Taking too long? Close loading screen.

Anagrafica

Mostra tutti
Nome ufficiale: Regno Hascemita di Giordania
Capitale: Amman
Superficie: 89.342 km2
Densità 117 ab/km2
Confini: Iraq, Israele, Arabia Saudita, Siria, Cisgiordania
Popolazione: 10.458.413 (2018)
Composizione etnica: Giordani (69,3%), Siriani (13,3%), Palestinesi (6,7%), Egiziani (6,7%), Iracheni (1,4%), altri (2,6%)
Forma di governo: Monarchia costituzionale
Lingue ufficiali: Arabo
Religioni: Musulmani (97,2%, in prevalenza sunniti), Cristiani (2,2%), altri (0,6%)
Aspettativa di vita: 75 anni
Tasso di natalità: 23,6 nati/1000 abitanti
Servizio militare: 17 anni, volontario
Scolarizzazione: 89,2%
Unità monetaria: Dinaro giordano
PIL: 40,13 miliardi (2017)
Tasso di crescita del PIL: 2% (2017)
Debito pubblico/ PIL: 95,9% (2017)
Export partners: USA (24,9%), Arabia Saudita (12,8%), India (8,2%), Iraq (8,2%), Kuwait (5,4%), Emirati Arabi Uniti (4,6%) - (2017)
Import partners: Cina (13,6%), Arabia Saudita (13,6%), USA (9,9%), Emirati Arabi Uniti (4,9%), Germa-nia (4,4%) – (2017)

Istituzioni

Il regno hascemita di Giordania, convenzionalmente chiamato Giordania, è una monarchia costituzionale parlamentare. Prende il nome dal fiume Giordano, che scorre lungo il suo confine occidentale, spartito con Israele; gli altri confini sono condivisi con Siria (a nord), Iraq (nord-est) e Arabia Saudita (est e sud); a sud il Paese ha un piccolo ma importantissimo sbocco sul Golfo di Aqaba, che prende il nome dall’importante città portuale. La capitale del Paese è Amman, che si trova nella parte nord-occidentale. La Giordania è divisa in 12 governatorati.

Approfondisci

Il Paese è indipendente dal 25 maggio 1946, giorno in cui cessò il mandato britannico conferito dalla Società delle Nazioni. La Costituzione giordana fu adottata il 28 novembre 1947 e ratificata il 1° gennaio 1952; da allora è stata emendata diverse volte, l’ultima nel 2016. Il sistema legislativo è un misto tra i codici istituiti dall’Impero Ottomano (che a sua volta si basava sulla legge francese), la common law britannica e la legge islamica. Nel sistema giuridico internazionale, invece, si accetta la giurisdizione della CIG, pur non sottostandovi.

Il re è Abdallah II, sul trono dal 7 febbraio 1999; principe ereditario è il primogenito Hussein, nato il 28 giugno 1994. La corona è difatti ereditaria. Il Capo del governo, nominato dal re, è il Primo ministro Omar al-Razzaz, in carica dal 4 giugno 2018; il gabinetto è nominato dal Primo ministro in accordo con il re.

Il principale organo del ramo legislativo è l’Assemblea nazionale bicamerale (detta Majlis al-‘Umma), composta dal Senato (o Camera dei Notabili o Majlis al-Ayan, composta da 65 membri nominati dal re, con mandato quadriennale) e dalla Camera dei Deputati (o Camera dei Rappresentanti o Majlis al-Nuwaab, composta da 130 membri con mandato quadriennale, di cui 115 eletti direttamente con sistema proporzionale, e 15 seggi riservati alle donne).

 

Le ultime elezioni hanno riguardato la Camera dei Deputati e si sono svolte il 20 settembre 2016: attualmente vi siedono 100 rappresentanti indipendenti, 10 membri del Fronte Islamico d’Azione (il ramo giordano dei Fratelli Musulmani), 5 di Zamzam (partito moderato), 5 del Partito Centrista Islamico, 4 di Corrente Nazionale, mentre gli altri 6 seggi sono distribuiti tra 5 partiti minori (tra cui ba’athisti, comunisti e nazionalisti).

