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Anagrafica

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Nome ufficiale: Repubblica Federale di Somalia
Capitale: Mogadiscio
Superficie: 637.657 km2
Densità 15 ab/km2
Confini: Etiopia, Kenya, Gibuti; si affaccia a nord sul Golfo di Aden e a est sull’Oceano Indiano
Popolazione: 11.259.029
Composizione etnica: Somali (85%), Bantu (13%) e Arabi (2%)
Forma di governo: Repubblica federale parlamentare
Lingue: Somalo, Arabo (ufficiali), italiano e inglese
Religioni: Musulmani sunniti 99%, altri 1%
Aspettativa di vita: 53.2 anni
Tasso di natalità: 39.2 nati/1000 abitanti
Servizio militare: 18 anni età minima legale per il servizio volontario militare
Scolarizzazione: 24%
Unità monetaria: Scellino somalo
PIL: 20 miliardi
Tasso di crescita del PIL: 2.3%
Debito pubblico/ PIL: 77%
Export partners: Oman 31,7%, Arabia Saudita 18,7%, Nigeria 5,1%, Yemen 4,8%, Pakistan 4%
Import partners: Cina 17,6%, India 17,2%, Etiopia 10,5%, Oman 10,3%, Kenya 6,9%, Turchia 5,3%, Malaysia 4,1%

Istituzioni

Secondo il dettato costituzionale del 2012, la Somalia è una Repubblica parlamentare federale, retta da un presidente (attualmente Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo) e con un Primo ministro alla guida del Governo (dal 2017 Hassan Ali Khayre). Il capo dello Stato viene eletto dal Parlamento federale bicamerale, composto da una Camera Alta (54 senatori) e dalla Camera del Popolo (275 deputati), con maggioranza di almeno due terzi dei voti, per un mandato quadriennale.

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Il Primo ministro è nominato dal presidente della Repubblica e incaricato di formare l’Esecutivo, sottoposto a voto di fiducia dalla Camera del Popolo. La Costituzione provvisoria del 2012 ha previsto, inoltre, l’istituzione di una Corte Costituzionale – composta da 5 giudici – quale organo supremo per il controllo di costituzionalità delle leggi. Le norme costituzionali concernenti i principi islamici, la forma di Stato federale, i diritti umani, le libertà fondamentali, i poteri, le competenze degli organi di governo e l’inclusione delle donne nelle istituzioni politiche nazionali non possono essere emendate e abrogate, configurandosi dunque come vere e proprie norme inderogabili dell’ordinamento costituzionale.

Le istituzioni politiche somale non sono mai state in grado di riportare sotto il loro controllo e la loro autorità le diverse “Repubbliche” autonome (Somaliland e Puntland) sorte dopo lo scoppio della guerra civile che ha dilaniato il Paese a partire dal 1991. Nel 2012, grazie all’intervento di truppe straniere (in modo particolare etiopi e kenyote), il governo centrale di Mogadiscio ha potuto riconquistare alcune importanti roccaforti in mano alle milizie islamiste di “Ash-Shabaab”, portando avanti il delicato e difficile processo di stabilizzazione e di State-building della Somalia.

Economia

L’economia della Somalia si basa essenzialmente sull’allevamento semi-nomade di ovini, caprini e cammelli, e in larga misura sulle rimesse provenienti dai lavoratori somali all’estero. A causa del collasso delle strutture governative nel 1991, ancora oggi lo Stato somalo è di fatto incapace di provvedere al drenaggio di risorse ed entrate nazionali per il mantenimento degli apparati burocratici e amministrativi. Il tessuto economico-sociale del Paese dipende tuttora in larga parte dagli aiuti finanziari e umanitari degli Stati esteri e delle Organizzazioni internazionali.

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Il prodotto interno lordo ha conosciuto un discreto sviluppo, attestandosi su una crescita pari al 2,4% su base annua, trainata in modo particolare dai settori legati all’agricoltura, all’edilizia e alle telecomunicazioni. Nel 2017 il Paese ha fatto registrare un aumento considerevole del tasso degli investimenti e degli aiuti economici da parte di Paesi esteri, che rappresentano pur sempre una delle voci più importanti in ambito economico, visto e considerato che fino al 2012 costituivano il 93,2% del prodotto interno lordo della Somalia, pari a 999 miliardi di dollari.

