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Anagrafica

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Nome ufficiale: Repubblica di Turchia
Capitale: Ankara
Superficie: 783.562 km2
Densità 98 ab/km2
Confini: Grecia, Bulgaria, Georgia, Armenia, Azerbaigian, Iran, Iraq, Siria. Cinta a nord dal Mar Nero, a nord-ovest dal Mar di Marmara, ad ovest dal Mar Egeo e dal Mar Mediterraneo a sud
Popolazione: 80.274.604
Composizione etnica: Turchi (65,1%), Curdi (18,9%), Arabi (1,8%), Azeri (1%), altri (12,2%)
Forma di governo: Repubblica presidenziale
Lingue: Turco
Religioni: musulmani 99,8 % (prevalentemente sunniti), altri 0,2% (prevalentemente cristiani ed ebrei)
Aspettativa di vita: 74,5 anni
Tasso di natalità: 16,7 (nati/1000 abitanti)
Servizio militare: obbligo di servizio per gli uomini tra 21-41 anni; servizio volontario a partire dall’età di 18 anni
Scolarizzazione: 96%
Unità monetaria: Lira turca
PIL: 733 miliardi di $
Tasso di crescita del PIL: 7,4%
Debito pubblico/ PIL: 34,7%
Export partners: Germania 9,3%, Gran Bretagna 7,3%, Iraq 5,9%, Italia 4,8%, Stati Uniti 4,5%, Francia 4,1%.
Import partners: Cina 12%, Germania 10,3%, Russia 9,9%, Stati Uniti 5,4%, Italia 5,1%.

Istituzioni

Il 28 agosto 2014 Recep Tayyip Erdoğan ha vinto in maniera netta, con il 52% dei consensi, le prime elezioni presidenziali nella storia del Paese, visto che fino a quel momento l’elezione del presidente spettava al Parlamento. Già in precedenza,  Erdoğan aveva guidato il governo turco come Primo ministro dal 2003 al 2014, in quanto capo del partito di maggioranza nel Parlamento monocamerale della Turchia. Infatti, con la revisione costituzionale del 1982 il potere legislativo è di competenza esclusiva della “Grande Assemblea Nazionale Turca”, composta da 550 membri eletti a suffragio universale ogni quattro anni con metodo proporzionale e soglia di sbarramento al 10%. Nel sistema politico turco è presente inoltre una Corte costituzionale – il cui compito principale è quello di giudicare la legittimità e la costituzionalità delle leggi – i cui membri sono nominati dal presidente, e una Corte d’appello, eletta dal Consiglio supremo dei giudici e procuratori.

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Alle elezioni del novembre 2002 vi fu un’importante svolta nello scenario politico del Paese: si passò infatti da un multipartitismo abbastanza consolidato – vi erano almeno più di due partiti in pianta stabile in Parlamento nelle legislature precedenti – a un bipartitismo che vedeva contrapporsi il “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo” di Erdoğan e il “Partito Popolare Repubblicano”, erede della tradizione politico-culturale del kemalismo. Il partito di Erdoğan  ebbe tuttavia campo libero, in virtù della maggioranza schiacciante ottenuta dopo il responso delle urne (365 seggi su 550), per modificare la Costituzione e questo fu sin da subito motivo di continui attriti con il fronte nazionalista laico, rappresentato dalla già citata Corte costituzionale e dall’apparato militare, considerato un vero e proprio baluardo della dottrina kemalista e soprattutto strumento di salvaguardia nazionale contro ogni forma di deriva autoritaria imposta dal governo. Con  Erdoğan al timone dell’esecutivo da 13 anni, l’assetto sociopolitico della Turchia è indubbiamente cambiato. Non è un caso che si sia cominciato a parlare negli ultimi anni di una nuova politica neo-ottomana, portata avanti con spregiudicatezza dal leader del “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo”. Da Repubblica laica e parlamentare – così come era stata plasmata dal padre della Turchia moderna, Mustafa Kemal  Atatürk – a Repubblica presidenziale dai forti connotati religiosi: questo è stato in fondo il nuovo disegno istituzionale perseguito da Erdoğan. Quest’ultimo sta coltivando un processo di de-secolarizzazione dello Stato, volto a dare forma a un nuovo nazionalismo turco ma con base fortemente religiosa. Il richiamo è diretto naturalmente al movimento della cosiddetta “Fratellanza musulmana”, che fa dell’approccio e dell’interpretazione politica dell’Islam il proprio segno distintivo.