Il ramo giudiziario vede al vertice la Corte di Cassazione o Corte Suprema, composta da 15 giudici, e la Corte Costituzionale, che ha 9 membri. Il capo della Corte Suprema è nominato dal re, mentre gli altri giudici sono nominati dal Consiglio Giudiziario (composto da 11 personalità di alto livello in ambito giuridico) e approvati dal re; il sovrano nomina anche i membri della Corte Costituzionale, che restano in carica per 6 anni senza possibilità di rinnovo del mandato.

Economia

L’economia della Giordania è tra le più limitate del Medio Oriente, avendo insufficienti quantità di acqua, petrolio e altre risorse naturali: per questo, il sistema si basa fortemente sull’aiuto internazionale. Tra le principali sfide economiche che il governo deve affrontare, ci sono gli alti tassi di povertà, la disoccupazione e la sottoccupazione, il deficit e il debito statale.

Nel primo decennio del XXI secolo, re Abdallah ha implementato diverse significative riforme economiche, come l’espansione del commercio estero e la privatizzazione di società a partecipazione statale, misure che hanno attirato ulteriori investimenti esteri e contribuito alla crescita annuale media dell’8% tra il 2004 e il 2008. Il rallentamento economico globale e l’instabilità cronica regionale hanno però contribuito sia a rallentare la crescita dal 2010 al 2017, con una media del 2,5% annuo, sia a danneggiare settori orientati all’esportazione, il settore immobiliare e quello turistico.

Approfondisci

La Giordania è un forte importatore di energia; la principale risorsa importata è il petrolio, proveniente soprattutto da Iraq e Arabia Saudita. A questo si aggiunge il gas naturale che arriva dall’Europa. Per diversificare l’approvvigionamento energetico, la Giordania ha stretto diversi accordi per il gas naturale liquefatto e sta esplorando la possibilità di produrre energia nucleare, il primo reattore infatti è stato costruito nel dicembre 2016. Sul territorio giordano, però, è presente circa il 2% delle riserve mondiali di uranio.

 

Per quanto riguarda i principali dati economici, la composizione del PIL vede il settore terziario (o dei servizi) al 66,6%, il settore secondario (industriale) al 28,8% e quello primario (dell’agricoltura) al 4,5%.

A proposito del comparto agricolo, i principali prodotti commerciati sono limoni, pomodori, olive, fragole; le principali industrie del Paese sono quelle operanti nei settori del turismo, della tecnologia dell’informazione, del vestiario, dei fertilizzanti, dei prodotti farmaceutici e del cemento, nonché della manifattura. La forza lavoro consiste in circa 2 milioni di persone, divise tra settore primario, secondario e terziario con percentuali, rispettivamente, del 2%, 20% e 78%.

Società e diritti

Più di ogni altro Paese arabo, la Giordania ha una notevole presenza di rifugiati palestinesi (più di 2 milioni e 200 mila) e negli ultimi anni ha visto un aumento ingente del flusso di rifugiati siriani, a causa della crisi che sconvolge il Paese da diversi anni. Tutto ciò pesa ovviamente sul mantenimento di un tasso di crescita demografica abbastanza alto.

Approfondisci

La Giordania è uno dei Paesi del Medio Oriente con il più alto tasso di alfabetizzazione, grazie a un programma statale sviluppato nel corso degli anni. Anche l’apparato sanitario è in grado di fornire servizi di alta qualità e le strutture giordane vengo utilizzate da pazienti provenienti dai Paesi vicini.

