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Conflitti congelati ed il fronte est

Introduzione

La fine della Guerra Fredda ha portato, oltre alle note conseguenze relative al dissolvimento dell’Unione Sovietica, un profondo cambiamento riguardo ai conflitti e alle guerre. Durante il periodo dei blocchi contrapposti e della famosa “cortina di ferro”, infatti, c’era una sorta di prevedibilità complessiva, sia nelle modalità sia nelle azioni dei principali attori coinvolti. L’intero sistema era stabile, per quanto ci siano stati periodi o particolari eventi in cui questo equilibrio sembrava dovesse rompersi.

 

Durante la Guerra Fredda i due principali attori, da una parte gli Stati Uniti e dall’altra l’Unione Sovietica, fermi su una direttrice Est-Ovest, si può dire che si muovevano secondo delle regole di base.

Si temeva infatti un attacco in larga scala, da parte delle truppe del Patto di Varsavia, contro l’Occidente, il quale preparava delle contromosse tradizionali. Il rischio era in qualche modo calcolato.

 

Con il crollo del Muro di Berlino e la caduta dell’Unione Sovietica invece, il rischio diventò incerto, indeterminato e ondivago, così come gli attori coinvolti nei conflitti.

In questi anni si è trasformato anche il concetto stesso di sicurezza, estendosi e inglobando fattori nuovi, come quello ambientale, geoeconomico o informatico, solo per citarne alcuni. Ad oggi le minacce mondiali e i principali pericoli contemporanei sono il possibile uso di armi di distruzione di massa, il quale comunque riprende la concezione della Guerra Fredda, e il terrorismo, in tutte le sue forme.

 

La probabilità di una guerra fra Stati si è invece ridotta notevolmente, anche se, specialmente le grandi potenze, non rinunciano in alcuni casi ad usare la forza per ottenere vantaggi strategici nei confronti di altri Paesi. E’ in questo frangente che per descrivere queste situazioni si usano dei termini che ultimamente si sentono spesso: le guerre “ibride”, “asimmetriche”, “non convenzionali”. Termini nati nei primi anni 2000 e che, soprattutto dopo le operazioni russe in Crimea e in Ucraina Orientale nel 2014, sono ritornati in auge.

 

Una “guerra ibrida” può essere definita come una guerra in cui si mescolano azioni e modalità convenzionali con altre non convenzionali. Azioni sia militari che non, con uso di truppe regolari e irregolari, azioni informatiche, economiche e propagandistiche. Nel corso della storia sono sempre esistite queste modalità ma la cosa che probabilmente distingue in maniera precisa le guerre ed i conflitti contemporanei da quelli passati è l’effetto che la manipolazione delle informazioni può causare sullo sviluppo del conflitto.

 

I nuovi mezzi e strumenti tecnologici, pensiamo anche solo semplicemente ai social media, riescono a rendere la partecipazione globale al conflitto più facile, e di conseguenza più significativa. Per questo il controllo dei comportamenti e del pensiero delle popolazioni coinvolte in un conflitto è diventato un fattore importante. La ‘guerra dell’informazione’ mira proprio a disturbare o modificare quello che una determinata popolazione sa o pensa di sapere su specifici argomenti o eventi; il fenomeno delle famose “fake news” è uno degli strumenti indiretti utilizzati maggiormente in questo ambito.

 

Sicuramente il ruolo che avrà sempre più rilevanza nei conflitti moderni è quello della “cybersecurity”, i cui confini sono piuttosto labili, ma che è ormai fondamentale per il funzionamento adeguato delle strutture critiche per la sicurezza di uno Stato. Oggigiorno infatti qualsiasi infrastruttura, industria, ente, ha un apparato informatico che spesso ne regola il funzionamento. I crimini e gli attacchi “cyber” possono rendere insicuri questi sistemi, anche agendo fisicamente dall’altra parte del mondo.

I cosiddetti conflitti congelati (“frozen”), o protratti (“protracted”), sono invece quei conflitti caratterizzati da fasi di stallo durante le negoziazioni per arrivare ad una soluzione politica reale, o quelle situazioni in continua evoluzione all’interno di territori contesi.

