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Le ‘’Nuove vie della seta’’

Introduzione

Se l’originaria Via della Seta trasforma e rivoluziona la prospettiva economica e culturale dell’antichità, divenendo canale di scambio non solo di merci, ma pure di conoscenze, idee e persone, la nuova Silk Road ha l’ambizione di andare oltre, trasformandosi nella spina dorsale di una nuova, immensa area commerciale e politica nel cui ambito la Cina è destinata a giocare un ruolo da protagonista assoluto.

Annunciato ufficialmente dal presidente Xi Jinping nel 2013, pochi mesi dopo l’avvio del suo primo mandato alla guida della Repubblica Popolare Cinese, il piano “One Belt, One Road”  (OBOR) – oggi “Belt and Road Inititative” – è un progetto colossale potenzialmente in grado di modificare in maniera sensibile gli equilibri geopolitici e geoeconomici globali.

Sbocco concreto degli orientamenti politici ed economici del leader cinese – che ha in breve tempo accumulato un enorme potere in patria – la Nuova Via della Seta si pone l’obiettivo di mettere in collegamento Asia, Medio Oriente, Africa, Russia ed Europa con ricadute non solo economiche, ma anche di natura politica e culturale, coinvolgendo oltre 70 Paesi nel mondo attraverso flussi di investimento stimati tra i 4 e gli 8 trilioni di dollari (Devonshire-Ellis, 2017).

Se la “Belt and Road Initiative” fosse completata, potrebbe coinvolgere più della metà della popolazione mondiale, tre quarti del commercio delle risorse energetiche disponibili e circa il 40% del PIL globale, per un volume di scambi che si attesterebbe, secondo le stime, sul valore di 2.500 miliardi di dollari.

Articolato su una rotta terrestre (Belt) e una marittima (Road), alle quali si è di recente aggiunto il corridoio polare, il progetto è stato definito da molti come un nuovo Piano Marshall, capace di offrire importanti opportunità economiche e di creare connessioni profonde tra i Paesi.

E tuttavia, a suscitare non poche preoccupazioni sono le dinamiche di interdipendenza/sudditanza che potrebbero generarsi dal sostanziale influsso delle rotte sull’economia dei singoli Stati, nel momento in cui questi divenissero oggetto degli investimenti infrastrutturali cinesi. Con evidenti risvolti geopolitici connessi.

La natura essenzialmente geopolitica e non commerciale del progetto è dimostrata dal fatto che i suoi percorsi evitano un Paese come l’India – storico rivale della Cina – che pure si presenterebbe, sotto il profilo economico, come un interlocutore inevitabile e indispensabile.

Interessi strategici

In questi anni, la Cina si è progressivamente imposta sullo scacchiere mondiale, divenendo uno dei maggiori player globali nel settore economico e finanziario, nel comparto della sicurezza internazionale, nell’area del cyber.

L’obiettivo principale delle autorità di Pechino è quello di garantire un quadro di stabilità politica interna, necessario tanto alla sopravvivenza del regime (in larga misura connessa a dinamiche di crescita economica costante) quanto al riequilibrio di parametri strutturali derivanti dalle scelte compiute, che sul lungo periodo potrebbero seriamente danneggiare le fondamenta stesse del sistema economico.

Xi Jinping, segretario generale del Partito Comunista Cinese (PCC), presidente della Repubblica Popolare e capo della Commissione Militare Centrale, ha fatto del “Sogno cinese” – da intendersi come ascesa del Paese a livello militare, economico e culturale entro la metà del secolo – la cifra distintiva della propria amministrazione. Sotto la sua leadership, la Cina sta vivendo un’importante trasformazione politica ed economica: da un lato, il Paese ha raggiunto grandi livelli di prosperità, dall’altro, il processo di consolidamento del potere si è articolato in termini di assoluta centralizzazione della figura dello stesso Xi, il quale ha ormai acquisito un’autorità personale e istituzionale superiore a qualsiasi altro leader, paragonabile solo a quella del presidente Mao.

Tuttavia, alcune recenti iniziative di Pechino, comprese le rivendicazioni territoriali e le azioni nelle acque ad est e a sud della Cina – all’origine di una condanna subìta nel luglio 2016 per mano della Corte permanente di Arbitrato dell’Aja –, hanno suscitato preoccupazione tra gli Stati vicini, timorosi che l’approccio sempre più assertivo della Repubblica Popolare sul terreno delle relazioni internazionali preluda a intenti egemonici di vasta portata.