Con l’approvazione, tramite referendum, della riforma costituzionale fortemente voluta dal presidente Erdogan, la Turchia è divenuta una Repubblica presidenziale. Infatti, la carica di Primo ministro è stata abolita e il sistema parlamentare di governo sostituito da un sistema di tipo presidenziale. Il numero dei seggi del Parlamento è aumentato da 550 a 600, mentre al presidente della Repubblica vengono garantiti maggiori poteri, in particolare nei confronti della Corte costituzionale, del Parlamento e del Supremo Consiglio dei Giudici e dei Procuratori (HSYK), l’organo di autogoverno della magistratura turca. Il nuovo presidente può nominare ministri e alti funzionari, sciogliere il Parlamento, dichiarare lo stato di emergenza, emanare decreti e nominare 12 giudici su 15 della Corte costituzionale.

Economia

Tra il 2012 e il 2014 due fattori hanno rallentato fortemente la crescita economica: le diminuzioni della domanda interna da un lato e il livello delle esportazioni dall’altro. Inoltre, nel 2014 sono stati aumentati significativamente i tassi di interesse per rafforzare la valuta del Paese e, di conseguenza, ridurre drasticamente l’inflazione. Nel 2015 è avvenuto esattamente il contrario: dopo un primo trimestre sotto le aspettative, si è deciso di abbassare i tassi di interesse per favorire la ripresa economica.

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Nel 2016 i problemi della Turchia sembrano essere legati a un fattore chiave: l’instabilità. L’economia turca sembra essere fin troppo vulnerabile e gli investitori, memori delle incertezze degli anni scorsi, in qualche modo ne erano consapevoli. Secondo dati Bloomberg, infatti, circa 13,5 miliardi di euro di investimenti diretti stranieri dal gennaio al maggio 2016 sono stati investimenti finanziari a breve. Si tratta di vere e proprie “lepri del mercato”, pronte a scappare non appena la situazione politica si fa critica. Tenendo conto che il totale degli investimenti è stimato in circa 16 miliardi di euro, allora si capisce perché quei 13,5 miliardi pesano così tanto.

Nel contesto economico successivo al colpo di Stato, la Turchia ha subito cercato di rassicurare gli investitori e gli analisti, invitandoli a non credere alle voci che descrivono un sistema economico condizionato drasticamente dalla situazione politica.

 

I settori dell’industria e dei servizi trainano l’economia turca, ma l’agricoltura, seppur ancora molto arretrata, fornisce lavoro a buona parte della popolazione. Il turismo ha subìto un duro colpo dopo il tentativo di golpe e pare che a luglio sia calato del 40% su base annua; Erdogan confida però nel fatto che il turismo possa tornare a crescere dopo le ristabilite relazioni tra Turchia e Russia. La disoccupazione non tiene il passo con il ritmo di crescita dell’economia turca. Le statistiche certificano più di tre milioni di persone senza lavoro, con una disoccupazione giovanile che tocca il 18,5%. Un altro problema non secondario da rilevare nel quadro economico è certamente quello delle partite correnti. Il deficit relativo alle partite correnti, che si realizza quando uno Stato importa più servizi e beni di quanti riesca ad esportarne, si attesta su 32,2 miliardi di dollari nel 2015, in calo di ben 13,6 miliardi di dollari dall’anno precedente. Sicuramente il presunto golpe fallito del 2016 non ha aiutato a stabilizzare la situazione. L’inflazione galoppante nel biennio 2017-2018 ha ulteriormente indebolito il potere d’acquisto della classe media turca, provocando una nuova fase di incertezza economico-sociale.

