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Anagrafica

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Nome ufficiale: Repubblica Unita dello Yemen (Al-Jumhūriyya al-Yamaniyya)
Capitale: Sana’a (Aden)
Superficie: 527 970 km²
Densità 46 ab./km²
Confini: Arabia Saudita, Oman
Popolazione: 24.052.514
Composizione etnica: yemeniti 93%, somali 3,5%, afro-arabi, sud-asiatici ed europei 3,5%
Forma di governo: Repubblica presidenziale
Lingue: arabo
Religioni: Musulmani (99,1%: 65% sunniti, 35% sciiti), altro (0,9% ebrei, induisti, cristiani).
Aspettativa di vita: 64,95 anni
Tasso di natalità: 4,00 (nati/1000 abitanti)
Servizio militare: Il servizio militare è volontario, con ferma di 2 anni.
Scolarizzazione: 70%
Unità monetaria: riyal yemenita
PIL: 35 381 milioni di $
Tasso di crescita del PIL: -34,3% (2017)
Debito pubblico/ PIL: 83,5%
Export partners: Oman ($633 milioni), Cina ($595 milioni), India ($72,2 milioni), Bielorussia ($66,7 milioni) e Corea del Sud ($41,4 milioni)
Import partners: Cina ($1,64 miliardi), Turchia ($561 milioni), India ($488 milioni), Oman ($485 milioni) e Brasile ($403 milioni)

Istituzioni

Secondo la Costituzione redatta nel 1991, oltre al presidente possono essere eletti all’Assemblea 301 rappresentanti e 111 membri del Consiglio della Shura. La Costituzione prevede che il presidente venga eletto dal voto popolare tra almeno due candidati a loro volta indicati da almeno quindici membri del Parlamento. Il Primo ministro è nominato dal presidente e deve ottenere l’approvazione dei due terzi del Parlamento. Il mandato presidenziale è di sette anni, mentre quello parlamentare dura sei anni. Il suffragio è universale per coloro che hanno raggiunto la maggiore età (18 anni), ma possono esprimere il consenso elettoraIe unicamente i musulmani. Il presidente è capo dello Stato, il Primo ministro è capo del governo.

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La Repubblica unita dello Yemen, dopo l’inizio della guerra civile, ha subìto nel 2015 una scissione nelle principali cariche governative ed è retta dal presidente Madhi al-Mashat (Presidente del Consiglio Politico Supremo, a Sana’a) e da Abd Rabbih Mansur Hadi, il quale risulta il presidente riconosciuto internazionalmente, ad Aden. La carica di Primo ministro è ricoperta da Abd el-Azīz Bin Habtur (non riconosciuto, a Sana’a) e da Aḥmed ʿObeyd bin Daghr, Primo ministro invece riconosciuto internazionalmente, ad Aden. La Camera dei Rappresentanti è composta dai seggi suddivisi sulla base delle elezioni del 27 aprile 2003, con un composito schieramento partitico: Congresso generale del popolo (MSA), 238; al-Islah (riformisti islamici), 46; indipendenti, 4; altri, 13.

Durante il conflitto, in atto dal 2014, sono aumentate le suddivisioni tra le fazioni in lotta: il 4 dicembre 2017 l’ex presidente Ṣāliḥ è stato assassinato dai miliziani Ḥūthi dopo aver tentato incessantemente di trattare con la coalizione a guida saudita, la quale aveva sostenuto a sua volta una lotta interna nel momento in cui Aden, sede del governo appoggiato dalla coalizione, è stata occupata dalla componente separatista del Consiglio di transizione del sud, sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti.

Economia

Lo Yemen è stato incluso fra i Paesi meno abbienti del globo. L’unificazione non è riuscita a risolvere i problemi atavici del nuovo Stato. La scoperta e la conseguente commercializzazione del petrolio, dal 1987, sembravano poter preludere a tempi migliori dal punto di vista economico, ma la guerra del Golfo e l’ondivaga posizione assunta nei confronti dell’Iraq, hanno comportato un drammatico quanto deciso esodo da Arabia Saudita e Kuwait di oltre un milione di yemeniti.

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L’industria, a prescindere dal settore petrolifero che contava su quasi 15 milioni di tonnellate nel 2008, con raffinerie a Ma’rib e a Little Aden, risulta indubbiamente condizionata dalle tensioni regionali e dalle fluttuazioni del mercato, assolutamente poco sviluppata e soprattutto non diversificata a sufficienza, con un numero composito di stabilimenti per la produzione di materie plastiche e di materiali edilizi. La bilancia commerciale appare strettamente dipendente dall’andamento del prezzo del greggio, che costituisce oltre il 90% delle esportazioni.