 

Per quanto riguarda le libertà civili e politiche, nonostante la Giordania sia considerata uno degli Stati più democratici dell’area mediorientale, esse non sono ancora del tutto garantite. I mezzi di informazione, la stampa e le televisioni sono controllate in gran parte dallo Stato. Sono piuttosto frequenti gli arresti di oppositori e giornalisti. Negli ultimi anni sono state inasprite le leggi antiterrorismo, fatto che ha suscitato le proteste di attivisti per i diritti umani che temono un’applicazione delle norme mirata contro gli oppositori politici.

Difesa e sicurezza

La Giordania costituisce l’unica area stabile in una zona densa di Paesi testimoni di violenze da diversi anni. L’esercito non è molto numeroso e ad oggi conta poco più di 100mila unità in servizio, per lo più forze di terra. Nonostante ciò, la Giordania partecipa a diverse operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, ed è uno dei primi Paesi al mondo per numero di soldati impegnati in missioni internazionali. La spesa militare in relazione al PIL si è attestata nel 2017 al 4,8%.

Approfondisci

Sicuramente una delle principali minacce negli ultimi anni è stata la presenza nella regione dello Stato Islamico. Sono stati diversi gli attentati in Giordania, fra tutti quello che nel dicembre 2016, presso la località turistica Karak, ha provocato la morte di 10 persone.

 

La gestione dei rifugiati, palestinesi e siriani soprattutto, è una delle questioni principali che il governo si è trovato ad affrontare nel corso degli ultimi anni.

Passato

L’instabilità regionale e la scarsità di materie prime sono due caratteristiche che hanno afflitto il Regno hashemita di Giordania fin dalla sua nascita, nel 1921: per questo, primo obiettivo della monarchia è sempre stato quello di trovare alleanze e protezioni internazionali, facendo leva sulla propria importanza strategica.

In primis fu la Gran Bretagna, che finanziò la Giordania tra il 1921 e il 1957 (dal ’48, in seguito all’indipendenza giordana, tramite il Trattato di Alleanza e Amicizia). Con il disimpegno britannico dal Medio Oriente e, al contempo, l’aumento dell’influenza globale statunitense, ci fu un passaggio di consegne: Giordania e Usa diedero vita a uno stretto rapporto, seppur mai benedetto da un Trattato vincolante, subordinato alla dottrina Eisenhower.

Quando nel 1967 scoppiò la Guerra dei sei giorni, il suolo giordano fu invaso da migliaia di profughi palestinesi, nonché dai guerriglieri fedayyn che da lì proseguirono la guerriglia contro Israele: per questo, il re Hussein chiese aiuto alla Lega Araba prima e (in seguito al diniego) agli occidentali per debellare la piaga dei fedayyn.

Nel 1970, in seguito al cosiddetto “Settembre Nero”, si scatenò una vera e propria guerra civile: nell’escalation fu decisivo l’intervento americano, con cui Hussein cacciò dal Paese l’ultimo contingente di guerriglieri palestinesi e consolidò il proprio potere. Le conseguenze della guerra civile furono duplici: da un lato, la Lega Araba fu contrariata dal trattamento riservato ai palestinesi; dall’altro, l’intervento degli Stati Uniti a favore del regime monarchico consolidò i rapporti fra americani e giordani.

Con la fine della guerra civile, il re ebbe la possibilità di concentrarsi sullo sviluppo economico del Paese, evidente tra il ’73 e l’82: ciò grazie ai piani di sviluppo governativi orientati all’aumento dell’occupazione, alla crescita della produzione e alla riduzione del deficit commerciale. Contemporaneamente, gli aiuti internazionali incrementarono le riserve di valuta straniera e aumentarono le entrate statali: nel 1975 gli aiuti stranieri ricevuti dal governo rappresentarono il 37,2% del PIL annuo.

