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Anagrafica

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Nome ufficiale: Repubblica di Serbia
Capitale: Belgrado
Superficie: 88.360 km2
Densità 80,7 ab/km2
Confini: Ungheria, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Kosovo, Macedonia, Bulgaria, Romania
Popolazione: 7.057.412 (di cui urbana 55,7%, rurale 44,3%)
Composizione etnica: Serbi (83,3%), Ungheresi (3,5%), Bosniaci (2%), Rom (2%), altri (9,2%) - dati dell’Ufficio statistico serbo del 2011
Forma di governo: Repubblica parlamentare
Lingue: Serbo
Religioni: Ortodossi (84,6%), Cattolici (5%), Musulmani (3,1%), Protestanti (1%), Atei (1,1%), altri (0,8%), non dichiarato o sconosciuto (4,5%)
Aspettativa di vita: 76 anni
Tasso di natalità: 8.9 nati/1000 abitanti
Servizio militare: 18 anni, volontario
Scolarizzazione: 96,3%
Unità monetaria: Dinaro serbo
PIL: 39,4 miliardi
Tasso di crescita del PIL: 3%
Debito pubblico/ PIL: 70,9%
Export partners: Italia 15%, Germania 13%, Bosnia-Erzegovina 8%, Romania 6%, Russia 5%
Import partners: Germania 13%, Italia 10%, Russia 10%, Cina 8%, Ungheria 5%

Istituzioni

La nuova Costituzione del 2006 ha definito la Serbia una Repubblica parlamentare, con un capo dello Stato eletto a suffragio popolare diretto. Dalle elezioni presidenziali dell’aprile 2017 è in carica Aleksander Vucic, ex premier e leader dell’SNS (Partito progressista di ispirazione nazionalista). Il Primo ministro, dal giugno 2017, è Ana Brnabic, già ministro della Pubblica amministrazione nel governo di coalizione tra SNS e SPS (Partito socialista). Brnabic è la prima donna nella storia serba a ricoprire tale ruolo.

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Il Primo ministro e il governo sono eletti dall’Assemblea nazionale (Narodna Skupstina), composta da 250 membri. Essa detiene il potere legislativo dello Stato.

Il potere giudiziario è indipendente dall’esecutivo e dal legislativo. È presente sia una Corte Suprema di Cassazione, composta da 36 giudici, compreso il suo stesso presidente; sia una Corte Costituzionale, composta da 15 giudici.

 

Il suffragio è universale e obbligatorio dai 18 anni di età, le prossime elezioni presidenziali si terranno nel 2022, mentre quelle per eleggere i membri dell’Assemblea nazionale avranno luogo nell’aprile 2020.

La Repubblica serba è composta da 119 municipalità (opstina), 26 città, 29 distretti e due province autonome, la Vojvodina (nel nord del Paese) e il Kosovo. Quest’ultima regione non è stata ancora riconosciuta dal governo serbo come Nazione indipendente.

Economia

Durante le guerre balcaniche, oltre all’errata gestione economica di Milosevic e al lungo periodo caratterizzato dalle sanzioni internazionali, l’economia serba ha avuto un crollo drastico. Il Prodotto interno lordo, che nel 1990 toccava gli 11 miliardi di dollari, si è più che dimezzato nel giro di tre anni. Solo dal 1993 ha ricominciato a salire piuttosto lentamente, fino alla notevole accelerazione registrata dal 2003 per qualche anno. Nel 2017 il PIL serbo è arrivato a 39,4 miliardi di dollari.

L’industria, specialmente quella legata ai settori agroalimentari e chimici, e l’agricoltura, con cereali e patate in primis, restano ancora essenziali per l’economia serba, componendo circa il 40% del PIL. Il passaggio verso un’economia di servizi è avvenuto difatti in tempi più lenti rispetto agli altri Paesi balcanici.