Società e diritti

Il 76% circa della popolazione è di origine turca. I curdi, un gruppo etnico concentrato soprattutto nelle province a sud-est del Paese, rappresentano la più grande minoranza etnica dello Stato, stimata attorno al 18%. I tre principali gruppi ufficialmente riconosciuti come minoranze etniche (per il Trattato di Losanna) sono quelli degli armeni, dei greci e degli ebrei. Uno scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia ebbe luogo nel 1923: quasi 1,5 milioni di ortodossi passarono dalla Turchia alla Grecia e circa 500.000 musulmani provenienti dalla Grecia si spostarono verso la penisola anatolica. Altri gruppi etnici presenti in Turchia sono: abcasi, albanesi, arabi, assiri, bosniaci, georgiani, bulgari, rom.

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Il fallito golpe del luglio 2016 ha reso ancor più conflittuale il già difficile rapporto fra autorità e poteri indipendenti dello Stato e il governo Erdogan. Quest’ultimo è stato oggetto di numerose critiche per via della gestione nei confronti delle libertà e dell’autonomia degli organi di informazione e degli apparati della pubblica amministrazione, dopo la dichiarazione dello Stato di emergenza. Le epurazioni – avvenute nel giro di poche settimane – hanno raggiunto numeri esorbitanti, ma ciò che colpisce è la capillarità con la quale sono state redatte tali liste di proscrizione. Alcuni dati e stime sulle “purghe” governative, provenienti dai rapporti dei delegati Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), riferiscono di:

 

257 funzionari dell’esecutivo;

8.777 funzionari del ministero dell’Interno;

7 funzionari del ministero della Difesa;

1500 funzionari del ministero della Finanza;

492 funzionari dell’Osservatorio degli Affari religiosi;

35 giudici della Corte d’appello.

Difesa e sicurezza

Le Forze armate turche rappresentano il secondo più grande contingente della Nato, dopo quello statunitense, con una forza combinata di poco più di un milione di unità effettive. La Turchia è considerata la più forte potenza militare della regione del Vicino Oriente, oltre a Israele. Ogni cittadino maschio turco, fisicamente abilitato, è tenuto a prestare servizio militare per un periodo che va dalle tre settimane ai quindici mesi, in base al livello di istruzione e alla posizione lavorativa. La Turchia non riconosce l’obiezione di coscienza e non offre un’alternativa civile al servizio militare.

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Sin dalla sua fondazione, la Repubblica turca ha riconosciuto al proprio esercito – attraverso la Carta costituzionale – un ruolo determinante nelle dinamiche inter-istituzionali del suo ordinamento. L’esercito ha da sempre svolto – come nei piani dello stesso Mustafa Kemal – una funzione “equilibratrice”, al fine di salvaguardare la laicità dello Stato contro possibili colpi di mano da parte di movimenti di matrice islamica, prevedendo anche il ricorso ai colpi di Stato da parte dei militari.

 

Con l’ascesa politica di Erdogan, dal 2002 in poi, il ruolo politico delle élites militari si è notevolmente ridotto, minando uno dei pilastri della storica struttura statale della Turchia di origine kemalista.

 