Dal 2015, il Renminbi è stato incluso nel paniere delle riserve monetarie del Fondo Monetario Internazionale (assieme al dollaro, all’euro, alla sterlina e allo yen), offrendo al governo cinese un “seal of approval” della comunità internazionale da sfruttare anche ad uso e consumo interno.

In Africa, Pechino ricopre da anni un ruolo di primissimo piano, il flusso dei commerci raggiunge i 300 miliardi di dollari e garantisce 2 milioni di posti di lavoro. La Cina ha assicurato il proprio contributo a numerose missioni di pace compiute in quest’area sotto egida dell’Onu, ma l’evoluzione della politica estera è rilevabile anche nelle iniziative volte alla protezione degli interessi strategici fuori dai confini nazionali, giacché gli investimenti economici procedono in parallelo con la tutela militare indiretta. In tale contesto, va inquadrato l’importante annuncio da parte del governo di Gibuti che, aderendo alla “Via della Seta Marittima”, ha concesso un avamposto sul proprio territorio alle forze militari cinesi, onde favorire le operazioni anti-pirateria e tutelare così la rotta commerciale.

Ancor più rilevante (e forse esplicativo delle reali intenzioni) è stato l’atteggiamento tenuto dinanzi al conflitto ucraino: pur non riconoscendo l’annessione della Crimea alla Russia, la Cina si è comunque astenuta dal condannare le azioni di Mosca.

Prosperità e partecipazione politica

Il progetto “One Belt, One Road” è forse il risvolto più significativo della politica economica ed estera cinese, quello che meglio delinea l’ambizione del Paese asiatico a trasformarsi in potenza globale egemone sostenuta da un sistema economico moderno, pienamente sviluppato.

La leadership politica cinese ha utilizzato la leva del nazionalismo, in particolar modo dopo la fine della Guerra fredda, quale strumento per ottenere sostegno tra la popolazione. Si guardi, per esempio, al caso delle isole Senkaku/Diaoyu, nel mare dell’est. In generale, ogni discussione sui principali snodi della politica estera va inquadrata e letta nel contesto delle priorità e dei vincoli interni, secondo un costante intreccio – spesso sottovalutato – tra ambizione egemone e bisogno di stabilità economica.

Le riforme graduali perseguite sin dalla fine degli anni Settanta, che hanno spinto la Cina a divenire la seconda economia del mondo, sono state messe a punto dalle autorità di Pechino in virtù di un “contratto sociale non scritto” con il popolo, sulla base del quale la partecipazione politica ha conosciuto limitazioni compensate dalla garanzia dello sviluppo economico-produttivo e di migliori condizioni di vita.

La solidità di questo implicito trade-off, di questo “scambio” tra aumento della prosperità e riduzione dei diritti politici ha però iniziato a mostrare elementi di fragilità negli ultimi tempi. Nonostante l’adesione all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) e le molteplici promesse sul terreno delle riforme, i tentativi di Pechino di avvicinarsi sempre più al modello di economia di mercato hanno subìto un rallentamento: circa il 60% del PIL cinese è generato da imprese statali (SOE) che rappresentano più o meno la metà del credito bancario, fornendo però solo il 20% della produzione industriale.

La grande recessione del 2008 ha poi rappresentato un tornante decisivo per la Repubblica Popolare, ponendola di fronte a nuove importanti sfide: nell’affrontare la crisi, il governo cinese ha deciso di immettere un pacchetto di stimoli economici del valore di 586 miliardi di dollari (Yongding, 2008) che, pur rivelatosi efficace nell’ottenere know-how dalle imprese occidentali attraverso il loro acquisto, ha per converso determinato un eccesso di capacità produttiva  negli anni seguenti.

Tale dinamica, unita al rallentamento dello sviluppo economico, agli squilibri demografici e sociali interni, al tuttora incompiuto sforzo di creare una classe media e un welfare state, trova oggi sfogo e ipotetica “salvezza” nell’OBOR.

La "Belt and Road Initiative"

Concepita come un moderno restauro della Via della Seta, la “Belt and Road Initiative” prevede lo sviluppo di una rete stradale e ferroviaria diretta tra la Cina e l’Europa, attraverso l’Asia centrale, il Medio Oriente e la Russia, e di un corridoio marittimo che collega le strutture portuali cinesi con la costa africana e poi, passando per il Canale di Suez, con il Mediterraneo.

Si tratta del più grande progetto di investimento mai realizzato prima, con più di 70 Nazioni coinvolte (4,4 miliardi di persone, piu del 60% della popolazione mondiale) che rappresentano circa un terzo del PIL globale, e una mole di investimenti in termini infrastrutturali stimata sui 1.000 miliardi di dollari.

