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Anagrafica

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Nome ufficiale: Repubblica di Tunisia
Capitale: Tunisi
Superficie: 163.610 km2
Densità 70,3 ab/km2
Confini: Algeria, Libia
Popolazione: 11.516.189 (2018)
Composizione etnica: Arabi (98%), Europei (1%), altri (1%)
Forma di governo: Repubblica presidenziale
Lingue: Arabo
Religioni: Musulmani (sunniti, 99%), altri (1%)
Aspettativa di vita: 75,9 anni
Tasso di natalità: 17,4 nati/1000 abitanti (2018)
Servizio militare: a 20 anni per il servizio obbligatorio, a 18 per quello volontario
Scolarizzazione: 98,6%
Unità monetaria: Dinaro tunisimo
PIL: 39,96 miliardi (2017)
Tasso di crescita del PIL: 2% (2017)
Debito pubblico/ PIL: 70,3% (2017)
Export partners: Francia (32,1%), Italia (17,3%), Germania (12,4%) – (2017)
Import partners: Italia (15,8%), Francia (15,1%), Cina (9,2%), Germania (8,1%), Turchia (4,8%), Algeria (4,7%), Spagna (4,5%) – (2017)

Istituzioni

La Tunisia è una democrazia giovane, nata dopo l’ultima rivoluzione del 2010-2011, passata alla storia come “Rivoluzione dei Gelsomini”, ed è divenuta il modello per i movimenti di protesta popolari che hanno coinvolto gran parte dei Paesi dell’area. Da quel momento, la Tunisia ha avviato una transizione politica che ha portato alla fuga dell’ex presidente Zine el-Abidine Ben Ali e instaurato con un’elezione l’Assemblea costituente. Questo organo, oltre a predisporre la scrittura della Carta costituzionale, ha svolto anche le funzioni legislative in attesa di ulteriori elezioni.

Il maggior risultato della transizione è stato l’adozione di una Costituzione, entrata in vigore il 26 gennaio 2014 e giudicata molto moderna dalla comunità internazionale; è stato inoltre avviato un corposo e ambizioso processo di riforme in diversi settori. Una caratteristica importante e peculiare del processo di rinnovamento in atto è costituita dal fatto che la società civile ha avuto un ruolo fondamentale di spinta al processo democratico, a differenza di quanto accaduto, per esempio, in Egitto. Si può dire, insomma, che l’islamismo politico tunisino sia stato caratterizzato da pragmatismo e tolleranza, costituendo così una sorta di via tunisina alla democratizzazione che distingue il Paese dentro un mondo arabo fortemente disomogeneo.

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Dal dicembre 2014 il presidente è Beji Caid Essebsi, mentre dall’agosto 2016 il Primo ministro è Youssef Chahed. Il Parlamento tunisino (o Majlis Nuwwab ash-Sha’b) è composto da 217 membri che hanno un mandato di 5 anni.

 

Un importante riconoscimento per il lavoro di democratizzazione svolto è costituito dal conferimento del Premio Nobel per la Pace 2015 al “Quartetto per il dialogo nazionale tunisino”, composto dal segretario generale dei sindacati dei lavoratori, Houcine Abbassi, dalla presidente dell’associazione degli imprenditori, Wided Bouchamaoui, dal presidente della Lega per i diritti umani, Abdessattar Ben Moussa, e dal presidente dell’ordine degli avvocati, Fadhel Mahfoudhche. Il “Quartetto” ha avuto un ruolo centrale nel processo democratico, contribuendo a rendere possibili le elezioni del 2014 e sostenendo i lavori dell’Assemblea costituente. I suoi membri hanno portato avanti diverse mediazioni, favorendo il dialogo tra cittadini, politici e classi dirigenti, risolvendo anche le tensioni legate alle differenze religiose. Secondo il Comitato dei Nobel, il “Quartetto” ha inoltre “contrastato la diffusione della violenza in Tunisia e le sue funzioni sono state comparabili a quelle dei Congressi di pace cui fa riferimento Alfred Nobel nel suo testamento”.

Economia

Il settore dominante nell’economia tunisina è il terziario, che contribuisce a più del 60% del PIL. A seguire, l’industria con circa il 28% e l’agricoltura con più del 10%. Il fenomeno della disoccupazione, soprattutto giovanile, sta diventando sempre più preoccupante. I rapporti commerciali più importanti per la Tunisia sono quelli con l’Ue, infatti i primi tre partner del Paese sono Francia, Italia e Germania.