Crimea

La vicenda della Crimea è quella più recente e più famosa probabilmente. Nell’ottobre 2012 in Ucraina vennero indette nuove elezioni per il Rada, anche questa volta fortemente criticate dagli osservatori occidentali che denunciarono varie forzature: l’uso delle risorse governative per favorire i candidati del partito di governo, l’interferenza sull’accesso ai media dei candidati dell’opposizione, il trattamento a essi costantemente riservato. La consultazione vide vincitore il Partito delle Regioni, del presidente in carica Yanukovich, il cui leader Azarov venne nominato primo ministro. La maggioranza formata dal partito governativo, dal Partico Comunista d’Ucraina e da alcuni indipendenti, era espressione dell’orientamento euroscettico e filorusso del Paese.

 

Il passo indietro del presidente Yanukovich, che si rifiutò di concludere l’Accordo sul commercio e la cooperazione con l’Ue nel novembre 2013, in favore di legami economici più vicini alla Russia, generò le forti proteste di piazza dei movimenti dell’Euromaidan. L’uso della violenza da parte dell’esecutivo per sedare le proteste nel febbraio 2014, aspramente condannato dalla comunità internazionale, portò infatti solo a molteplici battaglie all’interno di varie città del territorio ucraino e alla morte di decine di manifestanti. Ritenuto responsabile di strage per la sanguinosa repressione delle proteste, il 22 febbraio il presidente Yanukovich fuggì verso la Russia. Pochi giorni dopo, il presidente russo Putin ordinò l’invasione della penisola di Crimea, giustificandola come un’azione atta a proteggere le minoranze russe della regione, minacciate dallo scoppio del conflitto interno.

Il 16 marzo 2014, nonostante le forti condanne e le reazioni dell’Occidente, si è tenuto un “referendum sull’autodeterminazione della Crimea” che ha sancito, con il 97,3% dei voti, l’annessione della Crimea alla Federazione Russa.

 

Nonostante ancora oggi sia considerato illegittimo dal governo ucraino, dall’Ue, dagli Stati Uniti e dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, l’esito di tale consultazione è stato fortemente sostenuto da Mosca anche grazie ai continui rifornimenti alle forze separatiste nelle regioni orientali dell’Ucraina. Queste operazioni sono evidentemente emblematiche di una guerra ibrida.  Tutto questo ha portato a una situazione di stallo, con nessuna delle forze in campo disposta a rivedere le sue posizioni. Nel settembre 2014 gli sforzi diplomatici hanno portato alla firma del Protocollo di Minsk (o Minsk I) da parte dei separatisti e del governo di Kiev.

Con un rinnovato tentativo di risolvere le tensioni, i leader di Ucraina, Russia, Germania e Francia (il cosiddetto Formato Normandia) hanno negoziato un tentativo di pace nel 2015 noto come “Accordi di Minsk II”, stabilendo oneri di carattere militare e politico alla cui soddisfazione è subordinata la cessazione di sanzioni perlopiù economiche. Nel novembre 2018 si è verificata un’ulteriore crisi tra Ucraina e Russia, con quest’ultima che ha sequestrato tre navi militari ucraine nello stretto di Kerch, tra il Mar d’Azov e il Mar Nero. A seguito di questo episodio, il governo di Minsk ha imposto la legge marziale nelle regioni di confine con la Russia.

L’intesa è ancora oggi inattuata a causa di varie difficoltà, mentre in alcune aree dell’Ucraina continuano sparuti combattimenti armati tra le forze separatiste e quelle governative per la riconquista dei territori illegalmente occupati.

Nagorno-Karabakh

Altro caso di conflitto congelato odierno è quello relativo alla regione del Nagorno-Karabakh, nato alla fine degli anni ’80 a causa di tensioni tra le diverse etnie presenti sul territorio, e si tramutò in una guerra interstatale tra Azerbaigian e Armenia. L’URSS, seguendo il principio del “divide et impera”, incluse negli anni ’20, la regione con fortissima prevalenza di abitanti armeni all’interno della Repubblica sovietica dell’Azerbaigian.

Il Parlamento del Karabakh chiese, nel 1988, di essere annesso all’Armenia. Pochi anni dopo, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, e quindi la fine del controllo ferreo della regione, le tensioni scoppiarono prepotentemente.

La popolazione della regione, enclave armena in territorio azero, rivendicò infatti la sua autonomia dall’Azerbaigian e si autoproclamò indipendente il 6 gennaio 1992. Alla fine dello stesso mese gli azeri iniziarono i bombardamenti sulla regione.