I principali partner commerciali sono la Cina, la Thailandia, l’India, la Repubblica Sudafricana e l’Arabia Saudita. Dal dicembre 2008 risulta essere presente a Sana’a un ufficio dell’Eni, che ha rilevato la compagnia inglese Burren Energy che nel 2006 si era aggiudicata licenze di esplorazione nei territori di Aden/Abyan. Ad ogni modo, dallo scoppio della guerra civile la situazione appare un ginepraio di difficile risoluzione tra le differenti fazioni in campo e tutto ciò ha determinato un tasso di crescita rappresentato dal -34,3% secondo i dati del 2017.

Società e diritti

Il gruppo sociale di appartenenza ab origine determina una nitida quanto ampia cesura all’interno del contesto di riferimento. Lo Yemen è una società profondamente divisa all’interno di un composito sistema gerarchicamente cristallizzato in maniera speculare a quanto avviene in India. Difatti la condizione migliore è rappresentata dall’appartenenza alla classe media (denominata “gabilji”), uno status che permette di accedere all’istruzione superiore e in secondo luogo universitaria, così da poter fare leva sulla volontà della famiglia per migliorare la propria condizione sociale e culturale in maniera tale da poter sposare un giovane con una buona posizione e un buon titolo di studio. Tale tipo di sperequazione socio-economica appare assolutamente comune all’interno delle città maggiori e in alcuni centri minori, in particolare Taiz e Aden.

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Al di fuori di tale struttura sociale sui generis, i rapporti sono regolati secondo i dettami consuetudinari e i precetti coranici, a seconda della declinazione tra la componente sciita e quella sunnita. Difatti tale divergenza è stata la miccia che ha scatenato un conflitto che non sembra essere al centro dell’attenzione della comunità internazionale, conflitto che da locale ha poi assunto una dimensione regionale.

Difesa e sicurezza

Le Forze armate dello Yemen sono rappresentate dall’Esercito (“Yemen Army”), dalla Marina militare (“Yemen Navy”), dall’Aeronautica militare (“Air Force”). Una profonda ristrutturazione delle Forze armate è ancora in fieri. Difatti le forze di terra e le difese aeree risultano ora sotto un unico comando unificato. La marina ha base ad Aden e il totale delle Forze armate corrisponde a 401.000 unità attive.

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La carica di Comandante delle Forze armate è ricoperta dal maresciallo Abd Rabbuh Mansur al- Hadi, il quale è anche il presidente dello Yemen. Il numero del personale militare nello Yemen risulta essere relativamente alto, e il Paese dispone del più grande esercito a livello numerico della penisola arabica, dopo l’Arabia Saudita. Nel 2012 sono stati stimati alcuni numeri: l’Esercito contava 390.000 militari; la Marina 7.000, l’aviazione 5000. Nel settembre 2007 il governo ha annunciato il ripristino della coscrizione obbligatoria.

La spesa per la difesa yemenita, nel 2006 corrispondente al 6,6 per cento del bilancio statale, dovrebbe rimanere alta nel medio termine, perché le minacce alla sicurezza interna continuano a crescere in maniera esponenziale. Nel 2012 lo Yemen contava 5.652.256 persone impiegate attivamente nel comparto Difesa, ma con lo scoppio della guerra civile tutte queste statistiche necessitano di ampia revisione.

Passato

Nel 1967 il Regno Unito, sulla spinta di forze di matrice insurrezionalista fomentate in maniera dirimente dall’Egitto, decise di ritirarsi e nel 1970 venne instaurato il regime marxista della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, denominato Yemen del sud.

Nel 1978 ebbe inizio al nord il governo di ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāleḥ. Dopo numerosi anni di trattative, il 22 maggio 1990 i due Stati yemeniti accettarono la soluzione della riunione in un unico Stato, l’attuale Yemen.  Nel luglio 1994 un numero composito di ufficiali e politici di ispirazione marxista decise di proclamare la secessione della regione meridionale che assunse il nome di Repubblica Democratica dello Yemen, con capitale ubicata ad Aden. Ciò non venne riconosciuto a livello internazionale, e il tentativo di secessione venne stroncato in un periodo relativamente breve, ovvero due settimane, dalle forze governative.

Tale processo avvenne senza marcate violenze e venne garantita l’amnistia ai combattenti e ai membri del fronte secessionista, con esclusione dei maggiori leader che riuscirono in buona parte a fuggire all’estero. Successivamente vennero avviate delle riforme politiche per evitare nuove possibili ribellioni, e in particolare si stabilì l’elezione del presidente della Repubblica tramite voto diretto.

Il 27 febbraio 2012 Ṣāleḥ, a seguito dei rivolgimenti provocati dalla Primavera Araba, decise di cedere formalmente il potere al suo ex numero due, ʿAbd Rabbih Manṣūr Hādī.

