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Penisola coreana e Asia orientale

Introduzione

L’Asia Nord Orientale è una regione caratterizzata dalla presenza di tre tra le più dinamiche economie mondiali: Cina, Giappone e Corea del Sud. Essa costituisce, perciò, un naturale incrocio di culture e tradizioni, che si caratterizza oggi per la straordinaria capacità di innovazione tecnologica e di business globale. Anche il più importante player tattico della geopolitica di oggi, la Russia, si affaccia con le proprie propaggini orientali in quell’area.

Inoltre, la presenza americana nella regione è forte fin dal primo dopoguerra: si può dire che Giappone e Sud Corea rappresentino l’estremo limite della sfera di influenza degli Stati Uniti, dei quali costituiscono partner storici.

L’incrocio di attori profondamente contrapposti nei propri interessi geopolitici fa di quest’area, tra le più militarizzate dell’intero pianeta e storicamente piena di tensioni, un punto fortemente critico nello scacchiere mondiale, e proprio dentro questo contesto la piccola Corea del Nord viene a rappresentare oggi un elemento di grave preoccupazione per l’intera comunità internazionale.

Ciascuno di questi attori persegue obiettivi che non sono limitati al controllo della regione ma sono riconducibili alle proprie strategie globali: se non si può dire che qui si gioca la battaglia per il controllo del mondo, è tuttavia un dato di fatto che il confronto che si svolge attorno alla penisola coreana ha un evidente impatto sugli equilibri economici e geopolitici mondiali, certamente molto più di quanto accade nell’Est europeo e nello stesso Medio Oriente.

Sintetizzando ulteriormente, si potrebbe dire che il vero confronto geopolitico in atto in Asia nord orientale sia quello tra Cina e Stati Uniti, e in questo contesto va collocata la complicata e difficile situazione della penisola coreana, attorno alla quale si articola la minaccia di un conflitto nucleare dalle potenziali conseguenze catastrofiche.

Se volessimo esprimerci in termini sportivi, potremmo parlare di una partita a sei: Cina, Russia e Corea del Nord da una parte, Corea del Sud, Giappone e USA dall’altra.

Interessi geo-strategici

Cina

La Cina rappresenta il pivot economico, politico e militare della regione. La strategia messa in atto da Pechino per il controllo del Mar cinese orientale e meridionale è certamente prioritaria nell’ambito di quello che appare come un chiaro disegno espansionistico di tipo neo imperiale. Esso è ben rappresentato dalla annessione (illegittima ai sensi del diritto internazionale) di piccole isole disabitate appartenenti ad altri Stati e dalla creazione di isole artificiali: questi avamposti vengono trasformati in basi militari tatticamente fondamentali per il controllo degli importantissimi traffici commerciali e delle immense risorse naturali contenute nel sottosuolo marittimo. La presenza americana nella regione, attraverso le alleanze con Corea del Sud e Giappone, costituisce da sempre, e oggi in modo particolare, un ostacolo per il predominio assoluto della Cina nello strategico quadrante dell’estremo oriente. La prospettiva di un arretramento della sfera di influenza americana costituisce, perciò, per Pechino un obiettivo prioritario. La Corea del Nord, voluta e creata come Stato-cuscinetto contro la presenza occidentale e sempre sostenuta economicamente, politicamente e tecnologicamente prima dalla Russia, poi dalla Cina, diventa oggi un interlocutore fondamentale per il gioco geopolitico del governo di Pechino, per il quale costituisce, al tempo stesso, fonte di gravi preoccupazioni. Da un lato, infatti, l’aggressività di Kim Jong-un rappresenta, agli occhi del mondo, un rischio senza precedenti, e la Cina non si può permettere di apparire connivente con esso; d’altra parte, un eventuale conflitto nella penisola coreana potrebbe produrre un flusso di milioni di rifugiati che non sarebbe sostenibile neppure per un gigante quale quello cinese. In questo senso, Pechino sta cercando di bilanciare il proprio approccio rispetto alla penisola coreana, mantenendo una costante pressione per spingere Pyongyang a rispettare le regole internazionali, ma condannando, al tempo stesso, la Corea del Sud per il potenziamento delle proprie difese, in particolare le nuove installazioni anti missile. E’ indiscutibile che il sostegno cinese alla Corea del Nord sia diminuito nel tempo e che oggi la priorità di Pechino sia la stabilizzazione nella penisola coreana: resta da vedere se la Cina diventerà in reale partner della comunità internazionale nella limitazione della aggressività nordcoreana. L’atteggiamento recentemente tenuto sulle sanzioni in sede di Nazioni Unite, dove, unitamente alla Russia, Pechino ha lavorato per ridurne al minimo l’impatto, non lascia presagire un vero e forte impegno contro il regime di Kim Jong-un. Né il tema spinoso del rispetto dei diritti umani in Corea del Nord appare elemento che la Cina stessa possa utilizzare seriamente contro Pyongyang.