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Uno dei settori critici per il rilancio dell’economia tunisina è quello del turismo. Gli attentati al museo del Bardo (marzo 2015) e alla spiaggia di Sousse (giugno 2015) ne hanno fortemente penalizzato l’indotto, mettendo in ulteriore crisi il processo di consolidamento economico. Nel 2015 si è registrato un calo di circa il 30% di affluenza dei turisti, quantificabile in oltre un milione di mancate presenze, dato tragico se si considera che – come detto – il settore turistico è uno degli assi portanti dell’economia tunisina.  Per questo, la sicurezza del Paese viene percepita dagli investitori internazionali come un elemento critico, e gli attentati hanno avuto l’effetto di frenare molti investimenti. Il crollo del turismo, per fortuna del governo tunisino, è stato però compensato in questi ultimi mesi dal crollo del prezzo del petrolio, voce di spesa che ha una certa rilevanza (circa il 7%) sul PIL.

 

In merito alle esportazioni, la Tunisia è piuttosto penalizzata dalla scarsa disponibilità di risorse naturali. Il Paese produce gran parte dell’energia che consuma, ma le risorse da esportare sono abbastanza esigue. Si rivela perciò strategico il progetto, in fase di studio di fattibilità, di interconnessione sottomarina tra Tunisia e Italia, il cui costo è stimato in 600 milioni di euro. Progetto che, peraltro, rientra in un tema più vasto, ossia quello degli investimenti in infrastrutture, passo decisivo da compiere per colmare un gap ancora troppo rilevante.

Un altro grave problema che affligge il sistema economico tunisino è quello dell’economia sommersa: elemento di rilievo nel quadro economico nazionale, senza dubbio si otterrebbero benefici da un aumento della tracciabilità e della trasparenza, contribuendo a valorizzare risorse attualmente soffocate.

Società e diritti

La popolazione della Tunisia è etnicamente molto omogenea, e anche a livello religioso e confessionale non presenta grandi divisioni. Questo fattore sicuramente favorisce una stabilità e una coesione interna. La Costituzione del 2014 ha riconosciuto l’Islam come religione di Stato, ma ha garantito anche libertà di culto a tutte le minoranze. C’è una forte comunità ebraica nell’isola di Gerba.

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Dopo la Libia, la Tunisia è il Paese meno popoloso di tutta l’area maghrebina: ha infatti un tasso di crescita della popolazione molto basso. Ha inoltre all’interno della regione una delle popolazioni più urbanizzate ed è toccata dal fenomeno dell’emigrazione, sia per il fatto che dalla Tunisia partono centinaia di persone l’anno verso l’Europa, sia per gli spostamenti interni verso le aree urbanizzate che vedono protagonisti gli abitanti delle zone rurali.

 

In Tunisia i livelli di istruzione sono elevati, e il tasso di alfabetizzazione è superiore a quello di molti altri Paesi maghrebini. Per quanto riguarda le libertà civili e politiche, il cambiamento avvenuto dal 2011 ad oggi è abbastanza palese. Ai tempi del presidente Ben Ali il Paese era caratterizzato dalla forte repressione sulla stampa e sui media, mentre nel 2017 la Tunisia è l’unico Paese arabo ad essere stato definito come “libero” nella classifica di “Freedom House”. Nonostante ciò, ancora oggi si registrano casi di arresti sommari e torture.

Nel 2015 ha fatto discutere una legge riguardante il terrorismo, che limiterebbe le libertà personali e che ha reintrodotto la pena di morte.

Difesa e sicurezza

La Tunisia, come tutti i Paesi del Maghreb, è terreno fertile per la proliferazione di gruppi legati al terrorismo islamico. Dal 2013 in poi sono stati numerosi gli attacchi compiuti da queste organizzazioni, con un picco, come detto, nel 2015. La presenza di al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM) è piuttosto forte, come anche le incursioni degli appartenenti allo Stato Islamico. Tra l’altro, la Tunisia ha il triste primato di maggior “fornitore”, in rapporto alla popolazione, di foreign fighters, gli individui che vanno a combattere in Siria, Iraq e Libia.