 

La maggioranza etnica armena nel Nagorno-Karabakh, sostenuta ovviamente dalla Repubblica Armena, alla fine ebbe la meglio e dopo due anni di conflitti intensissimi, pieni di episodi e azioni violenti compiute da entrambe le parti, si giunse a una cessazione del conflitto. Il 5 maggio 1994 fu firmato, da Armenia, Azerbaigian e la repubblica del Nagorno Karabakh, l’accordo di Bishkek, mediato da Mosca, e una settimana dopo, il 12, i ministri della difesa firmarono il “cessate il fuoco” a partire dal 17 maggio. La regione si autoproclamò indipendente e l’Azerbaigian perse così di fatto una parte consistente del suo territorio. Anche se l’attuale presidente azero Ilham Aliyev ha dichiarato nel 2008: “Il Nagorno-Karabakh non sarà mai indipendente e l’Armenia deve accettare questa realtà”. Il disaccordo tra le parti in causa è una problematica non nuova nel corso della storia: viene prima il rispetto dell’autodeterminazione della popolazione della regione oppure l’inviolabilità delle frontiere del Paese? Nè una soluzione nè un accordo definitivo sono stati ancora trovati e anzi, negli ultimi tempi si è assistito ad un riarmo generale. La Repubblica del Nagorno-Karabakh ancora oggi non è stata riconosciuta dalla comunità internazionale e quindi, anche per il diritto internazionale, risponde al governo di Baku.

La situazione rimane infatti attualmente ancora estremamente tesa e non sono state poche le occasioni in cui le ostilità sono riprese, come ad esempio ad aprile 2016, quando ci furono diversi scontri a fuoco sulla frontiera che provocarono più di 30 vittime. E’ stato il principale incidente dalla fine ufficiale delle ostilità di un conflitto che ha causato in tutto circa 30mila morti e quasi un milione di profughi.

 

Transnistria

Il caso della Transnistria, o in russo Pridnestrovie, è un altro tra i conflitti congelati attuali che si intreccia anche con il tema della guerra ibrida.

La Transnistria è una regione che confina con l’Ucraina a oriente e viene delimitata dal fiume Nistro a occidente, attualmente ha circa mezzo milione di abitanti di cui la maggioranza di etnia slava (ucraini e russi) e occupa circa un decimo del territorio della Moldavia. L’area della Transnistria agli inizi del ‘900 fece parte della Repubblica Socialista Sovietica di Ucraina e poi diventò la Repubblica Autonoma Moldava, nel 1924. Nell’agosto del ’40 divenne parte della Repubblica Socialista Sovietica di Moldavia, che aveva annesso parte della Bessarabia, sottratta alla Romania. Cominciò così un’importante opera di russificazione della regione, anche grazie alla presenza di grandi industrie sovietiche, in cui le autorità comuniste inviavano lavoratori di altre aree dell’URSS.

 

Un censimento del 1989 dimostra che la maggioranza della popolazione della regione della Transnistria era composta da ucraini e russi, mentre i moldavi erano meno della metà. La dissoluzione dell’Unione Sovietica anche in questo casò ebbe delle conseguenze. Nel settembre del 1990 fu proclamata unilateralmente l’indipendenza della Repubblica Socialista Sovietica moldava di Pridnestrovie; nei mesi successivi le forze della Transnistria si scontrarono in episodi di ostilità più o meno gravi con la polizia moldava. Nel marzo 1992 queste ostilità divennero una vera e propria guerra che vide da una parte l’esercito moldavo, creato recentemente, e appoggiato più o meno ufficialmente dalla Romania, contrapposto alle forze separatiste della Transnistria, appoggiate dalla 14a armata sovietica di stanza a Tiraspol. Se all’inizio delle ostilità Mosca agì in maniera non ufficiale per appoggiare i separatisti, dopo fu molto esplicita nel dare il suo aiuto affinchè si raggiungesse l’indipendenza. Lo stesso allora vicepresidente russo Aleksander Ruckoj incoraggiò apertamente i separatisti, e così fece anche il governo ucraino. Il ‘cessate il fuoco’ giunse il 21 luglio del 1992, firmato da Russia e Moldavia. Questo accordo prevedeva lo schieramento di un contingente di forze peacekeeping lungo il fiume Nistro. Attualmente sono presenti sul territorio 403 soldati moldavi, 385 russi e 411 della Transnistria, oltre a circa un migliaio di truppe russe che in teoria non dovrebbero essere presenti secondo l’accordo del ’92.

 

La Transnistria si è data un governo, un parlamento, una moneta ed una banca propria, ma a livello internazionale è ancora considerata sotto il governo di Chisinau.