Russia

L’indebolimento dei rapporti con la Cina, ha creato, per la Corea del Nord, le condizioni per un rafforzamento delle relazioni bilaterali con la Russia, la quale ha, poco per volta, incrementato i propri contatti con Pyongyang, pur non opponendosi formalmente alle sanzioni delle Nazioni Unite. Tuttavia, la limitazione imposta alle stesse sanzioni dimostra che il ruolo di Mosca non è equidistante, ma che il proprio interesse attuale è quello di dimostrare, anche in questa regione, di essere un centro di influenza essenziale negli equilibri di un mondo che si va caratterizzando sempre più per la propria natura multipolare. Nella regione, la Russia non ha mai risolto la disputa con il Giappone sulla proprietà delle isole Kuril, contese tra i due Paesi da oltre 60 anni.

 

Corea del Nord

Nonostante il progressivo isolamento al quale è stata sottoposta dalla comunità internazionale, la Corea del Nord continua a rappresentare un serio rischio per la sicurezza regionale e globale. L’accelerazione imposta da Kim Jong-un ai propri programmi ha prodotto una serie di preoccupanti esperimenti nucleari e di test di missili, con lanci che hanno sorvolato più volte i cieli giapponesi e con minacce dirette verso la presenza americana nell’isola di Guam. Il successo dei test ha dato alla nord Corea una ulteriore spinta nella direzione della propria nuclearizzazione. A ciò si aggiunge una crescente capacità nel settore informatico che ha aumentato il potenziale di attacchi cyber, dando a Kim un ulteriore vantaggio in termini di conflitto asimmetrico.

Corea del Sud

Continua la propria storica partnership con gli Stati Uniti per mantenere pace e stabilità nella penisola. Seul, da un lato, ha incrementato in modo significativo i propri sistemi di difesa convenzionali attivando, al tempo stesso, un’intesa per sviluppare il sistema difensivo antimissile THAAD (Terminal High Altitude Area Defense). Questa decisione è stata severamente criticata dalla Cina. La Corea del Sud rappresenta una economia molto solida e un attore fortemente impegnato negli sforzi multilaterali per il mantenimento della stabilità nella regione, essenziale anche nell’interesse della propria natura di Paese fortemente legato all’export.

Giappone

Sta prendendo misure concrete per giocare un ruolo più attivo nella sicurezza regionale, sia partecipando attivamente ai sistemi di difesa collettiva, sia impegnandosi negli sforzi multilaterali finalizzati a contenere la minaccia nord coreana. Il rapporto ancora problematico con la Corea del Sud impedisce un miglioramento delle relazioni bilaterali, che rappresenterebbe un evidente rafforzamento dell’asse legato alla presenza statunitense. Sono stati fatti recentemente passi avanti, almeno a livello di sistemi di difesa, per rafforzare la cooperazione trilaterale Giappone – Stati Uniti – Corea del Sud, che potrebbe ridurre il gap relazionale ancora esistente tra i due alleati degli americani. Il principale problema del Giappone è la sua Costituzione che, all’articolo 9, prevede la neutralità. Negli ultimi anni il premier Shinzo Abe ha cercato di spingere per una interpretazione ampia del medesimo articolo, che consentisse non solo la difesa passiva, come attualmente previsto, ma intendesse la difesa anche in termini di prevenzione. Ciò avrebbe permesso al proprio Paese di compiere operazioni militari anche al di fuori del territorio nazionale spingendo, al tempo stesso, ad un aumento degli investimenti nel campo della difesa. La maggioranza della popolazione giapponese, però, è sempre stata contraria a questo approccio, preferendo la neutralità classica. I recenti lanci di missili nordcoreani, che hanno sorvolato – non a caso – il Giappone, stanno tuttavia cambiando l’orientamento dell’opinione pubblica, spaventata dalla ipotesi di un attacco nucleare. La recente vittoria dello stesso Abe alle elezioni politiche, che gli ha consegnato una larghissima maggioranza in Parlamento, dà oggi al premier la possibilità di procedere ad una revisione della Costituzione che elimini la clausola della neutralità, e questa ipotesi appare più vicina proprio a causa del progressivo mutamento dell’orientamento popolare. Qualora una simile revisione si realizzasse, essa comporterebbe, ovviamente una massiccia operazione di riarmo del Paese, con un prevedibile ulteriore aumento delle tensioni nella regione e delle preoccupazioni della intera comunità internazionale.

