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Anagrafica

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Nome ufficiale: Georgia
Capitale: Tbilisi
Superficie: 69 700 km²
Confini: a nord-est con la Russia; a sud con la Turchia e l'Armenia; a sud-est con l'Azerbaigian; a ovest le coste georgiane sono bagnate dal Mar Nero
Popolazione: 4.989.000 abitanti
Composizione etnica: georgiani (83,8%), Azeri (6,5%), Armeni (5,7%), Russi (1,5%), Osseti (0,9%), Curdi (0,5%), Ucraini (0,5%)
Forma di governo: Repubblica semipresidenziale
Lingue ufficiali: georgiano
Religioni: cristiani ortodossi georgiani (82%), russi ortodossi (2%), cristiani armeni (3,9%), musulmani (9,9%), romano cattolici (0,8%)
Aspettativa di vita: 73.5 anni
Tasso di natalità: 11.2 ( nati/1000 abitanti)
Servizio militare: 18 anni età minima legale per il servizio volontario militare
Scolarizzazione: n.d.
Unità monetaria: Lari georgiano
PIL: 15 830 milioni di $
Tasso di crescita del PIL: 2,8%
Debito pubblico/ PIL: 44,9%
Export partners: Azerbaigian 10,9%, Bulgaria 9,7%, Turchia 8,4%, Armenia 8,2%, Russia 7,4%, Cina 5,7%, U.S.A. 4,7%, Uzbekistan 4,4%
Import partners: Turchia 17,2%, Russia 8,1%, Cina 7,6%, Azerbaigian 7%, Irlanda 5,9%, Ucraina 5,9%, Germania 5,6%

Istituzioni

Nell’autunno 2016 si sono tenute in Georgia le elezioni per il rinnovo del Parlamento. La campagna elettorale è stata estremamente aspra, l’afflusso alle urne di poco superiore al 50%. Le elezioni hanno sancito il trionfo dell’attuale partito di governo, il Georgian Dream, mentre lo United National Movement (UNM) si è riconfermato come la seconda forza politica del Paese, e non ha perso tempo nel sollevare dubbi riguardo a presunti brogli elettorali che avrebbero falsato il risultato delle politiche. Nonostante gli esiti delle ultime consultazioni popolari abbiano fatto discutere, è comunque innegabile che il processo di democratizzazione della Nazione georgiana risulti maggiormente consolidato rispetto alle altre due Repubbliche transcaucasiche.

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In base alla sua Costituzione, la Georgia è una Repubblica democratica semipresidenziale, con il presidente della Repubblica che riveste funzioni di capo dello Stato e il Primo ministro come capo del governo. Il potere esecutivo è composto dal presidente e dal Gabinetto della Georgia. Il Gabinetto è formato dai ministri con a capo il Primo ministro, nominato dal presidente. La Georgia ha una Corte Suprema, con giudici nominati dal presidente stesso, e una Corte Costituzionale composta da 9 giudici, il cui compito principale è quello di giudicare la legittimità e la costituzionalità delle leggi approvate e ratificate dal Parlamento.

Il Parlamento unicamerale è composto da 150 deputati, 77 dei quali eletti con sistema elettorale proporzionale e 73 eletti con sistema maggioritario a turno unico, senza ballottaggio. I membri del Parlamento sono eletti per un mandato di quattro anni. Dal 2008 in Georgia si è progressivamente consolidato un sistema bipartitico, con l’affermazione di due forze politiche dominanti: il Georgian Dream e lo United National Movement.

Economia

Durante l’egemonia sovietica, l’economia della Georgia è stata subordinata al sistema pianificato sovietico, quindi complementare di fatto ai bisogni e alle necessità dell’Urss. Ottenuta l’indipendenza nel 1991, la Georgia ha avviato una grande riforma strutturale progettata per la transizione verso un’economia di libero mercato. Tuttavia, come tanti altri Stati post-sovietici, la Georgia ha dovuto affrontare una gravissima crisi economica.  Il primo aiuto finanziario occidentale si è concretizzato soltanto nel 1995, quando la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno concesso un credito di 206 milioni di dollari americani, e la Germania un credito di 50 milioni di marchi tedeschi. Il 54% della popolazione, nel 2001, viveva ancora al di sotto della soglia di povertà e tuttavia, già nel 2006, tale indice era sceso al 34%. Nel 2005 il reddito medio mensile di una famiglia era di 347 lari (circa 180 Euro). L’agricoltura e il turismo hanno da sempre rappresentato i principali pilastri economici, il primo comparto senza dubbio favorito dal clima e dalla topografia del Paese.