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Le politiche fiscali serbe sono state caratterizzate da un approccio generalmente lassista, con conseguente crescita del debito pubblico: tra il 2008 e il 2015 esso è raddoppiato, superando a oggi il 70%. La disoccupazione in Serbia è pari al 16,5%, al di sopra della media europea, pur se il dato è relativamente basso se confrontato con quello dei vicini Paesi balcanici.

Per quanto riguarda il versante energetico, la Serbia fa molto affidamento sull’estrazione e sul consumo di carbone. Esso rappresenta oltre la metà del mix energetico nazionale, seguito dal petrolio (23%) e dal gas (13%). Le importazioni di gas e petrolio vengono maggiormente dalla Russia.

Un ruolo sicuramente importante nell’economia del Paese è occupato dalle rimesse e dagli aiuti internazionali. In entrata, le rimesse equivalgono a più di 3 miliardi di dollari, mentre in uscita a “solo” 245 milioni. Per quanto riguarda gli aiuti esterni, solo per il periodo 2014-2020, l’Unione europea ha stanziato 1,5 miliardi di euro a seguito del “Processo di Berlino”, iniziativa che mira a garantire l’ingresso della Serbia e di altri Paesi balcanici all’interno dell’Ue.

 

La Serbia ha inoltre finalizzato la concessione di un prestito da 1,4 miliardi di dollari da parte del Fondo monetario internazionale, condizionato alla promozione di un processo riformista in senso liberale. Ma non è solo l’Ue a destinare finanziamenti al Paese serbo; è previsto infatti che nei prossimi anni forti investimenti saranno effettuati dalla Russia, cui la Serbia è fortemente legata in termini linguistici, culturali e storici, oltre che commerciali. Tali investimenti saranno diretti in maniera particolare verso il comparto energetico e infrastrutturale. Inoltre, è molto probabile un rafforzamento delle relazioni economiche con la Cina, un attore geopolitico sempre più centrale. La Cina è intenzionata a inserirsi nei processi di privatizzazione promossi da Belgrado e a promuovere la creazione di una libera zona economica lungo il Danubio, in previsione del progetto della “Nuova Via della Seta”. La Serbia, che ancora non fa parte dell’Unione europea e che non farà parte della Nato nel prossimo futuro, è considerata dalla Cina un partner ideale all’interno del Continente europeo.

Società e diritti

Durante gli anni ’90, la violenza e la criminalità organizzata hanno inciso in termini assai negativi sulla vita del Paese. La violenza chiama in causa gli ambienti nazionalisti serbi oltranzisti che attirano ancora oggi ampie fasce della popolazione, specialmente i giovani disoccupati. Si registra inoltre la presenza di una criminalità organizzata locale che mantiene una certa capillarità in alcune regioni del Paese.

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Con riferimento allo sviluppo della democrazia e alla tutela dei diritti civili, c’è stata una notevole promozione e diffusione, soprattutto grazie agli investimenti europei degli ultimi anni, ma non bisogna sottovalutare l’attuale scenario sociale presente in Serbia. Nelle piazze si protesta da mesi contro il presidente Vucic, accusato di gestione autoritaria, per la limitazione delle condizioni generali delle libertà dei media e di accesso alle informazioni, oltre che per una restrizione degli spazi civili.

 

Sotto il profilo del welfare, la spesa sanitaria è tra le più alte al mondo (10,4% del PIL), anche se negli ultimi anni si è registrato un calo di efficienza. Anche il sistema scolastico serbo negli anni ’90 ha registrato un crollo e oggi deve beneficiare e sfruttare gli aiuti dell’Ue, diretti in particolar modo verso l’istruzione secondaria.

Difesa e sicurezza

La Serbia ha abolito la leva obbligatoria dal 1° gennaio 2011, avviando un processo di professionalizzazione delle Forze armate; oggi il servizio militare è volontario, a partire dai 18 anni. Attualmente l’esercito serbo è il primo per dimensioni nella regione balcanica occidentale, contando 28.510 soldati in servizio attivo.