 

Stati Uniti

La presenza nordamericana in estremo oriente è ormai fortemente radicata in sud Corea, dove sono insediati contingenti americani che assommano ad alcune decine di migliaia di soldati con relativi sistemi di armamento di avanguardia, mentre la flotta militare statunitense presidia da decenni le acque dei mari orientali. Ciò costituisce l’avamposto nel Pacifico degli USA, da sempre preoccupati di un fronte che, per quanto lontano geograficamente, non ha mai avuto ulteriori cuscinetti rispetto alla Russia e che oggi vede affacciarsi la nuova superpotenza cinese, ormai salita al secondo posto mondiale anche in termini militari. Non appare perciò attualmente realistico ipotizzare un disimpegno rispetto alla regione da parte del colosso americano che ha, al contrario, dimostrato con la presidenza Obama, di voler concentrare maggiori risorse a difesa del fronte pacifico, anche a spese di un evidente e controverso arretramento rispetto ad altre aree storicamente presidiate, come il Medio Oriente. La vera sfida per gli Stati Uniti appare semmai quella di consolidare un non facile asse trilaterale con Giappone e Sud Corea, finora mantenutesi tra loro a distanza, nonostante la comune alleanza con gli USA.

Le due Coree

COREA DEL NORD

Il raffronto con la Corea del Sud, in termini di sviluppo economico appare impietoso. Le due tabelle seguenti, desunte da dati forniti dal Comando delle Nazioni Unite in Sud Corea, rivelano in modo evidente le distanze che separano due mondi fisicamente confinanti ma da sempre acerrimi avversari.

 

Nella prima tabella sono riportati i dati relativi ai principali indicatori economici. La seconda mette invece a confronto, per i due Paesi, dati del 1970 con quelli del 2015, evidenziando come, a fronte di una situazione di partenza sostanzialmente molto simile, in 45 anni si sia scavato un fossato invalicabile, non solo sotto il profilo diplomatico ma in termini di tenore di vita reale, con percentuali di crescita non paragonabili tra le due realtà.

Parametro Corea del Nord Corea del Sud
Popolazione 25 Milioni 50 Milioni
Aspettativa di vita Anni 70,4 82,4
PIL / Posizione nel mondo Dollari USA 17 miliardi / 113° 1.400 miliardi / 11°
PIL annuo pro capite Dollari USA 642 27.397
Produzione annua autoveicoli 4.000 4,55 milioni / 5° al mondo
Produzione annua navi Tonnellate 60.000 23 milioni /2° al mondo
Produzione annua televisori 100.000 80 milioni / 1° al mondo
Produzione annua smartphone Non registrabile 377 milioni / 1° al mondo
Import annuo Dollari USA 3,6 miliardi 436 miliardi
Export annuo Dollari USA 2,7 miliardi 527 miliardi
Diffusione telefoni cellulari % popolazione Non registrabile 88 / 1° al mondo
Velocità internet Non registrabile 1° al mondo
Brevetti Non registrabile 1° al mondo rispetto al PIL
Consumo di energia Kwh 15 miliardi 495 miliardi
Strade Km 26.000 107.000
Educazione superiore Non registrabile 1° al mondo

 

Parametro Corea del Nord Corea del Sud
1970 2015 Variaz. 1970 2015 Variaz.
Popolazione – Milioni 14 25 +79% 31 51 +62%
Aspettativa di vita – Anni 57 70,4 +23% 62 82,4 +32%
PIL – Miliardi di Dollari USA 5 17 +240% 82 1.400 +1.600%
PIL annuo pro capite – Dollari USA 384 842 +67% 253 27.100 +10.600%
Produzione veicoli 9.000 3.500 -61% 29.000 4.500.000 +15.600%
Produzione navi – Tonnellate 3.500 60.000 +257% 38.000 20.000.000 +51.000%
Strade – Km 20.000 26.000 +31% 40.000 107.000 +167%
Metropolitane – Km 12 34 +183% 8 642 +8.140%
Import – Miliardi di Dollari USA 0,4 3,6 +800% 2 436 +21.700%
Export – Miliardi di Dollari USA 0,3 2,7 +800% 0,8 527 +65.750%

 

In particolare, si può rilevare un dato molto significativo, cioè l’inesistenza di investimenti infrastrutturali in Corea del Nord.

 

Tuttavia, nonostante le differenze abissali, la situazione economica e sociale in Corea del Nord non è disastrosa come potrebbe apparire e come spesso viene dipinta. La seconda tabella non mostra un dato fondamentale in termini di evoluzione economica della Corea del Nord, e cioè che il minimo storico dell’economia coreana è stato toccato alla fine degli anni ’90, e che quindi la crescita negli ultimi 15 anni è stata più marcata rispetto ai decenni precedenti che avevano addirittura visto situazioni di ulteriore recessione. Oggi la crescita in Corea del Nord è stimata attorno al 3-4%.