Inoltre, vista la ripresa dopo le sofferenze della guerra civile, il re evitò di coinvolgersi pienamente nella guerra dello Yom Kippur (1973): per questo gli Usa offrirono alla Giordania un ruolo preminente nel processo di pace che portò agli accordi di Camp David. Ruolo che però venne rifiutato, soprattutto per la pressione della Lega Araba (che voleva evitare che un altro Paese arabo, oltre all’Egitto, firmasse un accordo di pace con Israele) e per la conseguente promessa di ricevere 1,2 miliardi di dollari all’anno per il decennio successivo in qualità di “Stato in prima linea” nel confronto con Israele.

Come prevedibile, gli Usa diminuirono di conseguenza gli aiuti economici. Anche per questo, la Giordania intensificò l’opera di diversificazione dell’aiuto internazionale, sviluppando relazioni con l’altra grande potenza, l’Unione Sovietica, e con la Comunità europea, senza però che il rapporto privilegiato con gli Usa venisse messo in discussione.

Con la grave recessione economica regionale degli anni Ottanta (dovuta alla diminuzione del prezzo del petrolio), il regno hashemita vide diminuire sia i finanziamenti dall’estero sia l’afflusso di denaro tramite rimesse, in quanto i lavoratori emigrati fecero rientro nel Paese.

Gli anni ’87-’88 furono anche peggiori, per le conseguenze politico-economiche della guerra tra Iran e Iraq e in seguito alla rinuncia alla sovranità sul territorio cisgiordano: per questo si chiese aiuto al Fondo Monetario Internazionale, con cui fu stipulato un accordo segreto che congelò il debito di 275 milioni di $ in cambio dell’attuazione di un piano quinquennale per la stabilizzazione del sistema economico. La conseguenza fu un mix di austerità e tagli ai sussidi, che per la prima volta intaccarono il rapporto tra la monarchia e la sua base sostenitrice. Nonostante queste misure, il PIL crollò del 13 per cento, l’inflazione crebbe del 25 per cento, la disoccupazione raddoppiò fino al 20 per cento e il debito aumentò fino ad arrivare a 8,5 miliardi nel 1989. La Giordania divenne così uno dei Paesi più indebitati al mondo.

Il re puntò allora a una pacificazione sociale, da perseguire mediante un’opera di democratizzazione e liberalizzazione del Paese: fu revocata la legge marziale (vigente dalla guerra civile), venne stesa una Carta nazionale (1990) e fu emanata una legge concernente i partiti politici e la stampa, oltre alla riforma del sistema giudiziario.

Con lo scoppio della guerra del Golfo, la posizione internazionale della Giordania andò incontro a diverse difficoltà: essa infatti prese una posizione avversa all’annessione solo dopo varie esitazioni, dovute ai forti legami politico-economici con entrambe le parti in conflitto. Per questo, la comunità internazionale decise di isolare la Giordania a causa del suo ambiguo supporto a Saddam Hussein: oltre a quelli con gli Stati Uniti, furono compromessi i rapporti con i Paesi del Golfo, che bloccarono gli aiuti concessi e sospesero i rapporti commerciali. Il governo hashemita cercò di conseguenza nuovi alleati e finanziatori per compensare gli aiuti persi: tra questi, il Giappone e la Germania.

Le relazioni tra gli Stati Uniti e il regno hashemita tornarono a rafforzarsi solo nel 1997, quando gli americani conferirono alla Giordania lo status di “major non-NATO ally”, concedendole ingenti aiuti militari.

Consolidato nuovamente il principale rapporto politico-economico e superate le tensioni regionali, ci si concentrò nuovamente sulla regolazione interna, nella direzione – “caldeggiata” dagli americani – di una riforma liberale della politica e dell’economia. Fu dunque proseguito il limitato processo di democratizzazione avviato nel 1990, e nel 1995 la Giordania fu inclusa nel progetto di costituzione di un partenariato euro-mediterraneo.

Tra il 1996 e il 1997 si ebbero nuove difficolta: economiche, in seguito all’esaurirsi del boom dato dalla ripresa delle rimesse dagli espatriati nonché alla crisi asiatica e al calo del prezzo del petrolio, e politiche, dovute alle proteste per la normalizzazione dei rapporti con Israele.