Passato

Nel 1920, a seguito della sconfitta bellica e della dissoluzione dell’Impero ottomano, con la firma del Trattato di pace di Sèvres la Turchia fu costretta a cedere parte della penisola anatolica e la regione della Tracia allo Stato greco. Tuttavia, già da un anno il revanscismo turco si era incarnato nella figura del generale Mustafa Kemal (1881-1938), conosciuto successivamente con il nome di  Atatürk (Padre dei Turchi), che era diventato il leader indiscusso dei rivoluzionari turchi contro i nazionalisti greci nella guerra greco-turca (1919-1922). La vittoria turca e la ratifica del Trattato di Losanna nel 1923 segnarono la nascita della moderna Turchia. Deposto il sultano Maometto VI (1922), Mustafa Kemal divenne nell’ottobre del 1923 il primo presidente della neonata Repubblica turca, e ricoprì la carica fino al 1938 assieme a quella di presidente del Partito Popolare Repubblicano. Il repubblicanesimo dettato da Atatürk era di chiaro stampo autoritario, essendo fondato sul partito unico. Il Partito Popolare Repubblicano restò infatti l’unica formazione politica legale nel Paese fino al 1946, mentre nel 1950 si tennero le prime elezioni democratiche della storia turca. Da giovane ufficiale dell’esercito e membro dei “Giovani turchi”, ad eroe della Patria nella guerra greco-turca, Atatürk fu il padre della neonata Repubblica turca. Il kemalismo – l’ideologia repubblicana e profondamente laicista di Atatürk – cambiò radicalmente la struttura politico-culturale della Turchia. Egli si impegnò in una profonda opera di occidentalizzazione e laicizzazione dello Stato: fece introdurre il suffragio universale, proibì l’uso del velo islamico alle donne nei locali pubblici (la legge fu abolita solo negli anni 2000, dal governo dell’AKP di Erdogan), adottò l’alfabeto latino, il calendario gregoriano, il sistema metrico decimale e proibì l’uso del Fez e del turbante, troppo legati al passato regime, così come la barba per i funzionari pubblici e i baffi “alla turca” per i militari. La visione riformatrice kemalista procedette di pari passo con il processo di secolarizzazione della Nazione turca. Era infatti nota l’avversione di Atatürk nei confronti della religione islamica, e questo spiega il ruolo assegnato nella Costituzione kemalista all’esercito, per la salvaguardia della laicità contro possibili colpi di mano da parte di movimenti di matrice islamica, al punto da prevedere anche il ricorso a colpi di Stato da parte dei militari (ciò che si è verificato più volte nella storia recente della Turchia). Tale sistema di “autodifesa” scattò nel 1960, quando le Forze armate con un golpe rovesciarono il governo del Partito Democratico, e Celâl Bayar, presidente della Repubblica turca, venne arrestato insieme al Primo ministro Adnan Menderes e ad altri membri del Partito Democratico e del governo. Seguirono anni di grande incertezza politica e istituzionale, da molti definita come l’epoca della “strategia della tensione”. Tutto ciò rappresentò una buona causa per un nuovo golpe militare che si concretizzò nel 1980. Il generale Kenan Evren instaurò un regime autoritario dal 1980 al 1982, modificando la Costituzione con la reintroduzione di un sistema parlamentare monocamerale. Lo stesso Evren venne eletto presidente della Repubblica nel 1982, mantenendo la carica fino al 1989.

Se la figura più rilevante della storia turca nel ’900 è senza dubbio quella di Atatürk, la figura politica più importante – e anche più controversa – del nuovo secolo è certamente quella di Erdoğan. Già famoso a livello nazionale come sindaco di Istanbul, Erdoğan fu condannato nel 1998 a tre anni di reclusione per incitamento all’odio religioso, dopo aver declamato in un discorso pubblico alcuni versi dello scrittore e poeta turco Ziya Gökalp: “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati (…)”. Scontata la pena in carcere, Erdoğan fondò il Partito della giustizia e della Libertà (Akp) di chiara ispirazione islamico-conservatrice. Nelle elezioni del novembre 2002 il Partito della giustizia e della Libertà ottenne una vittoria schiacciante, assicurandosi 363 seggi in Parlamento: questo permise ad Erdoğan di andare a ricoprire la carica di Primo ministro. Se la base del nazionalismo di Mustafa Kemal furono il laicismo e il secolarismo, quello di Erdoğan, invece, si è fondato su una fortissima politicizzazione della religione islamica.

Presente

La Turchia ha fatto grandi passi in avanti soprattutto nel decennio che va dal 2002 al 2012. Sono state compiute molte riforme per soddisfare i requisiti per l’adesione all’Unione europea (l’ingresso della Turchia è stato approvato in linea di principio dal Parlamento europeo nel 2004; i successivi negoziati, cominciati nel 2005, stanno procedendo a rilento per motivazioni di politica interna ed estera). Vi sono state importanti riforme economiche, come le privatizzazioni dell’apparato industriale che nei decenni passati era quasi del tutto in mano allo Stato, ma si potrebbero citare altre azioni politiche importanti, come l’implementazione del sistema sanitario, la realizzazione di grandi opere pubbliche, forme di redistribuzione della ricchezza. La classe dirigente turca ha effettivamente compiuto una serie di riforme, in termini formali e anche sostanziali, della struttura socio-economica del Paese. Dal 2013 in poi, la politica “neo-ottomana” che già si prefigurava negli anni precedenti ha avuto indubbiamente maggiore spazio. Questo perché Erdoğan e il suo gruppo dirigente hanno capito che potevano assumere un ruolo decisivo nelle logiche del riequilibrio politico del Grande Medio Oriente. Per fare ciò, Erdoğan ha forzato i tempi, dando il via a una svolta autoritaria del suo governo, accentrando sempre più poteri nelle proprie mani e in quelle del suo partito.