Inoltre, Kim Jong-un ha avviato, dalla sua presa del potere, una strategia di sostegno alla popolazione, con investimenti in politiche di welfare. Ha inoltre attivato un percorso di apertura del sistema economico anche ad investimenti privati, cominciando ad orientare la Nord Corea verso una – ancora molto modesta -liberalizzazione, che ha consentito un sostanziale miglioramento del livello di vita dei cittadini rispetto a qualche anno fa. Il mercato interno sostanzialmente funziona e l’occupazione viene garantita a tutti. Tutto ciò è percepito positivamente dalla popolazione, specialmente a Pyongyang (nelle campagne la situazione è nettamente più arretrata) e sembra costituire un elemento di stabilità per il regime. Allo stesso modo sono state fatte aperture rispetto al tema dell’accesso all’informazione: oggi i giovani nordcoreani conoscono i film, gli artisti, la musica della Corea del Sud, e accedono (con limitazioni) a internet.

 

Questa situazione, per il momento, non ha comunque ancora dato origine a fenomeni di contestazione del regime: è possibile che, nel giro di qualche anno, se queste aperture continueranno, si possano produrre mutamenti a livello sociale. Da parte di alcuni osservatori, questa impostazione viene definita come un nuovo populismo moderato, che consente al regime di tenere saldamente sotto controllo il consenso popolare e la situazione sociale. Con due elementi di attenzione, però, il cui impatto andrà verificato nel tempo. Il primo è legato al fatto che lo Stato ha cominciato a tassare i cittadini, avviando una trasformazione le cui conseguenze sull’opinione pubblica sono al momento imprevedibili: è presumibile, tuttavia, che il passaggio da un modello che vede lo Stato provvedere a tutto ad un sistema sempre più basato sulla responsabilità del singolo non potrà essere, nel tempo, senza conseguenze. Il secondo elemento di criticità è la già menzionata carenza di investimenti in infrastrutture che, se la tendenza non sarà invertita, renderà sempre meno sostenibile il confronto in termini di sviluppo con il resto della regione.

 

Il tema del consenso introduce un’altra considerazione. Ancora non è chiaro agli osservatori quale sia il vero scopo di Kim Jong-un nella sua tattica di continuo aumento della pressione sul tema degli armamenti nucleari. Potrebbe infatti trattarsi di una strategia di mantenimento e consolidamento della leadership propria e della propria famiglia, oppure di un autentico disegno di unificazione culturale del popolo sotto la bandiera della potenza nucleare. Entrambe queste ipotesi presentano, ovviamente, un denominatore comune: la gestione del consenso popolare attraverso il richiamo alla forza identitaria di una nazione che si è sempre considerata auto-determinata e che di questo isolamento ha fatto, da 60 anni, la propria bandiera ideologica.

Sul piano degli equilibri interni della Corea del Nord, alcuni specialisti osservano come la chiave per la lettura del sistema nord coreano sia nel gruppo di famiglie che, con la realizzazione dei battaglioni di guerriglieri anti giapponesi, crearono il Paese e che da sempre lo tengono saldamente sotto controllo. I membri di queste famiglie frequentano le stesse scuole e creano una vera oligarchia. Si osserva come Kim Jong-un pare non aver fatto parte di questo “giro”, avendo studiato all’estero.

E’ chiaro che la tattica di continuo innalzamento della tensione ha pure lo scopo di rafforzare il posizionamento della Corea del Nord nelle negoziazioni con i vicini – Cina e Russia -, in particolare con la Cina, che ha voluto e favorito da sempre l’esistenza dello stato-cuscinetto e gli ha sempre fornito sostegno economico, tecnologico e operativo. E’ molto evidente che Kim Jong-un ha come primo interlocutore la Cina stessa, con la quale la Nord Corea ha il 90% dei propri scambi commerciali, e che preferisce il mantenimento dello stato-cuscinetto e del regime attuale piuttosto che una sua “normalizzazione”, anche se l’impressione è che il giocattolo le sia un po’ sfuggito di mano

 

L’ideologia di Pyongyang è, da sempre, basata su un ultra nazionalismo che si traduce in ambizione di autosufficienza e che ha portato ad una autentica autarchia, tipica peraltro di molti sistemi totalitari. IN questo contesto, vale la pena segnalare che, attualmente, si registra l’emigrazione dalla Corea del Nord di un migliaio di persone all’anno, cifra assolutamente fisiologica e indicativa del fatto che, nonostante l’enorme gap di sviluppo rispetto ai Paesi confinanti, il modello autarchico e il ferreo controllo del regime continuano a tenere.