Un’iniziativa molto ambiziosa e dall’enorme potenziale economico, oltre che geopolitico, che può promuovere il ruolo internazionale della Cina e che svela la portata reale delle sue ambizioni: un multilateralismo formale con Pechino al centro, in posizione preminente negli approcci bilaterali. Una sostanziale visione sinocentrica che si articola tramite l’offerta di cooperazione, in ogni caso win-win per i Paesi aderenti.

Nel documento programmatico “Vision and Actions on Jointly Building Silk Road Economic Belt and 21st-Century Maritime Silk Road”, emanato nel marzo 2015 dalla Commissione nazionale per lo sviluppo nazionale e le riforme, dal ministero degli Affari Esteri e dal ministero del Commercio della Repubblica Popolare cinese, vengono indicate le direttrici del progetto: un coordinamento delle politiche degli Stati comprensivo di un sistema di comunicazione e di scambio delle politiche macroeconomiche finalizzato allo sviluppo, ossia al potenziamento, delle infrastrutture dei Paesi coinvolti, con forte scambio di investimenti e rafforzamento della cooperazione finanziaria ai fini della stabilità monetaria.

La prospettiva, più volte enunciata, è quella di uno scambio sociale e culturale per pervenire ad una progressiva integrazione dei popoli interessati, in una data area regionale.

Da un lato, dunque, lo sviluppo economico e la reciproca prosperità, dall’altro una pacificazione globale sotto l’egida dell’infrastruttura, resa sempre più efficiente e sviluppata. Una strategia probabilmente pensata anche per superare la difficile fase che ha trovato sbocco nella “crisi dei dazi” con l’amministrazione Trump.

La Nuova Via della Seta, in effetti, rappresenta l’occasione per creare un’area economica egemonizzata dalla Cina, dalla quale escludere potenzialmente gli Stati Uniti, accusati di avere finanziato i più importanti rivali di Pechino attraverso la strategia “Pivot to Asia” e di avere escluso la Cina stessa dal Trans-Pacific Partnership (TPP), firmato nel febbraio 2016 e successivamente abbandonato da Washington. Ciò spiega l’insistenza con cui l’America sta esortando i suoi alleati a valutare attentamente le conseguenze di un’adesione non concertata al progetto “Belt and Road”.

Dal punto di vista finanziario, con un investimento stimato che arriva fino agli 8 trilioni di dollari americani, più volte modificato al rialzo, la Cina prova ad avvalersi del coinvolgimento di fondi e istituzioni finanziarie, affiancandole alle risorse proprie.

Di grande importanza sono la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) e il Fondo per la Via della Seta, promosse dal governo cinese per un’effettiva realizzazione dei progetti inerenti “Belt and Road”: l’AIIB ha già visto l’adesione di numerosi Paesi, tra i quali Germania, Italia, Francia e Regno Unito, assumendo sempre più un ruolo di controaltare della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e dell’Asian Development Bank.

Il Fondo per la Via della Seta, istituito nel novembre 2014 con una dotazione di 50 miliardi USD, costituisce il principale canale di finanziamento per opere non necessariamente legate in senso stretto alla logistica. Il ruolo che il Fondo vuole assumere, infatti, sembra orientarsi verso l’opera di facilitazione e coordinamento tra la Cina e i Paesi cui è indirizzato l’investimento, nell’ottica di favorire partecipazione e integrazione alle dinamiche della Silk Road.

Le reazioni al piano cinese

Pechino ha dato prova di concretezza nell’ambito della progettazione infrastrutturale, anche prima del formale annuncio di “Belt and Road”. Un esempio in tal senso è rappresentato dalla costruzione di un oleodotto che, partendo dal confine tra Uzbekistan e Turkmenistan, giunge nel mezzo della Repubblica Popolare, a Jingbian.

Si potrebbe poi menzionare il piano di costruzione di una rete ferroviaria tra Khorgos (Cina) e il porto sul Mar Caspio di Aktau (Kazakistan), annunciato dai presidenti dei due Paesi nel 2015, oppure il cosiddetto “Corridoio Economico Cina-Pakistan” (CPEC), che offrirebbe alla Silk Road un nuovo sbocco sul mare evitando lo Stretto di Malacca, zona a forte rischio pirateria.

Per quanto concerne le reazioni al progetto cinese, va detto che la Russia ha in un primo momento disapprovato l’iniziativa di Pechino, leggendovi una minaccia ai suoi stessi interessi nella regione asiatica. Di recente, però, la posizione di Mosca sembra differente rispetto all’approccio iniziale.

