e un Esercito Libero Siriano. L’insurrezione si trasformò in vera e propria guerra civile, con Assad e il suo esercito impegnati a resistere ai ribelli. I gruppi degli oppositori erano però caratterizzati da grande eterogeneità e litigiosità. Nel susseguirsi degli avvenimenti divenne importante anche la crescente preoccupazione della comunità internazionale, per la maggior parte schierata contro Assad (supportato da Russia e Iran), pur se per molto tempo restia a intervenire per rovesciare il regime. Si temette infatti che la sua eventuale caduta avrebbe potuto favorire l’infiltrazione dei movimenti terroristici. Il mancato intervento e la disorganizzazione dei ribelli aiutò al-Assad a recuperare il terreno perduto.

Nel dicembre 2012 la Coalizione Nazionale Siriana fu riconosciuta da più di 130 Paesi come la sola legittima rappresentante della popolazione siriana. Nel 2014 i colloqui di pace tra la Coalizione e il regime siriano nella conferenza di Ginevra II (promossa dalle Nazioni Unite) si conclusero con il fallimento nella ricerca di una via di uscita dal conflitto.

Presente

La guerra civile che dal 2011 sta insanguinando il Paese vede fronteggiarsi schieramenti opposti. Da un lato c’è il regime di al-Assad, che schiera le Forze Armate Siriane e la Forza Nazionale di Difesa, a cui si aggiungono varie brigate (tra cui la Brigata al-Abbas), Hezbollah e l’esercito iraniano (mediante il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica): questo fronte è supportato direttamente da Russia e Iraq, e indirettamente da Cina, Corea del Nord, Venezuela, Bielorussia, Algeria ed Egitto.

Sul lato opposto c’è la Coalizione Nazionale Siriana, supportata da Stati Uniti, Francia, Arabia Saudita, Qatar e Turchia. In più, sempre contro il regime di al-Assad, ma non al fianco del precedente schieramento, si muovono altri soggetti: la minoranza curda, supportata dai partiti curdi dei Paesi limitrofi nonchè dalla Coalizione Internazionale anti-ISIS a guida statunitense; le formazioni jihadiste, tra cui il Fronte al-Nusra (affiliato ad al-Qaeda), il Fronte Islamico e l’Esercito dei Mujaheddin.

Infine si registra la presenza dell’ISIS, che ha recentemente perduto ogni possedimento territoriale conquistato e che all’inizio era su posizioni ostili unicamente al regime di al-Assad, per poi entrare in conflitto, dal gennaio 2014, con tutte le altre forze ribelli.

Da segnalare è poi la questione relativa alle accuse sull’uso di armi chimiche in alcune operazioni militari, mosse dalla comunità internazionale nei confronti delle forze fedeli ad Assad.

L’altro grande tema – oltre a quello relativo ai risvolti tattici e strategico-militari – riguarda le condizioni dei rifugiati e degli sfollati interni. Ci sono circa 5 milioni di rifugiati siriani dispersi tra Egitto, Iraq, Giordania, Libano e Turchia, e oltre 6 milioni di sfollati.

Futuro

Ogni scenario futuro è con evidenza indissolubilmente legato alla risoluzione del conflitto, che ormai da anni mette in ginocchio il Paese e la società siriana. Senza raggiungere condizioni di pace, l’economia siriana non potrà avviare un processo di crescita e sviluppo. Il presidente Trump ha di recente annunciato il ritiro delle forze statunitensi dal territorio siriano, mentre Assad sta stringendo sempre più la morsa intorno alle forze ribelli.