 

Dal punto di vista militare, la Nord Corea possiede il quarto esercito al mondo, con un milione di soldati, il 70 percento del quale schierato e operativo. L’aviazione può contare su 1.300 aerei, anche in questo caso con una alta percentuale di forze operative, oltre il 50%. La marina, oltre a una flotta costiera di non eccessive dimensioni, ha, viceversa, una rilevante dotazione di sottomarini, quasi certamente con capacità nucleari, anche se di vecchia costruzione e tecnologia. Le forze speciali risultano ben equipaggiate e perfettamente addestrate. La dotazione di mezzi ed equipaggiamenti delle forze armate nordcoreane è enorme, anche se, per la gran parte, di vecchia concezione, per lo più di fabbricazione sovietica. Si stima che la quantità di forze militari operative della Corea del Nord sia oggi la più grande del mondo.

 

Sotto il profilo del rischio nucleare, la gittata dei missili balistici intercontinentali nordcoreani ha destato preoccupazioni anche nell’opinione pubblica europea. A parte la semplice considerazione che abbiamo molto più vicino a noi postazioni nucleari di ben altra portata, qualitativa e quantitativa (basta pensare all’enclave russa di Kaliningrad, a poche centinaia di chilometri da importanti capitali europee) che ci dovrebbero preoccupare assai di più, la possibilità di un lancio di missili da parte della Nord Corea verso l’Europa appare remota, se non altro per il fatto che essi dovrebbero sorvolare l’intera Russia, che non starebbe certamente a guardare. Del resto, Kim Jong-un sta lanciando tutti i suoi missili dimostrativi verso oriente, facendo loro sorvolare, a scopo chiaramente intimidatorio, il Giappone o puntando a dimostrare la possibilità di distruggere le basi americane nell’isola di Guam. Resta il fatto che un eventuale, per quanto assai improbabile, lancio verso occidente metterebbe a dura prova gli attuali sistemi antimissile europei, tarati per altri tipi di attacchi, rappresentando perciò un rischio reale.

Inoltre, Pyongyang ha sviluppato notevoli  capacità sotto il profilo della guerra ibrida: infatti, oltre alla micidiale combinazione delle potenzialità nucleari (per quanto limitate quantitativamente) e della disponibilità di missili balistici, dispone di rilevanti riserve di armi chimiche ed ha recentemente dimostrato di saper condurre attacchi informatici in modo efficace, specie contro le reti sudcoreane, oltre a poter contare su un sistema di propaganda solido e collaudato, che tende oggi a diffondersi anche al di fuori del Paese.

 

Questi sono gli ingredienti tipici dei conflitti asimmetrici, che, combinati con un efficiente sistema di forze speciali, aumenta considerevolmente la pericolosità del regime nordcoreano. Un sistema che si può definire comprensibile nelle proprie strategie ma tatticamente sempre più imprevedibile, proprio a causa della sua capacità di adattarsi ai nuovi scenari. Queste considerazioni non sono certamente secondarie nello spiegare l’atteggiamento sempre più aggressivo e spavaldo di Kim Jong-un, consapevole del fatto che i grandi attori della regione – la Cina in particolare – sono, in fondo, interessati al mantenimento dello status-quo e, perciò, del ruolo di cuscinetto che il suo Paese rappresenta. Quindi, l’idea che Kim sia solo un pazzo va certamente rivista: egli appare più come un lucido calcolatore, tatticamente abilissimo e spregiudicato: caratteristiche, fatte le debite proporzioni, non dissimili da quelle di Putin.

 

COREA DEL SUD

A Seul la vita scorre apparentemente tranquilla, e questa potrebbe sembrare una contraddizione in un momento così delicato: in realtà, i sudcoreani sono abituati a convivere da oltre 60 anni con la costante minaccia che arriva loro da nord, e questo spiega il fatto che i comportamenti quotidiani non siano molto influenzati da quanto accade al di là del confine, così come in parte giustifica la scarsa reattività della Borsa sudcoreana rispetto a lanci di missili e esperimenti nucleari di Pyongyang. Il mercato azionario, infatti, si è finora dimostrato sostanzialmente stabile pur di fronte al crescere delle tensioni legate alle minacce di Kim Jong-un.

 

L’opinione pubblica, tuttavia, è preoccupata della escalation da parte di Pyongyang ed è largamente favorevole ad un consistente aumento degli investimenti nel settore della difesa. L’attuale spesa per la difesa sudcoreana è pari al 2 percento del PIL e il presidente Moon si è posto l’obiettivo di arrivare gradualmente ad un valore del 2,6-2,9%. Questa prospettiva è condivisa sia dai partiti di maggioranza, sia dalle opposizioni, e già nel 2018 si assisterà ad un aumento delle spese militari del 6,9% rispetto all’anno precedente.