Alla base della radicalizzazione che influenza molti giovani in Tunisia c’è sia la spinta politica e le motivazioni ideologiche, sia il fattore socio-economico. Uno dei maggiori centri di radicalizzazione è quello dell’area di Kasserine, al confine con l’Algeria, una zona tra le più povere del Paese. Per la Tunisia è estremamente importante il sostegno estero, soprattutto nella forma di capacity building: l’apprendimento è infatti veloce, se supervisionato da attori esterni.

In questo senso, la Nato collabora alla formazione di forze speciali, con expertise sugli esplosivi, sulla modernizzazione delle strutture dell’esercito e sulla protezione delle frontiere.

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Dal punto di vista interno, è di particolare rilevanza il fenomeno del salafismo politico, emerso durante la fase di transizione avvenuta dopo la rivoluzione del 2011. Il principale gruppo salafita è quello di Ansar al-Sharia.
La spesa militare nel 2017 si attestava sul 2,03% del PIL nazionale, e il personale in servizio era di circa 35.000 uomini.
Le istituzioni responsabili della sicurezza nazionale sono la Polizia, la Guardia Nazionale e l’Esercito. Queste entità, tuttavia, non collaborano tra loro, ciò anche in ragione di una strutturale confusione dei ruoli legata alla storia recente del Paese. La Polizia, ad esempio, che con Ben Ali proteggeva il regime, conserva al proprio interno visioni legate al precedente regime. La Guardia Nazionale ha avuto storicamente il compito di protezione dei confini. L’Esercito, infine, è l’unica istituzione i cui compiti sono chiari in termini di difesa nazionale, ma fatica a collaborare con altri Eserciti. In questo quadro confuso non sono chiare le competenze e le sinergie tra le varie Forze.

Passato

La Tunisia ha sempre avuto un ruolo fondamentale a livello internazionale, soprattutto negli scenari regionali, a causa di una posizione strategica che la pone al centro dei traffici del Mediterraneo e a ridosso delle coste italiane.

Questa particolare collocazione le ha conferito un ruolo geopolitico di primo piano, evidente fin dai tempi della civiltà fenicia, che si esprimeva in tutta la sua grandezza nella città di Cartagine, fondata nell’814 a.C. (dalla regina Didone, secondo la leggenda) e protagonista delle guerre puniche contro i Romani. Questi ultimi, amministrando la città e la regione circostante, contribuirono allo sviluppo economico del Paese, ponendo in particolare le basi per la ricca agricoltura e per l’organizzata urbanizzazione. Assieme ai tratti caratteristici della civiltà romana, l’occupazione dell’Impero portò anche il Cristianesimo.

Intorno al VII secolo d.C., tuttavia, la regione fu occupata dagli arabi, che tra il 647 e il 702 ne ottennero il totale controllo a spese dei Bizantini e dei Berberi. Con la conversione di questi ultimi all’Islam, il dominio fu totale, tanto che la Provincia Africa divenne Ifriqiya. Per i circa mille anni successivi, si alternarono diverse dinastie, allargando o restringendo la porzione di territorio controllata.

Il 12 maggio 1881 la svolta: con il Trattato del Bardo, la Tunisia diventò un protettorato francese, aggiungendosi così all’Algeria e sottraendosi alle stesse mire dell’Italia. Il regime coloniale francese, al quale la popolazione locale oppose intense resistenze per tutta la sua durata, investì soprattutto sulle risorse minerarie e agricole, nonché sulle infrastrutture e sui trasporti.

Dopo il passaggio nella Repubblica di Vichy, a seguito degli sviluppi della Seconda guerra mondiale, la Tunisia fu occupata dalle forze dell’Asse, fino al discorso pronunciato il 31 luglio 1954 dal Primo ministro francese Pierre Mendès France che, premiando anni di feroce lotta contro l’occupazione straniera, riconobbe l’autonomia tunisina.

Il regime coloniale francese terminò nel 1956 con l’abrogazione, il 20 marzo, del Trattato del Bardo: l’8 aprile seguente si svolsero le prime elezioni, vinte con il 95% dal partito Neo-Destour, il cui esponente Habib Bourguiba divenne Primo ministro. Il suo primo grande atto fu l’abrogazione del doppio regime (coranico e civile) e l’avvio della secolarizzazione del Paese: emancipazione per le donne, abolizione della poligamia e istruzione gratuita furono le principali conquiste dello Stato nordafricano. La Costituzione segnò la laicizzazione del Paese, spinto da Bourguiba verso un socialismo che, per gli equilibri del Patto atlantico, portò la Francia a disimpegnarsi fisicamente ed economicamente in modo sempre maggiore. Per questo, il progetto socialista fu abbandonato, e il Primo ministro cominciò un percorso che condusse al pluralismo politico.