Sul fronte interno, tuttavia, la vera spina nel fianco per Erdoğan resta la questione dell’indipendentismo curdo, che ha avuto momenti di grande tensione tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016. L’ultimo atto della guerra intestina tra il regime di Erdoğan e il fronte di opposizione al suo governo – minoranza curda e soprattutto le alte sfere dell’Esercito – si è consumato nella notte tra il 15 e il 16 luglio 2016, quando una parte delle Forze armate si è resa protagonista di un tentativo di colpo di Stato per rovesciare il governo. Molti analisti hanno sollevato dubbi sulla reale genuinità del golpe, ipotizzando un’operazione false flag per legittimare ulteriori restrizioni alle libertà civili e una serie di purghe sulla magistratura e sull’esercito. Queste riflessioni, per quanto legittime, hanno bisogno di riscontri storici, che si possono verificare solo sul lungo periodo. Si devono invece analizzare gli effetti immediati del fallito golpe sullo stravolgimento dei quadri dirigenziali della pubblica amministrazione e delle Forze armate. Quindi è ragionevole pensare che il colpo di Stato sia nato dal fatto che i quadri dirigenziali dell’Esercito fossero venuti a conoscenza delle liste di proscrizione che l’apparato governativo aveva già preparato. È stato l’ultimo tentativo dell’Esercito per non essere colpito dalle epurazioni che erano state già previste. Certo, non si parla tanto dei soldati, quanto piuttosto dei gruppi dirigenti. Anche perché la reazione dei militari “di truppa” è stata flebile, quasi inesistente, soprattutto se confrontata con la piazza mobilitata da Erdoğan in così breve tempo. La reazione dell’autorità governativa non si è fatta attendere e ha stravolto l’assetto dell’apparato burocratico-amministrativo del Paese.

Futuro

La situazione che la Turchia sta affrontando oggi è una di quelle situazioni che difficilmente potranno essere risolte in poco tempo. Le forze militari, per evitare altri problemi all’interno, probabilmente eviteranno nuove sfide. Inoltre, molti magistrati e professori sono stati allontanati dal loro incarico ed è difficile che l’intero contesto turco torni alla normale operatività in breve tempo. Quali saranno le conseguenze del colpo di Stato in riferimento alla Turchia come alleato militare all’interno della Nato?

Si potrebbe provare a rispondere a questa domanda dicendo che tra Nato e Turchia è sempre intercorsa una stretta relazione d’interdipendenza, con entrambi gli attori che non possono fare a meno l’uno dell’altro.

La Turchia, infatti, ha rappresentato un baluardo indispensabile nella lotta contro l’Isis. L’Europa, dal canto suo, non ha certo dimenticato la complessa situazione esistente prima dell’accordo con Ankara sui migranti. Sul versante della politica interna, il progetto politico di  Erdoğan è comunque minato dall’indipendentismo della minoranza curda, stanziata principalmente nelle regioni sud-orientali del Paese. Il partito politico, nonché gruppo paramilitare, dei Curdi è il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan). In Turchia il Pkk è una forza illegale, in quanto è stato riconosciuta come organizzazione terroristica per i suoi metodi di lotta (da anni i militanti ricorrono ad attentati dinamitardi per rispondere alla repressione del governo centrale nei confronti del popolo curdo). In tal senso devono essere interpretate le attività militari delle truppe di Erdogan al confine con la Siria, volte a scongiurare sul nascere le speranze di edificazione di uno Stato curdo in Medio Oriente, che potrebbe vedere la luce in conseguenza del grande prestigio ottenuto dalle milizie curde durante la guerra contro l’ISIS.