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Sulla già claudicante economia nazionale, nel corso del 2006 pesò ulteriormente il divieto di importazioni di vino georgiano (una delle eccellenze del settore agro-alimentare) in Russia, tra i più grandi partner commerciali della Georgia. Mosca decise inoltre di aumentare il prezzo per la fornitura del gas nei confronti della Georgia. A ciò è seguito il picco inflattivo del Lari georgiano. Questo embargo fu conseguenza nel 2004 della cosiddetta “Rivoluzione delle Rose”, che portò al potere il presidente Mikheil Saakašvili e rimosse il presidente filo-russo, nonché ex ministro degli Affari esteri dell’Urss, Eduard Shevardnadze.

Nonostante tutto ciò, l’economia della Georgia ha dimostrato una grande capacità di espansione, con un tasso reale di crescita superiore addirittura al 10% nel biennio 2006-2007, sostenuto da investimenti stranieri e dal contributo economico dello Stato. Tuttavia, a seguito del conflitto con la Russia scoppiato nella regione dell’Ossezia del Sud nell’agosto 2008, l’economia georgiana ha subìto un evidente rallentamento, anche a causa degli effetti della crisi finanziaria globale che ha inciso enormemente sull’erogazione di investimenti esteri nel Paese. Tra il 2010 e il 2013 si è comunque registrata un’inversione di tendenza, con una netta ripresa del sistema economico-produttivo: il tasso reale di crescita si è infatti attestato al 2,8% nel 2015, al 4,6% nel 2014 e al 3,4% nel 2013. Le statistiche dimostrano che la crescita economica del Paese non si è però ancora stabilizzata ai livelli precedenti il conflitto del 2008. Ancora oggi la disoccupazione rimane piuttosto alta e rappresenta una delle sfide maggiori per il partito di governo.

Società e diritti

I georgiani (inclusi mingreli, svani, laz e agiari) rappresentano l’83,8% circa dell’attuale popolazione. Gli altri principali gruppi etnici includono gli azeri, che sono il 6,5% della popolazione, gli armeni (5,7%), i russi (1,5%), gli abcasi e gli osseti. Numerosi piccoli gruppi etnici vivono nel Paese: assiri, ceceni, cinesi, ebrei georgiani, greci, kabardi, curdi, tatari, turchi e ucraini. In particolare, la comunità ebraica georgiana è una delle più vecchie comunità ebraiche del mondo. Nell’ordinamento penale georgiano vige ancora la pena capitale.

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A seguito del conflitto russo-georgiano del 2008, si è registrata la fuga di un massiccio numero di profughi (circa 130.000 persone) provenienti da Ossezia e Abkhazia.

Difesa e sicurezza

Le Forze armate georgiane si compongono di 17.500 uomini, compresi 10.400 militari di leva. I militari comprendono le forze al suolo (protezione civile nazionale compresa), le forze della difesa aerea, la forza marittima della difesa e le forze interne.

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Il 23 marzo 1994 la Georgia fu una delle prime Repubbliche ex-sovietiche che si unì alla “Partnership for Peace”. Il Paese, sponsorizzato dagli Stati Uniti d’America, si è dotato del programma GTEP, lanciato nell’aprile 2002. Anche se il programma si è concluso formalmente nel 2004, la Georgia continua a godere della cruciale assistenza militare della Nato, soprattutto da parte di Stati Uniti e Turchia, e di Israele. Il governo georgiano ha annunciato una riforma delle Forze armate per aderire ai protocolli dell’Alleanza atlantica. La Georgia ha preso parte alle operazioni militari in Iraq e in Afghanistan, sotto l’egida statunitense. A seguito del conflitto con la Russia, la Georgia non può più disporre di basi militari nei territori dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud occupati dall’esercito di Putin.