Questa grande fase di secolarizzazione e democratizzazione fu bruscamente interrotta nel 1987, quando il generale Ben-Ali portò a termine un colpo di Stato e instaurò un vero e proprio regime autoritario.

Lo scontento per i suoi metodi autocratici fermentò per due decenni, per poi scoppiare in quella che divenne la rivoluzione del 2011 (detta “dei Gelsomini”), passata alla storia come una delle rivolte che costituirono la Primavera Araba; la scintilla fu il suicidio del venditore ambulante Mohamed Bouazizi, il quale il 17 dicembre 2010 diede avvio – col suo gesto estremo – alla rivoluzione che avrebbe messo fine a 23 anni di potere e condotto alle prime elezioni libere nell’ottobre 2011. In questo passaggio si rivelarono decisivi i social media, che permisero di bypassare la censura di regime e di denunciare pubblicamente la repressione politica e la corruzione economica del regime di Ben Ali, esacerbando lo scontento generale.

Il partito islamista moderato Ennahda promise tolleranza, ma mise sotto pressione i media e propose una Costituzione che avrebbe tolto alle donne i diritti ottenuti negli anni precedenti. Le uccisioni di due politici dell’opposizione nel 2013 compromisero l’immagine dell’Ennahda, e i suoi oppositori scesero nelle strade per invocare le elezioni. Nell’ottobre 2013 Ennahda accettò di farsi da parte in favore di un governo imparziale, passo che rappresentò la premessa per adottare una nuova Costituzione a gennaio 2014, convocare libere elezioni – nelle quali gli islamisti furono sconfitti – a ottobre 2014, ed eleggere il presidente nel novembre successivo. La maggioranza andò al partito Nidaa Tounes, e Beji Caid Essebsi fu eletto presidente, prendendo il posto di Moncef Marzouki, che aveva assunto l’interim tra il 2011 e il 2014.

Presente

Dal punto di vista strategico, oggi la Tunisia è un unicum. Infatti, la sua posizione e la sua storia potrebbero far pensare a un modello vicino alla confusione degli altri Paesi nordafricani e medio-orientali; al contrario, a seguito della Rivoluzione dei Gelsomini, la Tunisia sembra aver scelto con chiarezza da che parte posizionarsi. Infatti essa ha approfondito sempre più i suoi rapporti con il mondo occidentale, europeo in particolare, beneficiando per questo di una serie di aiuti funzionali alla ripresa politico-economica, e marcando allo stesso tempo una grossa distanza con gli Stati vicini, in particolare la Libia e l’Egitto. Proprio questi legami hanno reso il Paese tunisino bersaglio privilegiato di gruppi armati e ideologie antioccidentali.

Come detto, questa scelta di campo è stata utile a livello economico: l’Unione europea ha finanziato ingentemente la Tunisia, anche se uno dei temi fondamentali è l’effettivo utilizzo che viene fatto dei fondi esteri. Il programma di finanziamento dell’Ue non è cambiato a seguito degli attentati del 2015, anche perché già prima la sicurezza tunisina era una priorità per Bruxelles. Semmai, si è posta maggiore concentrazione sui finanziamenti nel campo della prevenzione e del contrasto alla radicalizzazione, attraverso il sostegno a progetti nel campo della cultura e dell’educazione. Il Presidente della Commissione europea, Juncker, ha peraltro dato il suo assenso per ulteriori programmi di sostegno economico, mediante lo strumento della Banca europea degli Investimenti: la realizzazione degli stessi, ora, dipenderà dal tipo di proposte che verranno avanzate. La transizione tunisina è segno, per l’Ue, del fatto che la politica di vicinato, basata sul principio di “more for more”, sta dando i suoi frutti.

Nel marzo 2014, l’Ue e la Tunisia hanno firmato il Partenariato di Mobilità, che prevede una stretta cooperazione in materia migratoria, in particolare rispetto alla migrazione legale, il contrasto a quella illegale, il collegamento migrazioni-sviluppo e la protezione internazionale.