Il vero dibattito è sul tipo di armamenti da adottare da parte della Corea del Sud: infatti, una parte dell’opinione pubblica auspicherebbe l’adozione di armi nucleari, per poter rispondere adeguatamente al regime nordcoreano in termini di deterrenza. Altri, in alternativa, vorrebbero vedere nuovamente il dispiegamento di armi nucleari tattiche da parte degli Stati Uniti. Il Governo, al contrario, fa un ragionamento molto pragmatico: l’economia sudcoreana è fortemente basata sulle esportazioni e l’adozione di armi nucleari comporterebbe un regime sanzionatorio da parte della comunità internazionale che rischierebbe di avere conseguenze disastrose sul sistema produttivo del Paese. Pertanto, si preferisce prevedere un forte investimento in strumenti di difesa convenzionali, la cui potenza sarebbe, comunque, in grado di rappresentare un deterrente adeguato per Pyongyang. Quindi la Corea del Sud rimane un Paese non nucleare e continua a lavorare per la denuclearizzazione dell’intera penisola. Il fattore chiave di questa strategia è la storica e strettissima alleanza con gli Stati Uniti, considerata reciprocamente indiscutibile e solidissima: i sudcoreani la definiscono come l’alleanza più forte e potente che il mondo abbia mai conosciuto, ed essa si pone l’obiettivo di preservare la pace e la libertà. La presenza in Sud Corea di qualche decina di migliaia di soldati americani costituisce, perciò, elemento fondamentale di rassicurazione per la popolazione.

 

E’ quindi comprensibile che i sudcoreani siano molto preoccupati per l’impostazione che il Presidente Trump ha dato alla propria politica estera: il motto “America first” è considerato l’anticamera di un possibile disimpegno americano, prospettiva considerata incompatibile con la sicurezza e la stabilità del Paese. Già la richiesta da parte dello stesso Trump di un maggiore impegno economico sudcoreano suona come un avvertimento in questa direzione.

A questo si aggiunge la reattività con la quale il Presidente americano reagisce alle provocazioni di Kim Jong-un: messaggi del tipo “vi schiacceremo come formiche” sono molto negativi per la mentalità orientale, abituata a locuzioni assai meno dirette e offensive, anche nella contrapposizione politica. Questi ripetuti atteggiamenti rischiano, nella percezione della popolazione sudcoreana, di alimentare le tensioni e di giustificare le controreazioni sempre più aggressive di Pyongyang. Un elemento positivo è costituito dall’evidenza che il Congresso americano e i Segretari di Stato stiano, in realtà, limitando l’esuberanza di Trump in favore di un approccio più tradizionale e realistico.

 

Un ulteriore timore, forse il più significativo sul piano politico, è che l’impostazione della politica estera da parte della nuova amministrazione americana possa privilegiare soluzioni bilaterali USA/Nord Corea, lasciando fuori dal tavolo delle trattative i grandi attori regionali: Cina e Russia da un lato, Corea del Sud e Giappone dall’altro. Questa ipotesi in realtà farebbe molto comodo alla Cina e, probabilmente, anche alla Russia, perché avrebbe l’effetto di indebolire la presenza occidentale nella regione: Seul considera una ipotesi di questo tipo disastrosa, in quanto è chiaro che nessun Paese da solo può risolvere i problemi e che nessun approccio bilaterale può portare a soluzioni stabili e ragionevoli. Questo cambiamento di rotta della politica americana rischia altresì di alimentare le pulsioni nazionalistiche, da sempre presenti e forti nella regione, e lo spirito antiamericano, indebolendo i tradizionali assi USA/Sud Corea e USA/Giappone.

La posizione del governo di Seul rispetto alle minacce che provengono da nord si basa su alcuni capisaldi che appaiono oggi molto solidi:

    • la situazione attuale è figlia di 25 anni di ambizioni nucleari da parte della Nord Corea;
    • l’obiettivo strategico della Corea del Sud è invece la denuclearizzazione dell’intera penisola, considerata ancora possibile, anche se non realistica nel breve periodo;
    • il conflitto va evitato a tutti i costi, soluzioni militari non sono opzioni realistiche. A questo proposito la comunità internazionale deve aumentare la propria capacità di pressione politica su Pyongyang per arrivare a soluzioni stabili per via diplomatica. Le sanzioni, per quanto costituiscano uno strumento imperfetto e probabilmente poco efficace, restano il principale strumento pratico di pressione. Tuttavia, le sanzioni recentemente decise dal Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite, assai ammorbidite su richiesta cinese, appaiono troppo blande e perciò inadeguate;
    • occorre innalzare il livello di deterrenza nei confronti di Pyongyang, e la previsione di un costante aumento delle spese per la difesa va in questa direzione. L’asse con gli Stati Uniti non può essere indebolito, al contrario, va ulteriormente consolidato, e il sostegno occidentale deve essere più concreto e visibile.