Società e diritti

Nonostante due decenni di guerra civile e un tasso di mortalità infantile elevatissimo, la Somalia si attesta in cima alle statistiche mondiali per indice di natalità e fertilità, con in media quasi sei bambini per donna, configurandosi di fatto come una delle popolazioni più giovani al mondo. A questo quadro demografico in continua espansione, si associa implacabilmente uno scenario economico e sociale disastrato, con pochissime aspettative e speranze di crescita per lo Stato. Meno del 40% dei bambini somali ha, infatti, la possibilità di accedere all’istruzione primaria (mentre il tasso di alfabetizzazione complessivo raggiunge a malapena il 24%); il Paese, inoltre, detiene uno degli indici di disoccupazione giovanile più alti al mondo.

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Dopo Siria e Afghanistan, la Somalia è il terzo Stato di origine per numero totale di profughi e rifugiati. La mancanza assoluta di servizi nazionali educativi e di opportunità lavorative rappresenta una delle cause principali dell’instabilità della Somalia, e favorisce anche il massiccio reclutamento dei più giovani tra le fila delle milizie terroristiche islamiche e dei gruppi criminali dediti alle attività di pirateria nel Golfo di Aden.

Difesa e sicurezza

Il collasso della Stato somalo – non a caso si è parlato in molti frangenti della Somalia come di un failed State – ha permesso e facilitato la proliferazione di organizzazioni terroristiche, tra cui “Ash-Shabaab” è certamente la più nota e pericolosa, per via della sua affiliazione con al-Qaeda. Parallelamente all’esplosione del fenomeno terroristico, si sono intensificate notevolmente le attività di pirateria contro le navi mercantili lungo il Golfo di Aden. Al fine di contrastare tale piaga, nel 2009 la Nato ha promosso e condotto l’operazione “Ocean Shield”, una task force navale che ha concluso il suo mandato nel dicembre 2016, riportando buoni risultati in termini di prevenzione e deterrenza nei confronti delle attività dei pirati somali.

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Nel 2012, grazie all’intervento di truppe straniere (in modo particolare etiopi e kenyote), il governo centrale di Mogadiscio ha potuto riconquistare alcune importanti roccaforti in mano alle milizie islamiste di “Ash-Shabab”, dando inizio al delicato e difficile processo di stabilizzazione e di State-building della Somalia.

Passato

La storia contemporanea della Somalia è sempre stata legata indissolubilmente a quella dell’Italia. Primo possedimento coloniale italiano in terra africana, con la fine della Seconda guerra mondiale, dopo un anno di negoziazioni tra il governo italiano – guidato da Alcide De Gasperi – e le Nazioni Unite, venne accordata l’amministrazione fiduciaria della Somalia, il 1° luglio 1950, per dieci anni, e al termine di quel periodo il Paese avrebbe poi ottenuto la piena indipendenza attraverso la fusione con i territori somali posti sotto il protettorato britannico del Somaliland. Fu l’unico caso in cui un Paese sconfitto in una delle due Guerre mondiali veniva riconosciuto come affidatario di un simile mandato.

Riunificata e dichiarata indipendente il 1°luglio 1960, la Somalia conobbe la lunghissima e feroce dittatura del generale Siad Barre, dal 1969 fino al gennaio 1991, quando una devastante guerra civile segnò il Paese del Corno d’Africa. Nemmeno l’intervento dei “Caschi blu” dell’Onu in tre diverse missioni (Unosom I, Unitaf e Unosom II), tra il 1992 e il 1995, riuscì ad arginare la condizione di anarchia politica e alleviare le sofferenze della popolazione somala, colpita da carestie e scontri militari tra le fazioni in lotta per il controllo del Paese. Durante questo decennio si verificò la secessione della Repubblica del Somaliland (zona nord-occidentale della Somalia) e di quella del Puntland (territorio situato nella porzione nord-orientale delle coste somale).