La recente crisi ucraina, e l’annessione della Crimea alla Russia nel 2014, hanno dato nuovamente vitalità ai propositi di secessione della regione. Nello stesso anno infatti la Transnistria ha richiesto ufficialmente di essere annessa a Mosca, e dallo stesso anno i negoziati per una risoluzione del conflitto congelato sono stati più frequenti da parte degli attori in causa. Nonostante questi sforzi, anche qui, una soluzione reale e duratura sembra essere purtroppo ancora lontana.

Abkhazia e Ossezia del Sud

Nella regione caucasica, e più precisamente in Georgia, ci sono due situazioni distinte di conflitti congelati o protratti, simili tra loro per modalità e tempistiche, che interessano le regioni dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. Durante il perioso sovietico queste due regioni avevano rispettivamente lo status di repubblica e regione autonoma all’interno della Repubblica Socialista Sovietica di Georgia.

 

A seguito della dissoluzione dell’URSS la Georgia si rese indipendente nel 1991, e poco dopo scoppiarono le guerre secessionistiche delle due regioni. Furono firmati due accordi per il cessate il fuoco con i separatisti osseti, nel 1992, e con quelli abkhazi, nel 1994, ma non si giunse ad un vero e proprio accordo di pace. In questo modo e con il tempo si creò uno scollamento tra quello che poteva essere il controllo “de facto” delle regioni, detenuto dai gruppi separatisti ancora ben presenti sul territorio e appoggiati da Mosca, e il controllo “de jure”, detenuto da Tbilisi. In tutti e due i casi la Russia concesse la propria cittadinanza alla quasi totalità delle popolazioni abkhazie e ossete, inoltre sul territorio delle due regioni sono ancora presenti truppe russe.

 

L’Abkhazia ha proclamato unilateralmente l’indipendenza dalla Georgia nel 1999 e si è dotata di una Costituzione e di un apparato istituzionale. Nel mondo sono pochissimi gli stati che riconoscono ufficialmente lo Stato dell’Abkhazia, e ovviamente la Russia è tra questi. Anche perchè si può dire che la sopravvivenza di questa regione è data soprattutto dagli aiuti, economici e non, che provengono da Mosca. L’Abkhazia ha, oltre diversi accordi bilaterali con il vicino russo, addirittura una forza militare congiunta con la Russia, creatasi dopo un accordo stretto tra il premier Vladimir Putin e il presidente dell’Abkhazia Raul Khajimba nel 2014.

 

Anche in Ossezia del Sud, a seguito del conflitto separatista concluso nel 1992, la popolazione aveva cominciato un processo di sviluppo statale e costituzionale, che ebbe il suo apice nel referendum sull’indipendenza svoltosi nel novembre 2006.

Poco meno di due anni dopo, nell’agosto del 2008, il conflitto si “scongelò”. La Georgia cercò di riconquistare militarmente il controllo dell’Ossezia del Sud ma si diresse verso una rapida sconfitta, la guerra durò infatti solo cinque giorni, dal 7 al 12 agosto. I separatisti osseti erano forti dell’appoggio delle truppe di Mosca e anche dei separatisti abkhazi. Il 12 agosto le parti in causa, mediate dall’Unione Europea, hanno sottoscritto un accorso per la pace.

Dal settembre di quell’anno, sui territori georgiani, è presente una missione civile europea di monitoraggio, la “European Union Monitoring Mission”, che ha l’obiettivo di favorire la stabilizzazione e la normalizzazione del Paese. Tra l’altro nel 2009 il Consiglio dell’UE ha pubblicato un rapporto in cui imputava alla Georgia la responsabilità del conflitto ‘dei cinque giorni’ ma condannava la reazione smisurata che ebbero le truppe russe.

 

Non è un caso che in quasi tutti questi conflitti congelati sia presente, in maniera neanche troppo mascherata, una forte influenza della Russia. Mosca, infatti, ha dei forti interessi nel foraggiare e nell’appoggiare le spinte separatiste nei diversi Paesi dell’ex URSS. Questo perchè un’instabilità e una debolezza cronica all’interno delle strutture statali degli ex paesi sovietici, e quindi dei Paesi vicini ai confini russi, fa il gioco del Cremlino. Considerando che questi Stati sono di recente formazione, spesso non serve molto per mettere in crisi gli apparati principali. Inoltre, nella logica della contrapposizione che Mosca ha con la NATO, il riuscire a “difendere” gli Stati che la circondano, da un possibile allargamento dell’Alleanza Atlantica, è uno degli obiettivi primari russi. Avendo degli ‘avamposti’ e delle regioni a forte maggioranza russa che lottano per l’annessione a Mosca è un vantaggio assoluto.