Al di là dei rapporti con l’Ue, la Tunisia sta lentamente riallacciando i rapporti internazionali interrotti dopo la Rivoluzione del 2011. Un esempio è stata la dichiarazione fatta il 19 novembre 2015 dall’allora ministro degli Esteri Baccouche (nel frattempo eletto Segretario generale dell’Unione del Maghreb Arabo e sostituito da Khmaïyes Jhinaoui), relativa all’intenzione di ristabilire relazioni diplomatiche con la Siria; la decisione si inserisce nel solco tracciato con l’apertura di un consolato a Tripoli e Bengasi. Rientrano in questa strategia anche le numerose sinergie con istituzioni internazionali quali la Banca Mondiale e la Banca di Sviluppo Africana. Il posizionamento strategico della Tunisia, comunque, resta orientato a un non-allineamento, confermato dalle tensioni con Ankara in seguito alle critiche dello stesso Baccouche sulla gestione dei flussi di jihadisti, netta differenza rispetto alla politica di matrice islamista perseguita sotto il governo di Ennahda.

Oltre alle eccellenti relazioni bilaterali con il governo italiano e a quelle ottime con l’Unione europea, sono buone anche quelle con la Nato.

Il 10 luglio 2015, infatti, il Presidente Usa Obama ha annunciato l’attribuzione allo Stato tunisino del rango di “major non-Nato ally”, che permette a Tunisi l’accesso privilegiato a progetti di formazione, fornitura e finanziamento militare. Questo anche a riconoscimento del fatto che la Tunisia ha fornito diversi peacekeepers nelle zone di conflitto. Inoltre, la Tunisia è annoverata tra i sette Paesi che formano il Dialogo Mediterraneo, ossia un partenariato Nato istituito nel 1994 e comprendente anche Mauritania, Marocco, Algeria, Egitto, Israele e Giordania. Con la Nato c’è anche un solido rapporto bilaterale, soprattutto a partire dalla transizione post-rivoluzione. Questo legame è ritenuto strategico e di vitale importanza per accedere alle risorse dell’Alleanza atlantica.

Il Parlamento tunisino possiede anche lo status di osservatore nel Gruppo Speciale del Mediterraneo e del Medio Oriente dell’Assemblea Parlamentare della Nato, della quale il Gruppo Speciale Mediterraneo e Medio oriente (GSM) è organismo specializzato: creato nel 1997, esso ha il compito di intensificare le relazioni con i Paesi mediterranei della sponda africana e mediorientale.

La Tunisia è poi partner per la cooperazione mediterranea dell’Assemblea parlamentare dell’Osce, nonché partecipante a vari processi: il Processo di Rabat, ampio quadro di dialogo che riunisce attorno al tema migratorio gli Stati membri dell’Ue e i Paesi dell’Africa occidentale, centrale e mediterranea; e il Processo di Khartoum, che coinvolge l’Ue e gli Stati dell’Africa orientale (oltre all’Egitto). Infine, la Tunisia sarà Paese cardine, insieme al Marocco, del Programma Regionale di Sviluppo e Protezione, lanciato dall’Ue per gli Stati del Nord Africa.

Futuro

Il processo di democratizzazione non è ancora finito per due ragioni principali, al di là del terrorismo: il sistema politico non è ancora pronto per un reale pluralismo, e il modello economico deve ulteriormente evolvere. Infatti, la crescita complessiva di investimenti (+30%) dimostra che la stabilità politica ed economica è più importante dei problemi legati al terrorismo, che pure restano cruciali.

Per questo, uno dei nodi principali è legato alla realizzazione delle riforme politiche, economiche e sociali, urgenti sia per consolidare il processo democratico tunisino, sia per migliorare il clima per gli investimenti e gli affari in generale. Ovviamente, il tempo necessario per effettuare tali riforme è molto: per questo è importante un periodo di stabilità politica e sociale, oltre che un continuo e solido aiuto economico estero per sostenere – tra le altre cose – un sostanziale recente incremento delle spese per la sicurezza.

Altro grande ambito che necessita attenzione è quello della Pubblica amministrazione: è necessario aumentarne la trasparenza e l’efficienza, grazie alla semplificazione e alla riforma della burocrazia, con la promozione della cultura del risultato piuttosto che della procedura.