A gennaio 1999 re Hussein morì dopo aver designato alla successione, tra la sorpresa generale, il figlio Abdallah (Abdallah II), il quale inaugurò una stagione di riforme. Il re, infatti, promosse la liberalizzazione economica, affiancandola al rafforzamento dei rapporti con le potenze extra regionali e al ristabilimento di quelli con i Paesi del Golfo: questo, facendo leva soprattutto sull’instabilità economica del Paese, la cui sopravvivenza era necessaria in una regione già messa a dura prova (terrorismo, seconda Intifada, guerre in Afghanistan e Iraq).

Nel 2001 la Giordania sostenne l’intervento americano in Iraq, partecipando alle missioni di peacekeeping: grazie a ciò, divenne uno dei primi cinque Paesi beneficiari di aiuti statunitensi.

Nel 2002 Abdallah lanciò il programma “Jordan First”, che prevedeva un piano di trasformazione socio-economica atta a creare nuovi posti di lavoro, ridurre la povertà e migliorare la qualità della vita. Nello stesso anno entrò in vigore l’accordo con l’Unione europea, che stabilì le condizioni per la progressiva liberalizzazione degli scambi di beni, servizi e capitali.

Nel 2003 scoppiò la seconda guerra del Golfo, e re Abdallah si oppose all’intervento militare americano, soprattutto per scongiurare un esodo di rifugiati verso le proprie terre (come del resto successe in seguito alla prima guerra del Golfo), ma anche per i soliti legami petroliferi con Saddam. Nonostante questa discordanza, fu efficace la collaborazione giordano-statunitense in materia di antiterrorismo.

Nel novembre 2005 ci furono tre attentati kamikaze di al-Qaeda nel cuore di Amman, in cui morirono più di cinquanta civili. Da un lato gli attacchi indebolirono la credibilità del regno hashemita come luogo al riparo dall’instabilità regionale e quindi adatto per svolgere affari; dall’altro, essi rimandarono la decisione di re Abdallah di effettuare le riforme economiche, così da potersi concentrare su sicurezza e intelligence.

Inevitabilmente fu stretta la cinghia in materia di partecipazione sociale e civile, il che favorì anche il diffondersi di una crescente frustrazione tra alcune famiglie tribali, vecchie alleate della monarchia hashemita, private dei diritti e declassate da nuovi gruppi di élite. Questo clima fece da humus perché lo scontento delle Primavere Arabe attecchisse anche in Giordania: ma non si verificò una vera rivoluzione, semmai una forte instabilità che portò all’incremento degli aiuti esteri (dal 2011 più di 800 milioni di $ dagli USA, 1,4 miliardi di $ dall’Arabia Saudita e 1,5 miliardi di $ dall’Ue/Paesi membri).

Nel 2012 scoppiò la guerra civile in Siria e la conseguente migrazione di massa sconvolse profondamente il regime giordano.

Dopo lo scioglimento dell’Urss e l’indipendenza delle Repubbliche sovietiche, si aprì un lungo processo di transizione politico-economica per la neonata Repubblica georgiana, di cui Eduard Shevarnadze diventò il primo presidente nell’ottobre del 1995, alla guida del partito “Unione dei Cittadini della Georgia”. A causa della corruzione dilagante nel sistema politico georgiano e in seguito alla contestazione sui risultati delle elezioni presidenziali, Shevarnadze fu costretto a dare le proprie dimissioni nel novembre 2003, durante la cosiddetta “Rivoluzione delle Rose”. Il processo di transizione politica venne portato avanti da Mikhail Saakashvili, eletto presidente della Georgia grazie alla vittoria nelle elezioni presidenziali del 2004. Le successive presidenziali del 2008 lo hanno visto nuovamente vincitore come candidato del Movimento Nazionale Unito (formazione politica di centrodestra). Il voto è stato subito contestato dall’opposizione per brogli elettorali e messo in discussione perfino dall’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea). Tuttavia, le congratulazioni del presidente russo Putin ne hanno sancito il definitivo riconoscimento internazionale. L’idillio politico ha comunque avuto vita breve: nella notte tra il 7 e l’8 agosto 2008 scoppia il conflitto tra la Georgia e l’Ossezia del Sud, spalleggiata dalla Russia, che contagia in poco tempo anche la regione dell’Abkhazia. Il bilancio del conflitto fa registrare 630 vittime e il ritiro delle truppe russe sulle linee stabilite prima degli scontri. Il 26 agosto la Russia riconosce l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud. Con questo atto diventa il dominus de facto politico-militare dei due Stati, nonché il garante della loro sicurezza e della loro autodeterminazione politica.