Il delicato processo di pacificazione ha conosciuto una prima importante svolta nel 2000 con la Conferenza Nazionale per la Pace in Somalia tenutasi a Gibuti, al termine della quale si è costituito il Governo di Transizione Nazionale. A seguito del fallimento dell’operato politico del GTN, il governo kenyota si fece garante di una nuova iniziativa volta alla stabilizzazione della Somalia.

Nell’ottobre del 2004 fu eletto come presidente del Governo Federale di Transizione Abdullahi Yusuf Ahmed. Il GFT portò alla costituzione di un’Assemblea parlamentare composta da 275 deputati, riconosciuta come Parlamento Federale di Transizione. Anche questo secondo esecutivo conobbe poca fortuna, per via delle dimissioni dello stesso presidente Yusuf nel 2008. La Somalia restò nella più completa anarchia politico-istituzionale.

Presente

Nel 2009 il Parlamento Federale estese il mandato del GFT fino al 2011, nel tentativo di dare risposta alla mancata pacificazione del Paese. Nel settembre del 2012 il PFT è stato sostituito da una nuova Assemblea parlamentare, che ha eletto come nuovo presidente Muse Hassan Sheikh Sayid Abdulle e, contestualmente, ha approvato una nuova Costituzione provvisoria.

Tuttavia, il processo di “riunificazione” somalo è stato nuovamente scosso dalle continue e mai cessate attività terroristiche del gruppo islamista di “Ash-Shabaab”: il 1° gennaio 2014 un terribile attentato dinamitardo contro un albergo nei pressi dell’aeroporto di Mogadiscio, rivendicato dal gruppo estremista, ha provocato 11 morti. Ancor più drammatico è stato l’attacco contro il Palazzo presidenziale a Mogadiscio l’8 luglio 2014. Il fallito attentato al cuore dello “Stato” è stato sventato miracolosamente e ha portato alla morte di nove affiliati di “Ash-Shabaab”.

Nonostante “l’espulsione” da Mogadiscio e dalle principali città tra il 2011 e il 2012 – grazie anche all’intervento di contingenti militari dell’Etiopia e dell’Unione Africana – la capacità offensiva degli Shabaab è rimasta molto alta, come hanno dimostrato gli attacchi terroristici sopra menzionati.

Futuro

L’8 febbraio 2017 Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo, già Primo ministro tra il 2010 e il 2011, è stato eletto dal Parlamento Federale come presidente della Repubblica, mentre Hassan Ali Khayre ha assunto la guida del governo il 1° marzo dello stesso anno. I timidi segnali di ricomposizione istituzionale, avviati nell’ultimo biennio, si scontrano costantemente con il caos provocato da attori politici mal disposti a rinunciare alle zone di potere, conquistate in oltre venticinque anni di guerra civile.

Nel nord del Paese la Repubblica secessionista del Somaliland, liberatasi dal controllo del governo centrale nel 1991, non sembra minimamente intenzionata a scendere a patti con l’esecutivo somalo guidato da Hassan Ali Khayre, mentre la Repubblica del Puntland ha raggiunto negli ultimi anni un accordo con Mogadiscio su uno statuto di autonomia.

A questo si aggiunge il perdurare della minaccia terroristica rappresentata dal gruppo estremista di “Ash-Shabaab”, che punta ad abbattere le istituzioni civili e secolari del Governo Federale per introdurre la Shari’a quale unica legge vigente in Somalia. Tuttavia, la stessa “Ash-Shabaab” ha dovuto patire la “concorrenza” interna da parte dell’ISIS, che a partire dal 2015 si è impegnata a rimuovere l’organizzazione affiliata ad al-Qaeda come principale opposizione armata all’autorità federale somala.

Tale scenario rende piuttosto complesso il processo di State-building di un Paese che in fin dei conti aveva mantenuto una parvenza di statualità soltanto durante la feroce dittatura di Siad Barre. Il grande caos somalo ha rappresentato e molto probabilmente rappresenterà ancora un case-study sui cosiddetti “Stati falliti”. La vicenda della Somalia costituisce una lezione storica da tenere bene a mente nel presente e nel futuro, per evitare di ripetere gli stessi errori commessi da parte degli attori internazionali in contesti contemporanei come quello libico dal 2011 in poi, con conseguenze che oggi sono sotto gli occhi di tutti.