Passato

Nel discorso pubblico di Lenin, indiscusso leader della vittoriosa rivoluzione comunista, assume primaria importanza il riconoscimento identitario e culturale delle nazionalità presenti nell’Unione Sovietica. Il Caucaso diventa uno dei laboratori più importanti per la politica sovietica in questo ambito. Proprio da queste regioni apparentemente periferiche – e in particolar modo dalla Georgia – provengono alcuni degli esponenti di spicco dell’élite sovietica: l’erede politico di Lenin, Iosif Stalin, il Commissario del popolo per gli affari interni Lavrentji Beria, il Commissario del popolo per l’industria pesante, Grigorij Ordžonikidze. Dal punto di vista amministrativo, la capitale georgiana Tbilisi assurge al ruolo di guida della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Transcaucasica (1922). Nel 1936 quest’ultima fu divisa in tre Stati: la RSS Georgiana, la RSS Armena e la RSS Azera. La regione del Caucaso venne travolta da una feroce repressione politica e culturale, condotta senza esitazioni dal georgiano Lavrentij Beria. Le epurazioni travolsero inoltre le élites religiose delle Chiese nazionali transcaucasiche. Il Caucaso meridionale fu di fatto stritolato dalla morsa della stalinizzazione sovietica. Con la morte del dittatore georgiano (1953), prese avvio il processo di destalinizzazione del regime sovietico, sotto l’impulso del nuovo Segretario del Partito comunista, Nikita Chruscev, e tutto ciò significò un periodo di maggiore distensione per il Caucaso meridionale. Negli anni ’80 in Georgia emerse una personalità chiave dell’ultima fase del socialismo e della transizione post-comunista, come quella di Eduard Shevarnadze, ministro degli esteri dell’Unione Sovietica sotto la leadership di Gorbachev (1985-1990) e poi successivamente presidente della neonata Repubblica georgiana. La Georgia ottenne infatti l’indipendenza nel 1991, nell’anno della dissoluzione del colosso sovietico.

Dopo lo scioglimento dell’Urss e l’indipendenza delle Repubbliche sovietiche, si aprì un lungo processo di transizione politico-economica per la neonata Repubblica georgiana, di cui Eduard Shevarnadze diventò il primo presidente nell’ottobre del 1995, alla guida del partito “Unione dei Cittadini della Georgia”. A causa della corruzione dilagante nel sistema politico georgiano e in seguito alla contestazione sui risultati delle elezioni presidenziali, Shevarnadze fu costretto a dare le proprie dimissioni nel novembre 2003, durante la cosiddetta “Rivoluzione delle Rose”. Il processo di transizione politica venne portato avanti da Mikhail Saakashvili, eletto presidente della Georgia grazie alla vittoria nelle elezioni presidenziali del 2004. Le successive presidenziali del 2008 lo hanno visto nuovamente vincitore come candidato del Movimento Nazionale Unito (formazione politica di centrodestra). Il voto è stato subito contestato dall’opposizione per brogli elettorali e messo in discussione perfino dall’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea). Tuttavia, le congratulazioni del presidente russo Putin ne hanno sancito il definitivo riconoscimento internazionale. L’idillio politico ha comunque avuto vita breve: nella notte tra il 7 e l’8 agosto 2008 scoppia il conflitto tra la Georgia e l’Ossezia del Sud, spalleggiata dalla Russia, che contagia in poco tempo anche la regione dell’Abkhazia. Il bilancio del conflitto fa registrare 630 vittime e il ritiro delle truppe russe sulle linee stabilite prima degli scontri. Il 26 agosto la Russia riconosce l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud. Con questo atto diventa il dominus de facto politico-militare dei due Stati, nonché il garante della loro sicurezza e della loro autodeterminazione politica.

Presente

Le elezioni politiche del 2016 in Georgia, oltre ad avere riconfermato il “Georgian Dream” come primo partito nazionale, hanno fatto registrare un dato politico importante: il 90% degli elettori ha votato per partiti che prevedono nei loro programmi l’adesione all’Unione europea e alla Nato. Alle elezioni, ancora una volta, non hanno partecipato le due province militarmente occupate dai russi: l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud. Se, da un lato, si tratta di province relativamente poco importanti dal punto di vista del numero della popolazione (meno di 300.000 persone in tutto), dall’altro questa situazione rimane un nodo strategico ancoro irrisolto, ancorché sottovalutato dall’Unione europea.

Futuro

La Russia ha bisogno della minacciosa presenza militare per tenere sotto controllo queste zone di cerniera e per evitare che possano entrare definitivamente nella sfera d’influenza europea. Il caso georgiano è in tal senso emblematico: negli ultimi anni il Paese ha compiuto passi da gigante per aderire all’Unione europea e alla Nato. Vladimir Putin, tuttavia, già alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007 aveva parlato di un’incompatibilità tra il primato globale americano e l’idea di democrazia, e delle disfunzioni del sistema unipolare. A partire dalla guerra russo-georgiana del 2008, alle parole sembrano essere seguiti i fatti, con una pericolosa escalation militare. Nei piani di Putin, l’obiettivo primario non è più l’instaurazione di un’egemonia globale, ma il ripristino di un primato sui territori del cosiddetto “Estero Vicino”, il ritorno a una condizione di grande potenza che renda centrale la Federazione Russa nei quadranti a essa immediatamente limitrofi.