Presente

Si può comprendere la Giordania e la sua politica interna solo considerandone il posizionamento e il coinvolgimento internazionale.

La politica estera giordana non è rimasta statica, ma si è adattata alla luce dei recenti eventi. Tra questi, il più importante è senza dubbio l’evoluzione del conflitto siriano, rispetto al quale la monarchia hashemita ha gradualmente assunto una posizione moderata volta a evitare la creazione di zone controllate da jihadisti limitrofe ai propri confini. Il coinvolgimento giordano, peraltro, è cresciuto in seguito alla cattura e all’esecuzione del proprio pilota Moath al Kasasbeh, caduto in mano all’ISIS all’inizio del 2015.

La più importante alleanza della Giordania è quella con gli Stati Uniti, storicamente suoi sostenitori (sia economicamente che militarmente) dalla Seconda guerra mondiale: la Giordania può essere addirittura considerata un avamposto americano in Medio Oriente. Come detto, tuttavia, non ci sono Trattati formali di tale rapporto: l’alleanza, dunque, affonda le proprie radici in una consolidata prassi di cooperazione regionale e internazionale su svariate questioni. Con l’ascesa al trono di Abdallah II, la relazione si è rafforzata: lo testimonia l’Accordo di libero scambio firmato con Clinton il 24 ottobre 2000, con cui sono state eliminate barriere tariffarie che ostacolavano il commercio di beni industriali e agricoli. Gli Usa sono sempre stati protagonisti nell’assistenza militare internazionale alla Giordania: non a caso, nel 1996, essa si è vista assegnare il titolo di “Major Non-NATO Ally”. Dal 2009, la Giordania ha ricevuto materiale in eccesso della Difesa Usa per un valore di circa 82 milioni di $.

Il rapporto si è intensificato con lo scoppio della guerra siriana. Infatti, le conseguenze del conflitto stanno mettendo a dura prova la reale tenuta sociale e istituzionale giordana. È per questo che dal 2012 Washington ha aumentato la sua presenza militare nel Paese, supportando la difesa dei confini con la Siria. Inoltre, c’è la condivisione di intelligence e una cooperazione in materia di sicurezza; nel 2015, quando re Abdallah II ha visitato Washington, ha inoltrato una richiesta urgente di rifornimento di munizioni, da allora puntualmente consegnate. L’unica eccezione è costituita dal rifiuto del Dipartimento di Stato americano di fornire il governo giordano di armi avanzate, come i droni, per le operazioni in Iraq e Siria: il Dipartimento ha giustificato la decisione con l’elevato costo di tali armi, che sono dunque da destinare ad altre priorità.

L’altro grande alleato internazionale della Giordania è l’Unione europea. Come detto, la relazione con la Gran Bretagna è persino più antica di quella con gli Stati Uniti: non deve dunque sorprendere questo stretto legame con Bruxelles, che peraltro investe vari campi, in primis quello commerciale (l’Ue è il più grande partner commerciale della Giordania). Inoltre, la monarchia è stata un membro della Partnership Ue-Mediterraneo dal ’95, e il legame è stato confermato nel 2008 con la creazione dell’Unione per il Mediterraneo. Attualmente, le relazioni euro-giordane sono contenute in un Piano d’Azione all’interno della Politica europea di Vicinato.