È in corso una modernizzazione e un potenziamento della difesa serba e dei suoi mezzi militari, e ciò rientra nell’ambito della politica di equilibrio tra Russia e Unione europea. Belgrado, infatti, ordina e acquista aerei, elicotteri e altri strumenti sia dalle aziende russe sia da quelle europee, la franco-tedesca Airbus su tutte. Negli ultimi due anni la spesa militare ha avuto conseguentemente un aumento, arrivando all’1,88% del PIL.

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Le principali sfide alla sicurezza e alla stabilità del Paese sono quelle relative alla gestione dei flussi migratori e all’emergere di un fenomeno islamista radicale e jihadista in alcune province, soprattutto nel territorio meridionale. Oltre ai rifugiati delle guerre interne jugoslave degli anni ’90, la Serbia ha dovuto fronteggiare l’emergenza migranti degli ultimissimi anni. Anche se rispetto all’ondata del 2015 il flusso è stato più contenuto, il problema rimane visto che, anche a causa della chiusura della “rotta balcanica”, gran parte dei migranti che non sono riusciti ad arrivare nei Paesi del centro-nord Europa si trovano bloccati in territorio serbo, non riuscendo neanche più a tornare nei luoghi di origine.

Passato

La Serbia si è formata nei secoli VI e VII, in seguito all’insediamento di popolazioni serbe nella penisola balcanica. Nel IX secolo esse si convertirono al Cristianesimo, e mentre riconoscevano di fatto la sovranità bizantina si autogovernavano tramite un’organizzazione statale detta Raska. Nel 1389 i serbi, dopo la battaglia di Kosovo Polje in cui furono sconfitti nettamente dagli ottomani, divennero tributari della Sublime Porta e il loro regno fu diviso. Solo nel 1459 fu sancita l’annessione formale della Serbia all’Impero Ottomano. Questa dominazione turca fu dura e repressiva: i contadini furono ridotti praticamente in schiavitù, mentre ai nobili vennero confiscati i beni. In questa pesante situazione, la forte identità nazionale serba sopravvisse aggrappandosi al fondamento principale, la Chiesa ortodossa. La dominazione durò fino agli inizi del XIX secolo. La lotta per la liberazione, grazie anche all’aiuto determinante della Russia, raggiunse l’obiettivo dell’autonomia serba nel 1812, venne sancita dal Trattato di Bucarest e ufficialmente riconosciuta con il Trattato di Adrianopoli nel 1829. La reale indipendenza della Serbia dalla Turchia fu formalmente riconosciuta dalle potenze europee nel congresso di Berlino del 1878, e quattro anni dopo, nel 1882, la Serbia diventò un regno. In quel periodo si registrarono forti sentimenti di ostilità nei confronti sia dell’impero austro-ungarico che della Bulgaria. Tutto questo condusse alle guerre balcaniche (1912-1913), in cui la Serbia svolse un ruolo da protagonista, uscendone come potenza regionale.

Il nazionalismo serbo accese la famosa scintilla destinata a far scoppiare il Primo conflitto mondiale, ovvero l’uccisione a Sarajevo dell’arciduca austriaco Francesco Ferdinando nel giungo 1914. Alla fine della guerra fu costituito il regno di Serbia, Croazia e Slovenia (1918), divenuto poi nel 1929 regno di Jugoslavia.

Durante la Seconda guerra mondiale, i partigiani comunisti, guidati da Josip Broz Tito, resistettero all’occupazione della Jugoslavia e alla sua divisione da parte dell’Asse. Alla fine del conflitto, Tito prese il pieno controllo, con il suo movimento politico-militare, della neo Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (RSFI).

Durante la Guerra fredda, la Jugoslavia adottò un modello politico-economico di stampo socialista, prendendo però le distanze dall’Unione Sovietica e ponendosi alla testa dei Paesi non allineati.