Con la dichiarazione congiunta sulla “Cooperazione e il coordinamento nello sviluppo dell’EEU e della cintura economica della Via della Seta”, sottoscritta nel maggio 2015, e con l’investimento da parte di un consorzio cinese di 375 milioni di dollari per la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità tra Mosca e Kazan, Putin e Xi Jinping sembrano, difatti, voler offrire segnali di distensione nell’ottica di una maggiore collaborazione commerciale.

I Paesi europei hanno assunto un atteggiamento di cautela (dovuto anche alle tensioni connesse alla tecnologia 5G), ma la recente sottoscrizione del “Memorandum of Understanding” con l’Italia pare aver fornito nuova concretezza e spinta al progetto cinese.

L’Italia è per ora l’unico Paese del G7 ad avere negoziato un accordo preliminare con Pechino (il governo di Roma ha in seguito precisato che non è vincolante), pur se altri Stati (è il caso della Francia) hanno firmato intese commerciali o comunque stretto rapporti con Pechino (la Germania).

In tale contesto, la strategia della Commissione europea, presentata nel marzo 2019 e finalizzata alla coesione dei Paesi membri, punta a stabilire il principio di reciprocità negli appalti pubblici, oltre a fissare criteri di massima cautela e sicurezza sul tema delle telecomunicazioni.

Su posizioni decisamente ostili alla “Belt and Road”, sono l’India e gli Stati Uniti. Washington, in particolare, ritiene che i finanziamenti concessi per i piani infrastrutturali siano destinati a mettere in crisi le economie dei Paesi che li ricevono, indebitandoli oltre il livello di sostenibilità, fino al punto della perdita della sovranità sostanziale.

Lo scontro si è anche spostato in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, acuendo le preoccupazioni dell’amministrazione Trump, nel momento stesso in cui la Cina ha proposto – nel marzo 2019 – di utilizzare la “Belt and Road” come strumento per la ricostruzione e lo sviluppo dell’Afghanistan e di tutta la regione dell’Asia centrale. La contrapposizione non ha tuttavia permesso di assumere una decisione in tal senso.

Va poi rilevato che alle preoccupazioni economiche e sociali si aggiungono quelle relative alla sicurezza nazionale, legate alla questione del 5G, una tecnologia così innovativa da poter rivoluzionare la connettività mondiale, e di cui la Cina – tramite Huawei – potrebbe essere il primo fornitore globale.

Scenari futuri

“Belt and Road” è un piano di portata storica, il più grande progetto geopolitico mai concepito. Incarnazione del pensiero di Xi Jinping, se Pechino riuscisse a realizzarlo farebbe un primo grande passo nel rivoluzionare l’ordine mondiale e, perlomeno, nello stabilire un nuovo duopolio in termini di potere con gli Stati Uniti, a scapito degli altri attori globali, in primis Europa e India.

Anche se con diverse sfumature nel corso degli anni, sempre più Paesi hanno modificato il loro approccio nei confronti di una iniziativa troppo grande per poter nascondere le reali ambizioni egemoniche ma, al tempo stesso, troppo importante per non essere presa in considerazione in un periodo di crisi economica e sociale.

I rischi di fallimento del progetto cinese sono, però, molti. Ai problemi legati agli scenari politici di molti Paesi dell’Asia, caratterizzati da cattiva amministrazione e alto tasso di corruzione, si aggiungono i grandi rischi macroeconomici connessi ai finaziamenti e allo sviluppo delle infrastrutture necessarie.

Secondo il “Centro per lo Sviluppo Globale”, un think tank con sede a Washington, nel caso di alcuni Paesi coinvolti (Pakistan, Montenegro, Maldive, Mongolia) il rapporto debito/PIL aumenterà fino al punto da costringerli ad attuare strategie per bilanciare la partecipazione al progetto.

Basti pensare che la costruzione della tratta ferroviaria Kunming-Singapore in Laos (costo stimato 6 miliardi di USD), ammonterà a quasi il 35% del PIL del Paese stesso nel 2017. Un ulteriore rischio origina dalla generale preoccupazione legata alla mancanza di fiducia verso gli obiettivi reali del gigante asiatico. Ad apparire certo è il fatto che se quanto verrà alla luce seguisse anche solo le premesse, Oriente e Occidente non solo incrementeranno in maniera considerevole i loro legami commerciali, ma stringeranno anche un accordo che non potrà non generare profondi mutamenti degli equilibri geopolitici e culturali nel mondo.