Con il passare del tempo la Giordania è diventata un alleato sempre più affidabile nella regione, grazie alla sua moderazione e alla politica filo-occidentale. Quello che succede in Giordania, ormai, è di grande rilevanza per l’Europa, e le recenti tensioni interne e regionali hanno portato a un coinvolgimento europeo sempre maggiore nei confronti della monarchia.

Il rapporto tra Ue e Giordania si fonda su tre pilastri: l’Accordo di Cooperazione firmato nel 1977, l’Accordo di Associazione del 2002 e i vari Piani d’Azione della Politica europea di Vicinato.

Infine, il terzo grande rapporto internazionale da considerare è quello con la Russia. Prima della fine della Guerra fredda, le relazioni tra i due Paesi si sono sempre attenute alla logica delle sfere di influenza, che vedeva la Giordania quale stretta alleata degli Stati Uniti. Nel 1991, tuttavia, la monarchia riconobbe la sovranità e l’indipendenza della Federazione Russa, dando avvio a un disgelo nelle relazioni che nei successivi vent’anni si sarebbero sviluppate con successo in materia politica ed economica.

In accordo con la sua attitudine a cercare alleati strategici, il governo giordano ha considerato la Russia un partner chiave per una pacifica risoluzione dell’instabilità mediorientale.

Rispetto al conflitto siriano, la dinamica del rapporto tra i due Paesi è singolare: all’inizio della guerra, infatti, Giordania e Russia erano su fronti opposti, con il governo russo a sostegno di Assad e la monarchia in supporto dell’opposizione siriana. Tuttavia, la posizione giordana non è mai stata netta, da una parte generando scontento tra gli alleati (in particolare l’Arabia Saudita), dall’altra consentendo di mantenere con i russi un’unità d’intenti in merito alla ricerca di una soluzione politica. Di qui la decisione di Mosca di investire 10 miliardi di $ nella costruzione di un sito nucleare in Giordania come parziale risoluzione del drammatico problema della scarsità di risorse. Il primo reattore sarà operativo nel 2020, stando alla Commissione Giordana sull’Energia Atomica; il sito – nel suo insieme – produrrà il 12% del fabbisogno energetico del Paese, e sarà finanziato dalla Russia per ben il 49%.

Nel marzo 2016 la Russia ha spinto per l’ingresso della Giordania nell’accordo di libero scambio dell’Unione Economica Eurasiatica nella forma di un protocollo che favorisca la cooperazione tra il Russian Fund for Direct Investments e la Jordan Investment Commission.

Russia e Giordania sono arrivate a condividere una linea di azione sul conflitto siriano, ossia quella di sconfiggere la minaccia jihadista. Tale posizione ha generato – nell’ottobre 2015 – un’azione militare coordinata, adottando uno “speciale meccanismo di lavoro” che sarà usato per condividere informazioni sulle operazioni di contrasto al terrorismo.

Futuro

Il conflitto siriano e la conseguente crisi dei rifugiati sono diventate – paradossalmente – un trampolino per un maggiore ruolo internazionale della Giordania. La sua stabilità, infatti, non è mai stata tanto essenziale per prevenire l’implosione del teatro mediorientale. Il governo giordano è stato abile a ottenere importanti concessioni dalle principali potenze, rafforzando le sue alleanze storiche e stringendone di nuove. Con specifico riferimento alla guerra in Siria, la monarchia ha ottenuto un ruolo guida nella ricerca di una soluzione politica, mediando efficacemente tra tutte le parti in causa. Infine, la drammatica crisi dei rifugiati ha convinto molti Paesi a fornire aiuto umanitario e investimenti di lungo periodo alla Giordania, così da rinforzarne il sistema economico e favorirne la stabilità interna.