Scenari futuri

Da qualche mese si avvertiva che qualcosa nel rapporto tra le due Coree potesse accadere in tempi brevi, anche se si trattava certamente più di sensazioni che di certezze. L’escalation degli atteggiamenti aggressivi da parte di Kim Jong-un e le risposte sempre più determinate della amministrazione americana aumentavano le tensioni e le preoccupazioni della popolazione sudcoreana, lasciando supporre, o almeno sperare, che potesse prefigurarsi qualche intervento teso ad alleggerire, anche psicologicamente, la pressione sulla Corea del Sud e sull’intera opinione pubblica mondiale, legittimamente terrorizzata dall’ipotesi di una guerra nucleare.

Le olimpiadi invernali di Pyeongchang hanno costituito l’occasione per gesti distensivi tra le due parti. La presenza della sorella di Kim, lo scambio di saluti con il Presidente Moon, le dichiarazioni che sono seguite e il nervosismo statunitense non vanno sottovalutati.

 

Sono fatti che, se letti con attenzione, rafforzano l’ipotesi di una regia sapiente orchestrata da Pechino – probabilmente con la Russia nelle vesti di spettatore interessato – proprio nella prospettiva, sulla quale abbiamo insistito, di un altro tipo di interesse, cioè l’allontanamento degli USA e della loro sfera di influenza dalla regione. Infatti, una progressiva e pacifica soluzione bilaterale del conflitto ridurrebbe di molto la necessità di una presenza americana nella penisola coreana e, con essa, nell’intero quadrante strategico dell’Asia nord-orientale, fino a renderla inutile, se non dannosa. Questa ipotesi potrebbe essere proprio la molla che spinge oggi la Cina a intervenire a favore di una pacificazione nella penisola coreana, nella speranza che Washington sia, alla fine, costretta a lasciare mano libera alle mire egemoniche di Pechino sul Mar cinese orientale e meridionale. Con il corollario, non secondario, di un enorme ritorno di immagine per la stessa Cina, che acquisirebbe il merito di avere disinnescato la minaccia di una guerra nucleare che terrorizza l’umanità.

 

Si potrebbe dire che la Cina debole e ripiegata su se stessa di alcuni decenni fa, aveva avuto la necessità di creare e mantenere uno stato-cuscinetto per difendersi dallo strapotere politico, economico e militare statunitense, fino a fare della Corea del Nord una potenza nucleare, unico vero deterrente possibile per Washington. Per la Cina di oggi, che ormai compete ad armi pari con gli USA, la potenza di Pyongyang può costituire un boomerang e giustifica la permanenza americana nella regione, reale pietra d’inciampo per il suo disegno di controllo sull’estremo oriente. Allora, meglio disinnescare la minaccia, pur di non darne merito a Trump. Insomma, oggi meglio la pace che la minaccia armata.

 

Ma poiché una grande vittoria politico-diplomatica di Pechino è rischiosa soprattutto per gli USA, assistiamo oggi a mosse che sconvolgono ancora una volta il quadro. Esse sembrano affidate a tre attori: Kim Jong-un, il Presidente sudcoreano Moon e Donald Trump.

Il primo annuncia la decisione unilaterale della sospensione di ogni esperimento missilistico, il secondo riempie Seul di giganteschi manifesti inneggianti alla pace tra le due Coree, il terzo sembra pronto a volare a Pyongyang, primo Presidente americano della storia a compiere un gesto simile. La Cina sembra messa alla finestra.

Non è facilissimo capire cosa stia dietro questo veloce cambiamento di scenario, nel quale alcuni attori hanno certamente da guadagnare, altri da perdere.

 

Kim è un abilissimo tattico e, se fa questa mossa, significa che sta ottenendo quanto cercava e forse anche di più. Che cosa? Certamente il consolidamento della propria figura di leader all’interno del proprio popolo, l’obiettivo che gli sta più a cuore; inoltre, una prima legittimazione internazionale, sicuramente corredata da importanti aiuti economici (resta da capire da parte di chi) che gli saranno indispensabili per accelerare la crescita del proprio Paese. Perché questa crescita è fondamentale? Perché l’iniziale tentativo di modernizzazione dell’economia nordcoreana messo in atto dallo stesso Kim, che ha finora dato ai propri cittadini la sensazione di un enorme progresso dopo decenni di povertà e marginalizzazione, potrebbe rivelarsi un boomerang formidabile nel momento in cui si andasse realmente verso una reale ripresa di rapporti tra le due Coree. Questo metterebbe in drammatica evidenza l’enorme divario di sviluppo tra i due Paesi, di fronte al quale il popolo nordcoreano potrebbe cambiare decisamente il proprio atteggiamento verso il proprio leader. Ci si deve, quindi, aspettare da parte del dittatore una politica di spesa sociale e di liberalizzazione dell’economia per attrarre investimenti, strategie che hanno bisogno di un ruolo consolidato nello scacchiere geopolitico e di una disponibilità di risorse importante da parte dello Stato.