Nel 1989 Slobodan Milosevic divenne presidente della Repubblica di Serbia; fu l’apice del processo di “serbizzazione” delle strutture nevralgiche della Repubblica: Milosevic guidò infatti il passaggio da un modello socialista improntato sugli equilibri tra le varie etnie, a un sistema autoritario fortemente imperniato sul nazionalismo serbo. Questo processo, insieme al riemergere di sentimenti nazionalisti e istanze indipendentiste nelle varie Repubbliche, portò alla violenta rottura della Jugoslavia. Nel 1991, infatti, Croazia, Slovenia e Macedonia dichiararono l’indipendenza, seguite dalla Bosnia nel 1992. Queste dichiarazioni generarono due lunghi e sanguinosissimi conflitti che coinvolsero la Serbia: la guerra con la Bosnia-Erzegovina (1992-95) e quella con la regione secessionista del Kosovo (1998-99). Serbia e Montenegro formarono una nuova Repubblica Federale di Jugoslavia (FRY). Per tutti gli anni ’90 la Federazione si trovò isolata a livello internazionale e l’unico Paese che le fornì appoggio fu la Russia post-sovietica.

Milosevic fu cacciato nel 2000 e fu istituito un governo democratico. Nel 2003 la FRY divenne Unione degli Stati di Serbia e Montenegro, una libera Federazione delle due Repubbliche. Nel 2006 il Montenegro si è poi dichiarato Nazione indipendente.

Nel 2008 la provincia autonoma del Kosovo ha dichiarato a sua volta la propria indipendenza dalla Serbia, ma Belgrado tuttora non riconosce questo passaggio.

Presente

La questione del Kosovo è ancora ben lontana dal risolversi, nonostante gli sforzi e i passi avanti compiuti negli ultimi anni nel processo di stabilizzazione e normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. La Serbia di fatto, insieme ad altri Stati, non riconosce il Kosovo come Stato sovrano e indipendente, considerandolo ancora una sua provincia autonoma.

La politica estera della Serbia si è da sempre caratterizzata per l’ambivalenza tra Russia e Unione europea. Negli ultimi anni Belgrado ha mostrato un elevato interesse a completare il processo di integrazione comunitaria e nel marzo 2012 il Paese ha infatti ottenuto lo status di candidato; il 21 gennaio 2014 si è svolta la prima Conferenza intergovernativa per l’avvio delle trattative per l’ingresso nello spazio comunitario. A partire dal luglio 2017, inoltre, il governo serbo ha aperto 12 nuovi capitoli negoziali, tra cui uno sul commercio estero, necessari alla conclusione delle trattative con Bruxelles. Secondo le previsioni, il processo negoziale dovrebbe concludersi entro il 2019, per poi giungere a una piena e reale membership nel 2021.

Nonostante il plausibile e imminente ingresso nell’Unione europea, la Serbia non ha reciso i suoi legami con la Russia, un partner politico ma soprattutto economico-commerciale, vista la dipendenza serba dall’import del gas naturale di Mosca.

Soprattutto per questo motivo, sebbene ci sia stato un avvicinamento agli Stati Uniti e alla Nato in chiave di sicurezza e cooperazione, la Serbia non ha alcuna intenzione di entrare a far parte dell’Alleanza Atlantica. La popolazione serba, infatti, accusa ancora oggi la Nato di avere illegittimamente sostenuto la causa kosovara e di avere bombardato il Paese durante la campagna militare del 1999.

La Serbia, inoltre, è uno Stato “osservatore” rispetto alla World Trade Organization. I negoziati sono in fase avanzata, ma resta da superare un principale ostacolo per l’adesione, ossia quello relativo al totale divieto del Paese di commerciare e coltivare prodotti agricoli biotecnologici.

Futuro

La politica di equilibrio che la Serbia conserva tra Unione europea e Russia potrebbe giungere a un punto di svolta nel momento in cui Belgrado entrerà ufficialmente all’interno della Comunità europea. In quel momento, l’approccio dovrà essere univoco, senza lasciare spazio a fraintendimenti.

Le prospettive di crescita dell’economia nazionale sembrano essere strettamente legate alla stabilizzazione del quadro finanziario pubblico e al processo di privatizzazione in atto. Proprio su questo fronte, la Cina potrà giocare un ruolo sempre più determinante, visto che, grazie al suo strapotere finanziario, investirà fortemente sul territorio serbo.