Tre anni dopo, precisamente il 22 gennaio 2015, dopo un tentativo di colpo di Stato da parte della minoranza zaydita Huthi, il presidente ʿAbd Rabbih Manṣūr Hādī e il Primo ministro, Khālid Baḥāḥ, uomo di compromesso con il passato regime, decisero di dimettersi. La Costituzione, redatta nel 1991, affidava la carica di presidente ad interim, per il periodo di vacatio, al presidente del Parlamento, figura che era ritenuta vicina al predecessore di Hādī, Ṣāleḥ. In un contesto di assoluto caos istituzionale, le quattro amministrazioni regionali del sud del Paese confermarono di non prendere più ordini dal governo centrale.

Il 21 febbraio Hādī abbandonò Ṣanʿāʾ spostandosi ad Aden, sua città natale e sua personale roccaforte. In quello stesso frangente smentì le proprie dimissioni, condannò fermamente il colpo di Stato e invocò il proprio riconoscimento come presidente costituzionale dello Yemen, dichiarando inoltre Aden “capitale transitoria”.

Un altro punto di svolta fu rappresentato dal tentativo di fermare l’avanzata degli Huthi nella guerra civile yemenita, attraverso l’invio di 150.000 uomini delle forze di terra e di 100 aerei dell’aeronautica militare dell’Arabia Saudita. Questa Nazione aveva il pieno sostegno di altri 10 Paesi arabi (quelli del Golfo, oltre all’Egitto, al Sudan, al Marocco e alla Giordania), e colpì le posizioni strategiche degli Huthi nella più imponente azione di matrice bellica mai effettuata dal Regno, nel tentativo di riportare al potere ʿAbd Rabbih Manṣūr Hādī. Vennero distrutte le non imponenti attrezzature militari degli insorti sciiti e acquisito il totale controllo degli spazi aerei yemeniti.

La Repubblica Islamica dell’Iran non mancò di esternare il proprio disappunto, ammonendo l’Arabia Saudita di fermare immediatamente il suo intervento militare.

Presente

A partire dal 2015 il conflitto in Yemen ha acquisito una dimensione regionale, con l’intervento di una coalizione militare composta da Arabia Saudita, Egitto e alcuni Paesi del Golfo, che hanno supportato le forze governative contro quelle ribelli, denominate “Ansar Allah”. Le componenti antigovernative avevano ottenuto il controllo della capitale San’a e di buona parte dello Yemen settentrionale. La comunità internazionale nel suo complesso ha assistito in maniera assolutamente “pilatesca” alla difesa dei ribelli dall’offensiva della coalizione guidata dalla compagine saudita nella città portuale di Hodeida. Successivamente alla presa di Hodeida, località sul Mar Rosso nella parte orientale dello Yemen che ospita un importante porto in cui arrivano le navi cariche di merci e di aiuti umanitari, dal giugno scorso sono intrappolati moltissimi civili, il che dà il senso della vera e propria emergenza umanitaria, ora in cima agli sforzi diplomatici delle Nazioni Unite. Tali sforzi hanno ottenuto un insperato successo a Stoccolma, con l’accordo per il cessate il fuoco su Hodeida, raggiunto tra ribelli e governativi durante i primi colloqui di pace promossi dall’Inviato speciale Onu Martin Griffiths.

Futuro

La situazione nel medio-lungo periodo appare estremamente complessa in quanto in realtà, a fronteggiarsi all’interno della Nazione yemenita sulla pelle dei civili, sono i maggiori duellanti del mondo arabo, Iran e Arabia Saudita, in un pericoloso gioco di potere regionale che pone di fronte il mondo sunnita e quello sciita. Nella Repubblica Islamica iraniana lo sciismo è la religione di Stato, e la massima carica istituzionale è ricoperta dalla Guida Suprema, da quasi 30 anni l’Ayatollah Ali Khamenei. Per altro vero, la Patria del sunnismo, ossia il regno Saudita, ospita nei suoi confini i luoghi sacri dell’Islam: la Mecca e Medina, luoghi di nascita e morte del Profeta Maometto. Nella contrapposizione fra Teheran e Riad c’è la convivenza tra sunniti e sciiti all’interno dei Paesi della regione, con i sunniti che rappresentano numericamente l’85% dei musulmani.  Da una prospettiva diplomatico-politica internazionale, ricomporre il “risiko” yemenita non è mai stato così difficile. Per questo l’intera cornice negoziale delle Nazioni Unite, che hanno sempre ricondotto il conflitto nella logica binaria huthi-governo riconosciuto, necessita di una “rivoluzione copernicana” in termini di approccio diplomatico.