 

Moon deve assolutamente risolvere il problema del rapporto con Pyongyang, percepito dai cittadini sudcoreani come elemento di grave instabilità e come una minaccia quotidiana alla propria sicurezza. Qualsiasi mossa possa portare in questa direzione sarà da lui sostenuta, non dimenticando peraltro che la presenza militare statunitense nel proprio Paese non potrà essere eliminata in tempi brevi. Deve, inoltre, fare i conti con la grande diffidenza che l’opinione pubblica sudcoreana – e non solo essa – nutre nei confronti del dittatore di Pyongyang.

Trump vede avvicinarsi le elezioni di medio termine e ha bisogno di un grande successo in termini di politica internazionale, che finora gli manca. Bisognerà vedere fino a che punto possa (o gli sia consentito) lavorare per una soluzione di reale pacificazione che potrebbe rendere ingiustificata la permanenza statunitense nella penisola coreana. Fatto, questo, che lascerebbe soli, dopo decenni, i sudcoreani e che, soprattutto, esporrebbe il Giappone ad essere l’unico baluardo della politica occidentale in Estremo Oriente.

Mentre la Russia, in questo momento, ha solo interesse a osservare gli sviluppi, visti gli altri numerosi fronti sui quali è impegnata, la Cina continua a perseguire l’obiettivo dell’allontanamento della sfera di influenza americana e occidentale nella regione e, in questo senso, una soluzione che realizzi le condizioni per un progressivo ritiro statunitense dalla penisola non può che vederla concorde.

 

Le ultime mosse, perciò, sembrano prestarsi a una lettura abbastanza lineare: una trattativa bilaterale Kim – Trump, con la benedizione esplicita di Seul e quella, implicita, di Pechino, pare essere un ottimo investimento per la stessa Cina – che potrebbe investire risorse economiche rilevanti a questo fine – e per la Nord Corea; una buona soluzione per la Corea del Sud, almeno nel breve periodo; un obiettivo tatticamente fondamentale per Trump (che difficilmente ragiona in termini di strategia); un grattacapo in meno per Putin e, comunque, una non sgradita limitazione della sfera di influenza americana nel Far East. Quindi, una soluzione win-win per tutti questi attori. Con buona pace del Giappone, unico soggetto fortemente preoccupato dell’indebolimento della propria posizione, che lo spingerebbe ancora di più sul percorso di uscita dalla neutralità intrapreso da Shinzo Abe già da tempo. L’indebolimento giapponese non sarebbe, peraltro, affatto sgradito alle due Coree a causa delle ruggini che permangono fin dalla seconda guerra mondiale, e questo è un altro elemento di cui tenere conto.

Non è da escludere, tuttavia, una lettura assai più dietrologica e complessa.

 

Immaginiamo che Kim voglia ancora alzare il prezzo con la Cina (e forse anche con la Russia) per ottenere ulteriori benefici: potrebbe aver deciso la mossa della sospensione unilaterale degli esperimenti per far capire a Pechino di avere ancora in mano il bandolo della matassa e a Mosca che un suo abbraccio con Trump non sarebbe certo un elemento vantaggioso per Putin, impegnato a investire enormi risorse nella propaganda antiamericana, che sarebbe costretto a riconoscere meriti a Washington. Il protagonismo di Kim oscurerebbe, inoltre, in breve tempo l’azione mediatrice di Moon rafforzando ulteriormente la propria immagine di fronte al suo popolo e conquistando progressivamente la fiducia dei sudcoreani. Egli si potrebbe porre, inoltre, come interlocutore diretto di Tokio, magari con qualche mossa rassicuratrice. E un rapporto diretto e bilaterale tra Nord Corea e Stati Uniti potrebbe addirittura, nel tempo, rafforzare la presenza americana nella regione: è presumibile, infatti, che Trump possa essere disponibile a proporre Kim un piano di aiuti e di investimenti americani in Nord Corea, che giustificherebbe una presenza meno militare ma ancora più forte in termini economici proprio a ridosso della Cina. Insomma, Kim a questo punto potrebbe fare la politica dei due forni, vendendosi al miglior offerente: conoscendo l’abilità e la spregiudicatezza del leader nordcoreano, questo scenario è tutt’altro che irrealistico.

Insomma, sullo sfondo resta sempre il confronto tra Washington e Pechino, che non si combatte solo a colpi di dazi, ma anche sullo scacchiere, delicato e complesso, delle influenze geopolitiche. Uno scacchiere sul quale Kim Jong-un, partito come pedone, ha conquistato almeno il ruolo del cavallo